Il delitto e la redenzione

Quando Maradona divenne immortale

«E’ l’ amore, non la ragione, che è più forte della morte»

Thomas Mann

Una mano per ingannare il mondo, un piede per farlo inchinare. Due reti per entrare nella Storia, e per trovarvi  riparo dalla morte. La più controversa e la più bella. Se è vero che l’esistenza di ciascuno di noi possa essere fotografata con delle istantanee capaci di definire il significato di una vita intera, la parabola terrestre di Diego Armando Maradona, scomparso il 25 novembre a 60 anni, è tutta in quei cinque minuti che lo portarono in cielo ben prima che il Creatore decidesse di chiamarlo a sé. Due immagini che, da sole, tratteggiano luci, colori e ombre di quello che, semplicemente, non è stato solo il più forte calciatore di tutti i tempi, ma un’icona pop del ventesimo secolo.

Insinuatosi nei meandri della nostra immaginazione ancor più che nelle pagine dei rotocalchi, per capire chi fosse il Pibe de Oro bisogna domandarsi non tanto cosa abbia rappresentato in sè, quanto piuttosto cosa abbia significato per ciascuno di noi. Come dimostrato dall’ emozione popolare la sua scomparsa ha suscitato in tutto il mondo, Maradona è stato uno di quegli uomini assurti a un simbolismo tale per cui risulta necessario uno sforzo di volontà per realizzare che sono esistiti sul serio. Il Caravaggio dello sport. E’ stato una figura dispari, viscerale, oscurata da nubi cariche di pioggia che per contrasto hanno fatto brillare più del vero i suoi colori nei momenti di sole. Intrisa d’arte già da un punto di vista onomastico: con un nome, “Diego Armando Maradona”, che a pronunciarlo tutto d’un fiato risuona orecchiabile come un ritornello in una notte di mezza estate, eppure così maestoso, rotondo, proprio come quel pallone a cui pareva legato da una simbiosi animistica. Già, la palla. Come fosse una penna, a scrivere pagine del nostro tempo in perenne oscillazione tra prosa e poesia. E’ stato il nuovo eroe dei due mondi, el Pibe de Oro. Il simbolo più tangibile del riscatto di due popoli – quello argentino e quello napoletano – che con el Diez hanno reclamato a gran voce il loro posto al sole sulla cartina geografica. C’è tutto, nei cinque minuti in cui Maradona firmò i due gol più famosi della storia del calcio: ci sono la fame e il fango, il dolore ed il riscatto. C’è l’ ingenuità di chi idealizza una causa persa, senza capire che forse è solamente distorta. C’ è la malizia del baro, la vanagloria. Ma anche il bagliore folle degli occhi di chi ha deciso che forse ci si può anche provare, e che invece di domandarsi perché, per una volta si è chiesto “perché no?”. C’è di tutto. Quella nobiltà originaria ritratta così bene da Emir Kusturica. L’odore di cera delle ali di Icaro, discioltesi perché arrivate troppo vicine al Sole. Il profano e il sacro. Il delitto e la redenzione.

Napoli, Stadio San Paolo. Tifosi partenopei rendono omaggio al Pibe de Oro, scomparso il 25 novembre 2020 (ANSA/CESARE ABBATE)

Città del Messico, 22 giugno 1986. C’è il sole, allo stadio “Azteca”, e la stessa aria rarefatta che avevano respirato in quello stesso impianto i giocatori di Italia e Germania sedici anni prima durante i supplementari della leggendaria semifinale di Coppa Rimet tramandata ai posteri come “la partita del secolo”. Non era stata l’unica volta che in terra messicana un gesto calcistico si era meritato quel genere di appellativo: durante quella stessa edizione mondiale, lo spirito di Montezuma aveva già ispirato Gordon Banks a compiere la storica parata che aveva fatto piangere Pelè, vistosi privato della gioia di un gol praticamente già fatto. Adesso, a sedici anni di distanza, si affrontano nei quarti di finale di Coppa del Mondo Argentina e Inghilterra. Non è una partita come le altre, non può esserlo: in pratica è la riedizione in termini calcistici della guerra delle Falkland, le “Malvinas” come le chiamano a Buenos Aires. Il clima rovente della vigilia accredita la tesi sostenuta dall’attivista sudafricano Desmond Tutu nel suo La tribù del calcio, secondo cui i novanta minuti sul rettangolo verde non rappresenterebbero altro che “una guerra in miniatura”.

Eppure il conflitto delle Falkland sembrava storia vecchia, nel 1986. Quattro anni prima il trionfo militare britannico aveva sancito l’apogeo della carriera politica di Margaret Thatcher, lady di ferro dei Tories, mentre oltreoceano a causa della disfatta la dittatura militare che imperversava fin dal golpe del 1976 era giunta al canto del cigno. Era grigia di smog e rossa di sangue, l’Argentina di Galtieri e Videla, il Paese dei desaparecidos e delle madri di Plaza de Mayo, l’unica nazione al mondo – si diceva – in cui “era più sicuro stare in strada che in casa propria”. I Mondiali del 1978, ospitati in casa e vinti dalla Selección tra le accuse di brogli, avevano celebrato la messa cantata di un regime che aveva edificato un lager a meno di settecento metri di distanza dallo stadio Monumental.

Jorge Rafael Videla, leader del “Processo di riorganizzazione nazionale”, qui alla Casa Rosada nel 1976

Nonostante nel 1986 la transizione democratica fosse già avviata da tre anni, nei giorni prepartita appariva evidente come l’improvvido sorteggio stesse rinfocolando antiche pulsioni. «Bring on the Argies!» aveva titolato il Sun il lunedì precedente la sfida, mentre la stampa di Buenos Aires incitava la nazionale a vendicare il vecchio affronto. La sconfitta militare del 1982 riecheggiava nell’animo del popolo argentino e in quello dei giocatori dell’Albiceleste, decisi a lavarne l’onta con un unico colpo di spugna. «Las Malvinas son argentinas!», è il coro scandito dagli spalti dell’ Azteca. 

Un personaggio dispari (ANSA / CEZARO DE LUCA)

Con il peso di una nazione intera sulle spalle, Maradona sale in cattedra nel modo più folle e inaspettato. E’ in forma straordinaria, si capisce, ma quello che compie quel pomeriggio non ha eguali. Aspetta fino al quinto minuto del secondo tempo per prendersi la gloria con una scorciatoia, segnando il gol più controverso della storia del calcio: saltando in elevazione per anticipare l’uscita del portiere Shilton, colpisce la palla di pugno anziché con la testa.  L’arbitro Bennaceur non si accorge di nulla. E’ gol. Le Malvinas sono state vendicate. Il delitto perfetto si è compiuto. «E’ stato un gol segnato un po’ dalla mano di Dio, un po’ dalla testa di Maradona» dichiarerà poi il fuoriclasse argentino, che solo anni dopo ammetterà l’irregolarità di quel gesto. Gli argentini si esaltano, ma il resto del mondo storce il naso. La “mano de Dios” sembra null’altro che una furberia di paese, indegna di un campione di quel calibro. “El Pibe de Oro” capisce, e impiega poi poco più di tre minuti per dimostrare al pianeta di non avere bisogno di barare per vincere. Lo fa nel modo più clamoroso. All’ignominia contrappone la trascendenza, al delitto aggiunge la redenzione. Al decimo del secondo tempo riceve palla da Hector Enrique. E’ ancora nella sua metà campo. Dove possa andare partendo da lì è un mistero. L’unico che si avvede del pericolo è Peter Beardsley, che si fionda immediatamente sulle sue caviglie, venendo irriso con una finta beffarda. Di lì in poi, è una sinfonia: come in uno stato di trance Diego ipnotizza, nell’ordine, Reid, Butcher, Fenwick, ancora Butcher e persino il portiere Shilton. Comparse sullo sfondo del dipinto della Storia. E’ il gol del secolo. Undici tocchi a ritmo di Tango. Se prima era stata la mano di Dio a graffiare gli inglesi, adesso è solo il piede di Maradona a prendersi la scena. «Da che pianeta sei venuto, aquilone cosmico?» domanda a nome del mondo intero il telecronista Victor Hugo Morales, esterrefatto cantore dell’impresa. Rimane un mistero, per tutti. Si dice che nel corso della sua vita dissipata Diego Armando Maradona sia sfuggito tante volte alla morte. Di certo quella è stata la prima. E forse anche l’unica. Quando il pomeriggio del 22 giugno 1986 oltre al portiere ha dribblato anche la Fine. Ora ci domandiamo su quale pianeta sia scappato, ma anche questo non potremo mai saperlo. E probabilmente non ha alcuna importanza. Ci basta sapere chi è stato, e cosa continua ad essere. Un aquilone cosmico. Che ora vola, libero e colorato, in cielo.

Pubblicato da Alessio Di Sauro

Che vuole fare il giornalista perchè non sa nè cantare nè ballare, che si ostina a parlare di contropiede e non di ripartenza, e che prima o poi scriverà la biografia di Breznev. Ma che ha anche dei difetti

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