Siamo tutti George Russell

Breve storia del campioncino inglese che al GP di Sakhir sostituisce Lewis Hamilton al volante della Mercedes

«Ama e ridi se amor risponde, piangi forte se non ti sente. Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior». Era il 1961 quando un ancora giovane Fabrizio De Andrè ricordava all’Italia del miracolo economico che talvolta è in Via del Campo, e non in Via del Corso, che bisogna cercare la parte più autentica di noi stessi, e il meglio di ciò che ci circonda. Quando il 12 ottobre 2018 il diciannovenne George Russell firmò con la Williams il suo primo contratto da professionista in Formula 1, forse non aveva in mente i Caruggi della città della Lanterna, ma probabilmente aveva compreso che si sarebbe accomodato tra i grandi del motorsport senza sedere esattamente a capotavola. Magari non di letame si sarebbe trattato, ma di certo per i diamanti ci sarebbe stato da attendere ancora un po’. Non avrebbe però mai immaginato che, conquistato al pari di Jack Dawson un biglietto di terza classe per salpare sul maestoso Titanic, si sarebbe trovato all’improvviso invitato al gran ballo dell’ élite, sia pure per una sola sera.

Nonostante un palmares che vantava 9 mondiali costruttori e 114 Gran Premi vinti, nel 2018 la Williams era lontana parente dell’invincibile armata che aveva dominato il Circus a cavallo degli anni Ottanta e Novanta, e che aveva consentito a gente del calibro di Prost, Mansell e Piquet di conquistare l’iride. Evidente che per un campioncino come Russell – fresco dominatore nel biennio precedente di entrambe le categorie cadette dell’automobilismo che conta, la GP3 e la F.2 – la scuderia del vecchio Frank apparisse un ripiego: forte era stata la delusione per non essere stato prescelto ad affiancare immediatamente Lewis Hamilton alla Mercedes pigliatutto, lui che rappresentava la gemma più luminosa della Driver Academy del team campione del mondo. Il Re nero aveva infatti caldamente invitato i vertici di Stoccarda a confermare l’ectoplasmatico Bottas, in nome di una serena continuità che Toto Wolff e Dieter Zetsche non avevano alcuna ragione di mettere in discussione, memori degli scontri fratricidi andati in scena durante l’epoca Rosberg. Un purgatorio, ecco: così George Russell aveva immaginato la sua stagione di esordio in Formula 1. D’ altronde, non si può entrare immediatamente in paradiso. Ma l’inferno no, non lo aveva considerato.

Quando il 17 marzo 2019 la sessantanovesima edizione del Campionato del Mondo di Formula 1 emise all’ Albert Park di Melbourne i primi vagiti, nessuno rivolse la propria attenzione a quel debuttante inglese dal volto ancora adolescenziale, la cui totale assenza di barba pareva simboleggiare alla perfezione quella nidiata di baby drivers che negli ultimi anni hanno cominciato ad affollare le griglie di partenza dei circuiti di mezzo mondo. Gli esordienti sotto i riflettori erano altri: Lando Norris, alla guida di una rediviva McLaren, che dopo il divorzio da Fernando Alonso sfoggiava un’ inedita livrea arancione – un po’ come un drastico taglio di capelli dopo una storia d’ amore finita male – ed Alexander Albon della Red Bull, le cui origini thailandesi avevano suscitato le ironie vetero-colonialiste di un Circus che dell’eurocentrismo ha sempre fatto la sua principale forza motrice. Soprattutto, gli occhi del mondo erano sì rivolti al box della Williams, ma in direzione di Robert Kubica, rientrante dopo otto anni dal terribile incidente occorsogli nel Rally di Andora del 2011, che ne aveva minato il fisico e compromesso una carriera sul punto di decollare.

Mentre nelle zone nobili della classifica era il duello tra Mercedes e Ferrari a infiammare gli appassionati, nelle retrovie gli addetti ai lavori non avevano occhi che per le due Williams, che già dalla sessione di libere si erano candidate come le indiscusse favorite per aggiudicarsi il cucchiaio di legno della stagione. Era noto a tutti che la scuderia di Grove stesse attraversando un momento di profonda crisi tecnica ed economica, ma le condizioni nelle quali sbarcò a Melbourne destarono sensazione anche negli osservatori più caustici: presentatisi con due sole scocche al seguito e senza ali di ricambio, apparve evidente come gli uomini del box Williams avessero ben interiorizzato le buone pratiche dell’economia domestica di Filumena Marturano. Relegati in ultima fila con più di quattro secondi di distacco dal poleman, al via del Gran Premio Russell e Kubica decisero di giocare la carta dell’imponderabile, montando una miscela di pneumatici ultra hard più adatta all’esodo del ponte di Pasquetta che a un Gran Premio di Formula 1. Già ampiamente perfettibile in termini di bilanciamento, la FW 42 cominciò ad accusare un terrificante sottosterzo che la faceva girare come un camion soprattutto in curva 16. Vani erano i funambolismi dei malcapitati piloti, che nel corso delle sessioni di prova erano stati costretti ad astenersi dall’ uso dei cordoli onde evitare di danneggiare il fondo scocca, per il quale non erano previsti ricambi. Le monoposto bianco – blu esibirono una lentezza sul passo gara che in massima serie non si vedeva dai tempi della Minardi dei primi 2000: il gap rispetto alle vetture di testa risultava addirittura grottesco in occasione dei doppiaggi, con una differenza di decine di metri rispetto al punto di staccata dei top drivers. Russell e Kubica conclusero infine la loro odissea rispettivamente in penultima e ultima posizione, a due e tre giri di distacco dal vincitore. Data la disarmante pochezza del materiale tecnico a disposizione, passò quasi in sordina il fatto che il debuttante inglese avesse inflitto più di un secondo e mezzo di distacco in qualifica al più esperto Kubica, e lo avesse poi addirittura doppiato in gara. Molti addebitarono l’accaduto al fisiologico acclimatamento che sarebbe stato necessario al polacco per ritrovare confidenza alla guida di una monoposto, in ragione della grave menomazione al braccio destro che lo aveva tenuto lontano dai circuiti per otto anni.

La Grande Bellezza

Dopo il primo brutalizzante Gran Premio, Russell aveva a quel punto compreso quale fosse la cornice entro la quale il suo esordio in massima serie si sarebbe sviluppato. Per il mondo dei motori fu uno shock constatare che una scuderia tanto gloriosa si fosse ridotta a rappresentare la Cenerentola dello schieramento. Le precarie condizioni di salute del patron Frank Williams – fondatore e anima del team assieme a Patrick Head – avevano infatti determinato negli ultimi anni una progressiva cessione del timone della società nelle mani della figlia Claire, molto più attenta rispetto al padre alla gestione economica dell’azienda di famiglia, piuttosto che ai risultati sportivi. Interrogata a più riprese nel corso della stagione in merito alle disastrose performance della scuderia, la proprietaria era solita fischiettare ostentando indifferenza, in ossequio al vecchio adagio di Ennio Flaiano secondo cui “la situazione è grave ma non seria”. La stagione proseguì sulla falsariga australiana, con Russell e Kubica costretti ad acrobazie su vetture che non potevano mai avere una configurazione aerodinamica identica tra loro, dato che le pochissime evoluzioni tecniche venivano riassemblate alla bell’ e meglio fondendovi i pezzi di scarto di volta in volta a disposizione. Non giovavano neanche le strategie talora fantasiose adottate dal muretto, nonché una perniciosa tendenza a pasticciare i pit stop che accompagna la scuderia britannica già dal 1986, quando una ruota male avvitata all’ultima gara costò il mondiale a un incredulo Nigel Mansell.

Il leggendario momento in cui nel 2001 gli uomini Williams dimenticarono Ralf Schumacher sui cavalletti in griglia di partenza

L’unico sussulto nell’ elettrocardiogramma piatto di casa Grove proveniva proprio dalle prestazioni del debuttante Russell, costantemente più veloce del compagno di squadra sia sul giro secco che sul passo gara. Nonostante tutto, l’unico punto della stagione fu segnato da Kubica, grazie alle eccezionali condizioni meteo che caratterizzarono il Gran Premio di Hockenheim. In particolare, il baby deb sfoderò un’impressionante velocità in qualifica: in Ungheria sfiorò la Q2, sfruttando una conformazione del tracciato in grado di esaltarne un’abilità sul misto che almeno sul giro singolo riusciva mascherare le lacune della vettura. Gli ottimi risultati fatti segnare da Norris e Albon, accentuavano la frustrazione del pilota inglese. Non aveva forse battuto entrambi nelle categorie inferiori? Eppure il sedile buono era toccato a loro, mentre lui doveva barcamenarsi in un calvario. A nulla valeva l’aver sempre battuto in qualifica il suo compagno di team. Russell si era ormai convinto di stare sprecando tempo in un team che mai avrebbe valorizzato le sue qualità. Si sbagliava.

Concluso senza squilli il 2019, la Williams si presentò ai nastri di partenza del mondiale 2020 forte della ricapitalizzazione garantita dal fondo di investimenti statunitense Dorilton Capital, in grado di immettere la liquidità necessaria a che la nuova stagione venisse affrontata dalla scuderia di Grove in maniera quanto meno dignitosa. La nuova monoposto, pur lontana dal presentarsi come una vettura da centro schieramento, già nei test invernali dimostrò di essere soltanto parente della sua progenitrice. Al Gran Premio di Stiria, il secondo della stagione disputatosi sull’A1 Ring di Zeltweg a causa dell’emergenza Covid, il miracolo: Russell fece segnare un inspiegabile dodicesimo tempo, risultando più veloce in Q1 addirittura della Ferrari di Charles Leclerc, e rifilando quasi due secondi al nuovo compagno Latifi, che aveva nel frattempo rimpiazzato Kubica. Già durante la pausa primaverile dovuta alla pandemia Russell aveva avuto modo di far parlare di sé, laureandosi campione in un mondiale virtuale imbastito dalla FIA per tappare il buco di calendario imposto dall’emergenza sanitaria. «Può sembrare ridicolo, ma non è stato facile. Qualunque cosa tu faccia, devi dare tutto», dichiarò il pilota inglese, le cui parole sembravano esprimere una tempra andatasi forgiando nel corso della disgraziata stagione d’ esordio. Sta di fatto che i primi Gran Premi del 2020 hanno imposto all’attenzione del mondo l’eccezionale talento di Russell, sempre nettamente più veloce del compagno Latifi ed autore di alcune performance sbalorditive, tra le quali spicca il controllo sull’erba a 280 km/h alla curva Savelli nelle qualifiche del Mugello.

La reazione di Vanzini ricorda molto da vicino quella di Piccinini dopo la parata di Dudek su Shevchenko nella notte di Istanbul

Emerge il ritratto di un talento purissimo sul giro secco, al netto di una consistenza in gara non sempre all’altezza delle aspettative del sabato. Già in Toscana Russell è andato molto vicino a far segnare i suoi primi punti iridati, ma gli è mancata la decisione necessaria per sferrare la zampata decisiva a un Vettel nettamente più lento di lui. A Imola è invece incappato nella topica più grave della sua ancor breve carriera, vanificando una corsa eccezionale con un incidente in pieno regime di Safety Car. Un errore di gioventù, nel quale l’inglese ha perso il controllo della monoposto in accelerazione non calcolando l’abbassamento della temperatura delle gomme verificatosi a causa dell’ingresso della vettura di sicurezza. L’immagine di Russell in lacrime a bordo pista dopo aver buttato al vento i primi punti mondiali ha ricordato molto da vicino il pianto disperato di Mika Hakkinen a Monza 1999, quando il “finlandese volante” rischiò di compromettere il campionato a causa di un banale errore in scalata di marcia.

L’ ultimo a riuscire nell’impresa di andare a muro dietro la Safety Car era stato Grosjean, in Azerbaijan nel 2018

Al netto dell’ incidente di Imola, la stagione di Russell è proseguita andando oltre le più rosee aspettative, sue e del team. Nonostante tutto, la sua riconferma per il 2022 è parsa per lunghi tratti a rischio. Il caos del mercato piloti, scatenato dall’arrivo in Aston Martin di Sebastian Vettel, ha messo in discussione molti dei sedili del Circus, e sembrava che il valzer dei cambi di casacca avrebbe finito per appiedare l’inglese, per fare posto a Sergio Perez, giubilato dalla Racing Point. Ne è scaturita una piccola sollevazione popolare, con appassionati di tutto il mondo che hanno cominciato a gridare allo scandalo. Il fatto che fosse lui ad essere a rischio taglio, e non Latifi, nonostante uno score in prova che dopo Portimão recitava 12 a 0, e le otto qualificazioni di Russell in Q2 a fronte delle zero del compagno di squadra, hanno innescato un florido dibatto circa l’assenza di meritocrazia che pervaderebbe il motorsport. Un contesto, quello della Formula 1 attuale, in cui i talenti più puri, ma privi di sponsorizzazioni di rilievo, spesso non possono competere contro i ricchi rampolli “con la valigia”, ben rappresentati da Lance Stroll, figlio di Lawrence, patron Racing Point, o dallo stesso Latifi, le cui velleità agonistiche sono state incoraggiate da papà Michael, magnate dell’industria alimentare e CEO della multinazionale SOFINA, main sponsor di un team Williams a caccia disperata di liquidità.

A seguito della positività di Lewis Hamilton al Sars – Cov -2, i vertici della casa a tre punte si sono finalmente decisi a riesumare dalla naftalina il piccolo prodigio del loro programma giovani, scegliendo proprio Russell per rimpiazzare il campione del mondo al Gran Premio di Sakhir del 6 dicembre. Date le riserve non ancora sciolte da Hamilton circa il rinnovo del suo contratto, la scelta di promuovere Russell dalla Williams rispetto al collaudatore Vandoorne non può che apparire foriera di eventuali sviluppi futuri. In pratica, si è scelto di rimpiazzare un sette volte campione del mondo con un baby prodigio che in due anni è rimasto ancora imbattuto in qualifica dai suoi compagni di squadra, con un impressionante record di 36 a 0 destinato a rimanere ineguagliato per molti anni.

Interessante notare come la quota della Pole Position sia la stessa della vittoria del Gran Premio, nonostante Russell sia un pilota che ha costruito la sua reputazione sull’ efficacia in qualifica

Inevitabile che la scelta di un compagno scomodo come George Russell rappresenti un severo banco di prova per Valtteri Bottas, che dopo l’ennesima stagione al di sotto delle aspettative un solo uomo, in tutta la Mercedes, vuole ancora al volante. Quell’uomo è Toto Wolff. Che ha confermato per l’ennesima volta la sua fiducia al finlandese, fresco di rinnovo contrattuale in estate. Dunque il GP di Sakhir rappresenterà per Russell l’occasione della vita. E anche per noi, in fondo. Perché potremo romanticamente pensare che la meritocrazia esista ancora. Tanto in Formula 1 quanto nella vita. E che prima o poi il treno buono passa per tutti noi. Anche se quest’avventura durerà un battito di ciglia. A meno che, chissà, a Sakhir non arrivi il 37 a 0.

Pubblicato da Alessio Di Sauro

Che vuole fare il giornalista perchè non sa nè cantare nè ballare, che si ostina a parlare di contropiede e non di ripartenza, e che prima o poi scriverà la biografia di Breznev. Ma che ha anche dei difetti

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