Do you believe in miracles?

Racconto di un miracolo. Anzi, qualcosa di più

Il bello dello sport è che non sempre gli schemi prestabiliti vengono rispettati. Anzi, quelle rare volte in cui saltano sono memorabili proprio perché ci ricordano che dare un fatto o un risultato per scontato vuol dire commettere un peccato capitale. In questo senso, il microcosmo dell’Nba regala molti esempi: dalla serata da 81 punti di Kobe, fino alla stoppata di Lebron su Iguodala, passando per quel tiro di Ray Allen in gara 6 delle Finals del 2013, quando gli Spurs avevano già tirato fuori lo champagne dal frigo.

Per episodi di questo tipo, tra gli appassionati, è tendenza comune celebrarli ciclicamente, stimolati spesso da pagine ufficiali e non che ad ogni loro anniversario pubblicano post e video a riguardo, in genere con il comprensibile intento di sfruttare l’effetto nostalgia per aumentare il proprio engagement.

Ad esempio, ogni 9 dicembre la mia home di Facebook brulica di contenuti del sopracitato tipo. Un motivo c’è.

Il 9 dicembre ora al centro dell’interesse è quello del 2004, mentre il luogo fatale è il Toyota Center di Houston, Texas. In un freddo e triste giovedì sera si gioca un altrettanto triste derby texano tra i Rockets padroni di casa e i San Antonio Spurs. “Attentato all’incolumità dei ferri del palazzetto” rende alla perfezione i primi 47’ di quella partita, caratterizzati da indecenti percentuali al tiro. A circa quaranta secondi dalla sirena finale gli ospiti conducono 76-68, punteggio più da A2 italiana (con tutto il dovuto rispetto) che da Nba (basso sia per i parametri del 2020 che per quelli del 2004). Per gli Spurs (record 16-4 entrando al Toyota Center) sembrava un pronto riscatto dopo lo stop di 24 ore prima contro i Seattle Supersonics. Quanto ai Rockets, quel sconfitta certificava i numerosi problemi di un avvio di stagione da otto vittorie e undici sconfitte, su tutti la carenza di idee di gioco in un roster troppo dipendente dall’estro di Yao Ming e Tracy McGrady (T-Mac per gli amici): quella sera furono gli unici a segnare più di cinque punti, con Yao a 27 (tali rimasero) e T-Mac a 20 (per il momento).

L’incipit della storia.

Il punteggio e il disappunto avevano invitato molti tifosi ad alzarsi anzitempo e ad uscire dal palazzetto, mossa astuta per evitare il traffico di Houston. Uno di questi ha appena avviato la sua Ford; lo aspetta una malinconica mezz’ora sulla Interstate 69 prima di tornare a casa a Greatwood.

Intanto, al Toyota Center, Tracy McGrady interpreta la sciatta difesa di Malik Rose come un irrinunciabile invito al tiro, di cui approfitta per segnare la tripla del 76-71. Il cronometro segna 35 secondi spaccati. Tutto comunque sotto controllo per gli Spurs, se non che su quel canestro, all’apparenza più funzionale a ritoccare le statistiche di serata che altro, una fiamma sinistra si accende negli occhi di T-Mac.

Quello sguardo corrisponde all’esatto momento in cui McGrady decide che quella sera l’avrebbe vinta lui.

Il successivo 2/2 dalla lunetta per gli ospiti, su fallo sistematico, non pare tuttavia suggerire scenari differenti da una vittoria degli uomini di coach Popovich. Sul 78-71 si tratterebbe di recuperare tre possessi in trenta secondi per i Rockets, tradotto: non c’è neanche da pensarci.

A quanto pare però, tra quelli con la canotta biancorossa, uno che ci pensa c’è eccome ed è sempre lo stesso che ha segnato da tre poco prima. McGrady si appropria della sfera e parte a testa bassa verso la metà di campo avversaria. Alle sue calcagna c’è Bruce Bowen, difensore eccellente nell’uno contro uno, la cui pressione porta T-Mac vicinissimo alla palla persa, fatto che verosimilmente avrebbe fatto calare il sipario sulla partita. Invece, con irreali polpastrelli, recupera il controllo dello Spalding e al contempo si libera della marcatura di Bowen grazie al blocco di Yao Ming (quella peraltro fu la sola giocata offensiva di un Rocket diverso da McGrady negli ultimi 35 secondi di quella partita, se si eccettuano i passaggi da rimesse). Il conseguente cambio difensivo gli pone di fronte Tim Duncan, che T-Mac scherza come fosse un rookie alla sua prima partita tra i professionisti: prima finta la conclusione, poi appena vede che Duncan ha abboccato, attende l’inevitabile contatto prima di scoccare la tripla. Mentre l’arbitro fischia il fallo, il pallone buca la retina per la seconda volta nel giro di pochi secondi. Un Duncan sconsolato assiste all’ovvia trasformazione del libero supplementare da parte di McGrady, che con quel gioco da quattro punti, come per magia, tramuta i possessi da recuperare da tre che erano a uno soltanto. Sul cronometro ci sono ancora 24 secondi e tre decimi e il punteggio è ora di 78-75; il time-out di Pop è inevitabile.

Rabbia, paura o rassegnazione?

Dopo il canestro, la fiamma negli occhi di T-Mac continua ad ardere, mentre lui rimane impassibile come una statua. Intanto il Toyota Center si ridesta e molti iniziano a credere nell’impossibile, alla faccia di chi invece è già sulla via di casa. Tra questi c’è anche il tifoso di Greatwood con la Ford. Sfreccia pensieroso sulla Interstate 69, rimuginando sulla tremenda partita che ha appena visto e sul deludente avvio di stagione dei suoi amati Rockets. Le sue aspettative erano ben diverse, però ora si rende conto che oltre a Yao e McGrady c’è davvero il nulla cosmico. Nessuno dei due, tra l’altro, pare poter portare in alto la squadra, discontinui come sono. Ormai ha pure smesso di crederci. Anzi tanto vale finirla di fare sessanta miglia di andata e ritorno per rodersi il fegato ogni volta.

Al Toyota Center si riparte dopo il time-out. Gli Spurs rimettono nella metà campo difensiva verso Tony Parker, che dopo qualche palleggio serve Devin Brown. I Rockets in un primo momento tergiversano, pressando a tutto campo ma senza commettere fallo sistematico. Questo finché la sfera non arriva nelle mani di Duncan. Le sue percentuali dalla lunetta sono un rischio per i suoi in momenti simili e i padroni di casa lo sanno bene. Come anche Popovich, che si mangia vivo Devin Brown, reo di aver scelto proprio Duncan come destinatario del passaggio. Il glaciale 2/2 di quest’ultimo pare tuttavia riportare la calma tra i suoi, ora chiamati a gestire cinque punti di vantaggio in sedici secondi. I Rockets hanno ancora a disposizione un time-out e decidono di giocarsi le loro ultime chance. L’ultimo schema disegnato in quella partita da coach Van Gundy, come facilmente intuibile, dovrebbe più o meno recitare così: «Facciamo arrivare la palla a quello con il numero 1 dietro la canotta, poi vediamo cosa fa».

Accontentiamoci a volte, perché potrebbe andarci molto peggio: per esempio potremmo essere Devin Brown mentre viene cazziato da Popovich.

Alla ripresa del gioco gli Spurs, consci del pericolo, scelgono di raddoppiare T-Mac e per poco non costringono i Rockets all’infrazione di cinque secondi. Invece T-Mac riceve la sfera qualche decimo prima del fischio, poi si invola verso il canestro con ancora Bowen a tallonarlo come un segugio affamato. La sua presenza è del tutto ininfluente: McGrady arriva indisturbato nello stesso quadrato di parquet da cui aveva segnato le due triple precedenti. Ivi giunto, prima si arresta appena dietro la linea dei 6.75 m, quindi si eleva sfruttando i suoi impressionanti mezzi atletici: Bowen o non Bowen (che commette pure fallo, non sanzionato), per lui quello è un tiro aperto. Per la terza volta in quei secondi fatali la retina viene bucata. Il tabellone recita 80-78 con 11.2 secondi alla sirena finale; Pop chiama il suo ultimo time-out. «It’s one of those nights», è ciò che inizia a balenare nella mente dei più.

La disumana capacità di elevarsi di T-Mac gli consente di avere la visuale del canestro completamente libera.

Di certo non del nostro amico di Greatwood. Mentre il rilevatore di adrenalina del Toyota Center si rompe per sovraccarico, lui è appena arrivato nella via di casa sua e non ha ancora finito di rimuginare sui suoi Rockets. Adesso ce l’ha con Van Gundy, incapace di dare una pur minima parvenza di gioco ai suoi, che a meno che Yao o Tracy non tirino fuori qualcosa dal cilindro sono sempre in alto mare. Guarda gli Spurs invece, li odia a morte ma diavolo se giocano bene di squadra; un motivo ci sarà se vincono tutti quegli anelli. Gli mancano i tempi gloriosi di Hakeem Olajuwon, quella sì che era una squadra vera, con uomini veri. Sospira dunque, prima di parcheggiare nel suo vialetto.

Trenta miglia a nord-ovest San Antonio rimette dopo il time-out e fa arrivare senza problemi la palla a Devin Brown. Il grosso del lavoro sembra fatto, ora si tratta solo di aspettare il fallo avversario e lasciare che il suo buon 80% ai liberi faccia il resto, ponendo fine a questo incubo. Invece Brown, per motivi ad oggi ancora ignoti, dopo aver ricevuto spalle a canestro si gira bruscamente, ma nel farlo perde l’appoggio e deraglia sul parquet. Tre Rockets si fiondano sulla palla vagante mentre Brown cerca disperatamente di recuperarla da terra; ovviamente a sradicargliela è T-Mac.

Il finale a quel punto è già scritto. I compagni lo seguono nella sua corsa furiosa verso la gloria, che si arresta poco prima della linea dei tre punti, un po’ spostato rispetto ai tiri precedenti. Davanti a lui c’è una muraglia nero-argento formata da Brent Barry e Tony Parker, con Duncan e Rose appena dietro. Un altro balzo prodigioso gli permette di scavalcarla e di avere nuovamente piena visuale del canestro. Così, per la quarta volta in quei 34 secondi, fa passare la palla attraverso il ferro. Dopodiché agita violentemente il braccio destro, quello con cui ha appena segnato, e con un urlo di primordiale intensità sfoga tutta la sua carica agonistica. Quella che gli ha appena fatto realizzare la più grande impresa individuale nell’ultimo minuto di partita della storia dell’Nba.

Ancora una volta Tracy riesce a elevarsi per avere la visuale libera, solo che stavolta ha quattro uomini davanti a lui e quello è il tiro decisivo.

Il tiro disperato e inutile di Tony Parker certifica il miracolo, anzi «qualcosa di più», secondo Flavio Tranquillo, dei Rockets. O meglio ancora di McGrady, che in quella banale sera di dicembre è riuscito da solo a vincere una partita già persa, facendo il tutto in 34 secondi.

Intorno a lui è pura estasi tra le tribune del Toyota Center per tutti coloro rimasti fino alla fine. A Greatwood invece il nostro amico varca la soglia di casa proprio nell’istante in cui l’ultimo tiro di McGrady centra il bersaglio. La prima cosa che vede sono i suoi due figli urlare davanti al televisore, poi l’immagine, che mai scorderà, dell’urlo di T-Mac. Tutti i pensieri fatti tornando dalla partita vengono spazzati via in un istante e anche lui si lascia trascinare dall’indescrivibile gioia di quel momento. Ci vorranno dei giorni prima che l’euforia lo abbandoni, prima di venire sostituita da un profondo rimpianto per non aver assistito a quell’impresa. Se non altro, da quel giorno, non si sarebbe più perso un singolo minuto di una partita dei Rockets. Quest’anno sarà costretto a violare il suo fioretto, non per colpa sua.

Do you believe in miracles” (Federico Buffa)
Questo non è un miracolo, è qualcosa di più” (Flavio Tranquillo)

Cosa accadde dopo quella partita? Per i Rockets rappresentò effettivamente un punto di svolta della stagione, dato che chiusero la regular season al quinto posto nella Western Conference con un record di 51 vittorie e 31 sconfitte. Ai playoff affrontarono poi i Dallas Mavericks, in un altro acceso derby texano: dopo aver vinto le prime due gare in trasferta, si fecero rimontare e finirono per perdere la serie a gara 7. Di fatto fu l’epitome dell’incompiutezza di quella squadra e dello stesso T-Mac, mai capace di arrivare fino in fondo; non a torto viene ritenuto uno dei maggiori what if della storia dell’Nba.

Godetevelo

Furono proprio gli sconfitti di quella sera ad arrivare fino in fondo, quell’anno, vincendo il loro terzo titolo in un’accesa gara 7 delle Finals contro i Detroit Pistons. Ne avrebbero poi vinti altri due negli anni successivi, consegnando alla leggenda il trio Duncan-Parker-Ginobili, condotto da coach Popovich.

Tuttavia, provate oggi a chiedere a qualcuno cosa ricordi di più, tra chi vinse il titolo Nba del 2005 e cosa accadde a Houston quella sera di dicembre. Una mezza idea sulla risposta credo di avercela…

Pubblicato da Filippo Errico Verzè

Credo ferventemente che i sogni infantili si possano avverare. Il mio era, ed è, fare giornalista sportivo, all’incirca da quando ho capito di essere troppo scarso per fare il calciatore. Che altro? Ci sarebbe una conoscenza quasi enciclopedica dei Simpson, Griffin e affini, e la ferma convinzione che un live degli Swedish House Mafia non abbia nulla da invidiare ad un concerto di Mozart.

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