Ci sarebbe un problemino con il Kosovo

Il sorteggio delle qualificazioni a Qatar 2022 è diventato un caso diplomatico

Quando il 12 maggio del 2016 il 66esimo Congresso Fifa sancì formalmente l’ammissione della federazione kosovara sotto l’egida del massimo organismo del calcio mondiale, parve a molti evidente che il ruolo delle Organizzazioni Internazionali nella definizione dei rapporti diplomatici fosse definitivamente decollato. Nonostante un riconoscimento internazionale solo parziale, il Kosovo raggiunse quel giorno un’indipendenza calcistica che – come ben dimostrato dagli strali lanciati dalla stessa Serbia – avrebbe completato anche da un punto di vista simbolico il processo di acquisizione della sua sovranità statale. In pratica, il Kosovo sta affermando la sua indipendenza anche attraverso il pallone. Fichte identificava con la lingua la pietra angolare per la definizione di un’identità popolare: last but not least, potremmo aggiungere che oggi uno Stato esiste quando possiede la sua nazionale di calcio.

L’acquisizione della membership FIFA da parte di un territorio a sovranità limitata è una questione che forse più d’ogni altra riflette il rapporto tra politica, sport e gruppi d’interesse. Detto che nel diritto internazionale non vi è unanimità né in prassi né in dottrina sui requisiti che uno Stato debba possedere per definirsi tale, è singolare notare come la FIFA annoveri ben 210 membri, a fronte dei soli 193 dell’ONU. Se in molti casi l’indipendenza allegra concessa da Zurigo è stata da imputarsi alla necessità di espandere la propria base elettorale in confederazioni talora avvezze ad avallare la pratica del voto di scambio (su tutti il caso Concacaf), in altre occasioni il conferimento o meno del seggio è stato oggetto di precisi calcoli di opportunità politica, forieri di scontri anche ruvidi in seno alla comunità internazionale: è il caso, su tutti, di Gibilterra, a lungo ostracizzata dalla Spagna, della Guadalupa, della Groenlandia, e, appunto, del Kosovo.

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Il 7 dicembre 2020 si è tenuto a Zurigo il sorteggio dei gironi di qualificazione della zona UEFA alla Coppa del Mondo di Qatar 2022. Per ragioni di incompatibilità politica non sarebbe stato possibile associare allo stesso girone Serbia e Kosovo, al pari di Armenia e Turchia (Armenia e Azerbaijan non avrebbero potuto comunque incontrarsi, essendo entrambe inserite in quinta fascia). Tuttavia si è comunque venuta a verificare una situazione singolare, nella quale proprio il Kosovo è entrato a far parte del gruppo B: insieme, cioè, a Svezia, Spagna, Grecia e Georgia. Di questi quattro Stati, gli ultimi tre non ne riconoscono l’indipendenza. Per loro, il Kosovo è uno Stato fantasma. Semplicemente, non esiste.

Spagna, Grecia e Georgia non riconoscono l’indipendenza di Pristina per motivi tanto di politica interna quanto estera. Chiaro che Madrid, alle prese con la questione catalana, mai potrebbe permettersi di riconoscere uno Stato che ha fatto di una dichiarazione unilaterale il suo principale atto di indipendenza. Discorso analogo per la Georgia, allineata su posizioni filorusse, che riconoscendo il governo di Pristina di fatto finirebbe per avallare le rivendicazioni secessioniste di Abkhazia ed Ossezia del Sud, stati de facto ma attualmente non riconosciuti dalla stragrande maggioranza della comunità internazionale. In ultimo, la Grecia non presenta motivi di frizione diretta con il governo kosovaro, ma le intense relazioni commerciali intercorrenti tra Atene e Belgrado – nonché il supporto diplomatico offerto da quest’ultima nell’ambito della questione macedone – impongono agli ellenici di invocare, sia pure formalmente, un “rispetto dell’integrità territoriale e dell’indipendenza degli Stati” che in senso restrittivo sarebbero stati disattesi dalla dichiarazione unilaterale kosovara.

Malgrado tutto, lo scorso 6 settembre la nazionale ellenica ha accettato di affrontare il Kosovo proprio a Pristina, durante l’ultima Nations League: gli ex juogoslavi hanno suonato il proprio inno e esibito la propria bandiera senza particolari obiezioni da parte avversaria, al pari di quanto accaduto nelle due recenti sfide contro Azerbaijan e Moldavia, altri due Stati che non riconoscono la sovranità kosovara. Solo l’Ucraina, nel corso delle qualificazioni ai Mondiali di Russia 2018, ha chiesto e ottenuto dalla FIFA di giocare in campo neutro, a Scutari, in Albania.

Il presidente della federcalcio kosovara, Agim Ademi, assieme a Gianni Infantino, numero 1 FIFA

Quella del campo neutro potrebbe essere la stessa soluzione che verrà adottata in occasione della sfida contro la Spagna, con cui già si sono verificati momenti di imbarazzo: nei Giochi del Mediterraneo del 2018, disputatisi in Catalogna a Tarragona, le autorità madrilene hanno imposto agli atleti kosovari di gareggiare sotto la bandiera del CIO, mentre ai Mondiali di karate di Madrid sono stati identificati come membri della federazione internazionale. Le diplomazie sono al lavoro per evitare il ripetersi di tali episodi, che esporrebbero tra l’altro la Spagna al rischio di sanzioni, e persino squalifiche. Nella partita casalinga contro il Kosovo, gli iberici dovranno autorizzare gli avversari all’utilizzo della propria bandiera e del proprio inno, e dovrà essere inoltre apposto il visto del Regno sui passaporti dei giocatori kosovari.

Per quanto riguarda l’ambito della federazione europea, a eccezione di Bosnia – Erzegovina e Serbia, esentati per ragioni di sicurezza, tutti i Paesi che non riconoscono il governo di Pristina dovranno comunque accettare di giocare in territorio kosovaro, mentre potranno organizzare le partite interne in campo neutro, previa autorizzazione del Comitato Esecutivo UEFA.

Riconoscimento straniero o meno, è un dato di fatto che la progressiva affermazione della nazionale kosovara abbia gettato le basi per la costruzione di una forte identità popolare, un po’ come accadde in Croazia nel 1998. Gli inaspettati successi dei giallo – blu, che hanno sfiorato la qualificazione a Euro 2020 sconfiggendo selezioni ben più quotate come Montenegro e Repubblica Ceca, hanno contribuito ad avvicinare molti kosovari a quei simboli nazionali che all’inizio erano talvolta vissuti come un’imposizione esterna, intaccando progressivamente un mito albanese che a Pristina continua a fare proseliti.

Pubblicato da Alessio Di Sauro

Che vuole fare il giornalista perchè non sa nè cantare nè ballare, che si ostina a parlare di contropiede e non di ripartenza, e che prima o poi scriverà la biografia di Breznev. Ma che ha anche dei difetti

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