L’ora di Luka Doncic

L’attesa per la sua definitiva ascesa nella Nba eccita come non mai. Specie dopo gara 4 del primo turno degli ultimi playoff (tempo di lettura: 8 minuti)

Manca sempre meno alla ripresa della Nba e al ritorno sul parquet del meglio che il basket mondiale ha da offrire. Sono tanti i temi su cui si stanno spendendo fiumi di parole e di caratteri, giusto per alimentare l’hype prima del 22 dicembre, perché sennò che gusto ci sarebbe? A proposito, parlando di hype, in questa stagione avremo il privilegio di assistere alla definitiva esplosione del talento di Luka Doncic. La cosa in sé non sorprende, visto quello che riusciva a fare già a 16 anni, peraltro in Eurolega e in casa del CSKA Mosca, non proprio una squadretta.

Ricordo i 16 anni di età

Ma è stato la scorsa estate, dentro la bolla di Orlando, che Doncic ha mostrato in mondovisione la reale entità del suo talento. Gli ultimi istanti di gara 4 del primo turno di playoff di Western Conference tra Dallas Mavericks e Los Angeles Clippers sono il momento dell’illuminazione. Magari non per tutti; per me lo è stato di sicuro.

Mancano 3.7 secondi allo scadere del tempo supplementare. I (miei amatissimi) Clippers sono avanti di un punto, 133-132, dopo una tripla dall’angolo di Marcus Morris ispirata dalla visione di Kawhi Leonard, che ha deciso di aggiungere anche gli assist al suo già nutrito bagaglio tecnico. Ora gli basta solo una difesa per portarsi sul 3-1 nella serie. Eppure, davanti al televisore, percepisco che quella eventualità (a me molto gradita) sia quanto mai impossibile da realizzarsi. La mia testa, con una discrepanza di qualche secondo, anticipa esattamente quello che succede dopo il time-out di Dallas.

Sulla rimessa di Dorian Finney-Smith, questi sono gli accoppiamenti: Paul George su Seth Curry, Reggie Jackson su Tim Hardaway Jr., Marcus Morris su Maxi Kleber e Kawhi Leonard su Luka Doncic. La sfera deve per forza arrivare nelle mani di Doncic, e molto si deve a due blocchi piazzati con maestria da Kleber; con il primo allontana Morris dalla zona più calda del parquet, inducendolo a seguire un taglio sul lato debole di Hardaway. Kleber vira subito dopo verso la punta dell’area, dove si trova Doncic, quindi scherma Leonard gettato al suo inseguimento; il cambio sistematico dei Clippers porta Jackson su Doncic. É esattamente ciò a cui Dallas puntava, ed è sempre ciò che, mio malgrado, immaginavo si sarebbe verificato.

Luka Doncic Had an Off Night. He's Still Special. - The New York Times
Doc Rivers (sulla destra) ha già una mezza idea dell’esito di questo tiro (foto di Kevin C. Cox/Getty images)

Da lì le immagini sullo schermo si succedono in una sequenza ineluttabile. Doncic riceve all’altezza del logo, gli basta una breve serie di palleggi per mandare fuori tempo Jackson, poi un passo indietro per mettere i piedi a posto e creare la giusta separazione. Infine il tiro, scoccato da nove metri, che termina la sua parabola attraverso la retina, mentre il tabellone si illumina di rosso. «Bang! Bang! It’s good! Doncic wins the game at the buzzer!», grida Mike Breen. Un’orda di canotte blu scuro si getta su di lui, fermo in mezzo al campo a liberare la sua energia con un urlo rabbioso. Dallas vince e riporta la serie in parità sul 2-2. Io, d’istinto, faccio come per inchinarmi sul tappeto davanti al divano, prima ancora di metabolizzare la triste sconfitta dei Clippers. Doveroso, di fronte al culmine di una prestazione for the ages.

A 21 anni, ma con cinque di carriera professionistica all’attivo, la maturità cestistica di Doncic lo pone già a un livello di elité nell’attuale Nba. La serie contro i Clippers, benché poi persa 4-2, ci ha detto che l’esito lineare della sua carriera dovrebbe garantirgli un posto nei livelli più alti della Piramide di Bill Simmons, qualora il nostro ci facesse il piacere di aggiornare il suo tomo (The Book of Basketball, la guida definitiva della Nba, che ahimè si ferma alla decisione di LeBron di portare i suoi talenti a South Beach).

NBA, LA Clippers-Dallas Mavericks 133-135 OT: Doncic leggendario vince  sulla sirena | Sky Sport
Release your energy (foto da SkySport.it)

La gara 4 di Doncic ha avuto l’effetto di un’epifania su di me, ma dubito di essere l’unico ad averla provata. Una simile manifestazione di talento ha messo in secondo piano il dispiacere per la sconfitta dei Clippers, ricordando che, oltre ai colori, si può provare una forma di fede superiore, che è quella nella bellezza del gioco e dei suoi interpreti.

Il tabellino finale recita 43 punti, 17 rimbalzi e 13 assist, a suggellare come Doncic abbia esercitato un dominio pressoché totale su ogni suo aspetto della partita, se si esclude il primo quarto e mezzo. Dalla metà del secondo quarto, con i Clippers sul 54-33, Doncic ha cominciato ad imporre il suo ritmo sull’incontro, e i compagni lo hanno seguito senza ribattere in alcun modo, quasi dimenticandosi dell’assenza di Kristaps Porzingis e dei problemi alla caviglia dello stesso Doncic. La rimonta di Dallas è potuta avvenire solo grazie alla sua lucidità in ogni singola scelta e alla fiducia instillata in chi giocava intorno a lui (eccetto gli avversari, lì valeva il contrario). Le soluzioni offensive sono variate in base ai momenti della partita e calibrate in base a ciò che gli ha concesso la difesa dei Clippers, così da prevenirne le contromisure in corso d’opera.

In molti casi, Doncic ha optato per l’attacco al ferro in penetrazione, sfruttando i suoi mezzi fisici e tecnici, insieme agli accoppiamenti per lui vantaggiosi propiziati dai blocchi dei compagni, ovvero tutti quelli che non lo abbiano costretto all’uno contro uno con Kawhi Leonard.

In questa situazione, Boban Marjanovic permette a Doncic di giocare in post con Jackson, impedendo ad Harrell di aiutare con un raddoppio. La facilità con cui taglia verso il canestro ha la parvenza di un movimento automatico e inarrestabile: alla notevole rapidità di piedi, unisce un sapiente uso del corpo per schermare il ritorno di Jackson, che è peraltro costretto al fallo sul canestro realizzato.

Qui invece la fisicità fa posto alla finezza. Benché accoppiato a Leonard, trova un corridoio a sinistra dell’area e trova i due punti infilandosi tra Kleber e Paul George con un elegantissimo euro-step.

Infine, nel suo penultimo possesso, fa valere nuovamente la superiorità sul malcapitato Jackson, dopo che Hardaway Jr. ha allontanato Leonard. La virata con cui conclude al ferro testimonia la sua eccellente padronanza di questo fondamentale, tanto che in stagione la sua percentuale in prossimità del ferro è 60.38 % (407/674), tra i dati migliori della lega per un non-centro.

La penetrazione non ha aiutato solo Doncic ad aggiornare il suo tabellino, ma ha aperto tante possibilità di tiro per i compagni, grazie alle sue doti di passatore che di fatto hanno punito ogni raddoppio della difesa. La visione a tutto tondo degli spazi del parquet ha premiato le ottime spaziature degli attacchi di Dallas, non a caso la squadra con il miglior Offensive Rating (punti su 100 possessi) della scosa stagione.

Queste due situazioni rendono bene l’idea di come abbia coinvolto i compagni sempre con i modi e i tempi giusti. Nella prima la difesa è collassata per intero verso l’area sbarrandogli la via per il ferro, lasciando inevitabilmente liberi gli angoli. La decisione di Doncic è istantanea e la palla per Hardaway ha la rotazione perfetta per un immediato catch-and-shoot.

Nella seconda, in cui cambia l’angolo ma non il ricevitore, stupisce come Doncic, pur attaccando il ferro così velocemente, riesca a vedere una simile linea di passaggio.

La misura del talento di Doncic si è vista nel modo in cui ha consentito ai compagni di dare il loro meglio, rendendo anche oltre le proprie possibilità. Solo così si può spiegare come Dallas, peraltro priva di Porzingis, abbia di fatto giocato alla pari per quasi tutta la serie contro un roster di ben altro spessore come quello dei Clippers, se si esclude gara 5 (154-111 per L.A.) l’unica a rispettare i rapporti di forza pronosticati. Tra i gregari, Trey Burke è forse quello a cui ha più giovato la presenza di Doncic: aggiunto in corsa all’organico di Dallas poco prima della ripresa nella bolla di Orlando, in gara 4 ha segnato 25 punti tirando 10/14 (4/5 da tre); in generale nella serie, se si esclude gara 1 (2 punti), ha tenuto 14.4 punti di media nelle successive cinque partite.

«Vede la partita in 6G. Non è 5G. È 6G. È un altro livello oltre il modo in cui la maggior parte delle persone lo vede. Un giocatore davvero, davvero speciale». A Rick Carlisle la rivelazione del talento di Doncic è di sicuro giunta prima che al sottoscritto, così come la consapevolezza del peso che è destinato ad esercitare nella lega per i prossimi anni. Alla sua prima esperienza nei playoff Nba, in cui comunque non andrebbe visto come un neofita, visti i trascorsi in Eurolega, Doncic ha saputo alzare ancora di più il livello sia suo che della squadra, mostrando un controllo magistrale di tanti aspetti del gioco. «Sappiamo che il ragazzo ha il fiuto per il dramma, è un artista così come un gran giocatore. È un ragazzo che vive per questi momenti e non ha per niente paura. Alla fine, si tratta solo di trovare un modo per mettere la palla nelle sue mani». Carlisle non ha paura ad affidargli tutte le responsabilità della squadra; con quella gara 4 Doncic ha dimostrato di valere la fiducia.

Ora come ora, non resta che aspettare una decina di giorni prima che tutto ricominci. Come di consueto, ESPN ha pubblicato la classifica dei 100 migliori giocatori della lega. Doncic è il quarto: nella griglia di partenza ha messo dietro Kawhi Leonard, Kevin Durant, Damian Lillard, Steph Curry e James Harden. Giusto per capire che oggi sono questi i termini di paragone con cui deve misurarsi. A differenza loro, però, lui ha ancora il tempo dalla sua parte. I Mavericks hanno migliorato il roster in off-season con l’aggiunta di uno specialista difensivo come Josh Richardson e si candidano ad un ruolo di mina vagante nell’iper competitiva Western Conference. Difficile pensare a qualcosa di più, ma i sogni non sono vietati, specie finché c’è Luka Doncic nel tuo roster. Lui intanto non pare intenzionato ad adagiarsi sugli allora di una superlativa (ma pur sempre una) serie di playoff. «Il mio giudizio sulla scorsa post-season non è certamente positivo perché non abbiamo vinto», ha detto qualche giorno fa, «Abbiamo commesso errori di giovinezza, ma quest’anno le cose andranno decisamente meglio. Ne sono convinto. Sono felice dei rookie che sono arrivati in squadra, possono fare molto bene».

Nell’attesa di vederlo con un ruolo di vertice nella Nba, la cosa migliore da fare è sedersi comodi davanti al televisore e godersi questo preambolo. Sarà un onore poter dire di esserne stati testimoni.

(in copertina, foto di USA Today Sports)

Pubblicato da Filippo Errico Verzè

Credo ferventemente che i sogni infantili si possano avverare. Il mio era, ed è, fare giornalista sportivo, all’incirca da quando ho capito di essere troppo scarso per fare il calciatore. Che altro? Ci sarebbe una conoscenza quasi enciclopedica dei Simpson, Griffin e affini, e la ferma convinzione che un live degli Swedish House Mafia non abbia nulla da invidiare ad un concerto di Mozart.

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