Il Re è nudo, viva il Re!

Detti e contraddetti sportivi ai tempi del coronavirus

“È del poeta il fin la meraviglia”: così nel Seicento Giambattista Marino invitava i suoi colleghi ad accendere la fantasia per affascinare lo spettatore. Quando quattro secoli dopo il governatore abruzzese Marsilio ha lanciato la sua personale fatwa agli sport di contatto firmando una delle più psichedeliche ordinanze a tema sportivo – e non solo – che l’umana scienza ricordi, i più maliziosi degli schiacciatori aquilani debbono avere vissuto un momento di sconforto: erano abituati a che all’invasione di campo venisse fischiato fallo. Ora, invece, la multa. Allo scoramento dei rugbisti e dei calciatori del territorio, disoccupati perché in sovrannumero in campo, si contrapponeva il redivivo entusiasmo dei feticisti del futsal: fino a cinque, tutto bene.

C’era una volta uno sport in cui i portieri sputavano nel palmo dei propri guanti per migliorare la presa con il pallone, e un altro in cui i pallavolisti saltavano a muro per contrastare lo schiacciatore avversario.  Oltre a ridisegnare i confini delle nostre esistenze, la pandemia di coronavirus è andata oltre: è riuscita, sia pure per un effimero istante, a ridefinire le regole stesse dello sport. E non si parla di accesso pubblico o di protocolli sanitari, ma delle norme di gioco vere e proprie, altrimenti istoriate e scolpite nella lapide: “I portieri dovranno sanificare i propri guanti con apposito gel prima, durante e dopo la partita. Sono altresì vietate le marcature a uomo e le scivolate. Per quanto concerne le modalità di svolgimento della pratica pallavolistica, è fatto obbligo di stazionare nella metà campo di pertinenza”, recitava la Legge. In God we Trust.

Accantonate le velleità avanguardistiche della Regione Abruzzo, ora che la seconda ondata della pandemia sta investendo non solo il mondo sportivo, ma anche tutto quello propriamente detto, è tuttavia interessante notare una capacità di adattamento delle istituzioni calcistiche che dinanzi alla minaccia del virus ha assunto connotati talora fantozziani. Varato il più immaginifico dei protocolli sanitari immaginabili, la Serie A è ripartita a stadi chiusi e microfoni aperti. La tragicommedia di Juve – Napoli, riedizione farsesca della tragica Cile – Urss’73, ha fatto da contraltare a un’iconografia che si è preoccupata di mettere al bando taluni simboli (basti pensare al divieto di strette di mano iniziale tra giocatori altrimenti avvinghiati in abbracci mortali in area di rigore) in nome del cosiddetto “buon esempio” da offrire all’ignaro uomo della strada.

Chiarissimo

Lo sport è specchio della società, forse il fenomeno sociale per eccellenza. Ecco, nell’epoca del “distanziamento sociale”, ha senso specchiarsi in questo cristallo appannato? Sviliire in questo modo la parte più nobile del nostro costume? Grande fan della Nazionale di Pozzo, Churchill amava affermare che “gli italiani vincessero le partite di calcio come fossero guerre, e perdessero le guerre come partite di calcio”. Si è detto che siamo in guerra contro il virus, giusto?

Dunque fermiamoci un attimo: e forse, chissà, eviteremo di festeggiare un tre a zero a tavolino come fosse un vaccino.

Pubblicato da Alessio Di Sauro

Che vuole fare il giornalista perchè non sa nè cantare nè ballare, che si ostina a parlare di contropiede e non di ripartenza, e che prima o poi scriverà la biografia di Breznev. Ma che ha anche dei difetti

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