L’anno della bolla

Ricorderemo il 2020 anche per l’esperienza di Orlando, con cui la Nba ha retto alla grande l’urto della pandemia. E se un giorno ne faranno un reality, non mancherà nemmeno la linea comica

Nel 2020 la pandemia da Covid-19 ha costretto tutto il mondo sportivo a reinventarsi. Tra tutte le varie realtà, la Nba è quella che ha proposto il progetto più ambizioso e, allo stesso tempo, quello con l’esito migliore. La bolla di Orlando, situata dentro il parco di Disneyworld, è stata un successo sotto ogni aspetto.

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I due artefici del successo della bolla (foto Getty Images)

Dalla ripresa del campionato il 31 luglio alla premiazione dei Los Angeles Lakers dopo gara 6 di Finals con i Miami Heat, il 12 ottobre, sono trascorsi 74 giorni e si sono giocate 172 partite. Numero di positivi al Covid: zero. Inoltre il commissioner Adam Silver ha affrontato come meglio non poteva lo sciopero di fine agosto, durante i playoff, promosso dai giocatori dei Milwaukee Bucks, per protestare contro la violenza della polizia verso le persone di colore, dopo il ferimento di Jacob Blake a Kenosha (Wisconsin). Il movimento Black Lives Matter ha così trovato nella Nba un megafono con cui far valere le proprie istanze.

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Infine c’è l’aspetto economico. La lega ha investito 180 milioni di dollari nel progetto della bolla; così ha evitato un 1.5 miliardi di perdite di mancati introiti televisivi. Tra pochi giorni si ripartirà con la stagione 2021/2022, sempre a porte chiuse, e ogni squadra tornerà nella propria arena. Se questo sarà possibile, molto si deve a quanto fatto a Orlando, dove la Nba ha dato prova di enorme solidità e capacità organizzative. Non scontato nel pieno di una pandemia mondiale.

Detto questo, ecco qualcosa di simpatico successo nel parco di Disneyworld. Cominciamo con il più clamoroso. Danuel House Jr, guardia degli Houston Rockets, è riuscito a farsi espellere dalla bolla per violazione dei rigidi protocolli anti-Covid legati ai contatti non necessari. Il nostro avrebbe invitato nella sua stanza del Gran Floridian Hotel (uno dei tre messi a disposizione delle 22 franchigie presenti) un’infermiera addetta ai tamponi, ma il “test” si sarebbe protratto per diverse ore. House ha dovuto lasciare la squadra nel pieno delle semifinali di Conference contro i Lakers, che i Rockets avrebbero comunque perso di lì a poco.

Ha aspettato lo scorso 3 dicembre per rilasciare le prime dichiarazioni pubbliche dopo il fatto, con un’intervista infarcita di luoghi comuni e frasi fatte, ovvero esattamente quello che ci aspetteremmo in una situazione simile. «Anzitutto vorrei scusarmi con la mia squadra, l’organizzazione e la proprietà per l’incidente accaduto nella bolla. Sono concentrato, me lo sono lasciato alle spalle. Nuovo anno, nuova stagione. Non vedo l’ora di crescere e migliorare. Vorrei sinceramente scusarmi anche con i fan. Se vi siete sentiti traditi da me, mi dispiace molto, mi scuso con tutti».

Prima di House, anche Lou Williams dei Los Angeles Clippers ha potuto fare poco contro il richiamo impellente della carne. Così è sgattaiolato via dalla bolla, come fa di solito con gli avversari in marcatura, ma anziché il canestro, stavolta la sua meta è stata un night club. Per lui niente espulsione (anche se per quello che poi ha fatto vedere in campo sarebbe cambiato poco), ma dieci giorni di quarantena e una squalifica di due partite, con annessa sospensione dello stipendio.

One photo shows NBA fans why Lou Williams went to strip club for wings
Sulle prime sembrava che lo “snitch” fosse Chris Paul, poi si è parlato pure di assistenti allenatori sorpresi in giro per la bolla con il binocolo in cerca di trasgressori, tutto davvero bellissimo

Passiamo a Dwight Howard, centro dei Lakers, protagonista soprattutto nei primi giorni dell’esperienza nella bolla. Sui social media ha pubblicato varie clip per mostrare al mondo la realtà di Orlando (similmente ad altri colleghi, su tutti il vlogger Matisse Thybulle dei Philadelphia 76ers). Il problema è che in nessuna di queste indossava una mascherina ed è stato quindi ripreso. Lui si è detto vittima del numero “verde” istituito dalla Nba per segnalare comportamenti rischiosi, ovviamente in via anonima. Non per niente fin da subito i giocatori lo hanno ribattezzato “Snitch Hotline”.

Infine, sempre Howard si è presentato ad un dj set a bordo piscina, organizzato dalla lega per festeggiare il primo sabato nella struttura. Per sua sfortuna, però, è stato anche l’unico. In generale la solitudine ha pesato su molti giocatori, come lo stesso Howard, e anche Paul George; entrambi hanno sofferto di depressione durante quelle settimane, come hanno poi rivelato. Anche loro, dunque, vittime di uno dei più importanti effetti collaterali del maggiore evento del 2020.

Pubblicato da Filippo Errico Verzè

Credo ferventemente che i sogni infantili si possano avverare. Il mio era, ed è, fare giornalista sportivo, all’incirca da quando ho capito di essere troppo scarso per fare il calciatore. Che altro? Ci sarebbe una conoscenza quasi enciclopedica dei Simpson, Griffin e affini, e la ferma convinzione che un live degli Swedish House Mafia non abbia nulla da invidiare ad un concerto di Mozart.

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