Pandemia e calcio: questione di bilancio

Poche entrate e uscite fisse: tutte le grandi società soffrono. E ora la Cina impone un tetto salariale ancora più basso.

L’impatto che la pandemia ha avuto sullo sport è stato devastante. Ormai siamo abituati a vedere gli stadi vuoti, senza tifosi che dalle curve intonano l’inno della propria squadra del cuore. Il campionato italiano è spalmato su tutta la settimana e le competizioni europee si giocano ogni sette giorni. Alla base di questo ritmo serrato c’è la prima ondata di Covid-19: dallo scorso febbraio partite rinviate e poi blocco totale del campionato per intere settimane. La stagione 2018/2019 si è conclusa a fine agosto, periodo in cui solitamente aveva inizio quella successiva. Così una compressione del calendario si è rivelata necessaria e inevitabile.

Andare comunque avanti. Questa è la filosofia che ha spinto le federazioni italiane, inglesi, spagnole e tedesche a decidere di terminare in estate lo scorso campionato e le competizioni europee. Un tentativo di limitare i danni che, probabilmente, non ha ottenuto appieno l’effetto desiderato. Accordi di sponsorizzazione messi in discussione a causa delle partite saltate e poi recuperate di corsa, stadi deserti, poco seguito anche da casa, tutti elementi che hanno aggravato i bilanci soprattutto delle società più importanti. Per esempio, se l’Inter poteva vantare della media più alta di pubblico allo stadio (superiore a 60mila), da giugno si è ritrovata senza entrate dalle biglietterie. Mancanza più sentita da chi, come la Juventus, ha uno stadio di proprietà.

La chiusura del bilancio di una società calcistica è fissa al 30 giugno. Lo slittamento del termine delle attività agonistiche al 31 agosto ha comportato il rinvio contabile dei diritti TV e sponsorizzazioni per circa la metà del totale, aumentando così le perdite al bilancio 2018/2019. Mentre le entrate hanno subito una brusca frenata, le uscite rimangono fisse e richiedono strategie innovative. Non poche squadre hanno optato per il rinvio del pagamento degli stipendi dei calciatori, o comunque una rateizzazione. Solitamente sentiamo parlare di cifre esorbitanti che girano nel mondo del calcio, ma queste sono possibili solo grazie a sponsor, vendita del marchio e progettualità anche in chiave mercato. Se anche uno di questi ingranaggi si inceppa, la macchina rischia di non poter più proseguire il suo viaggio.

La questione economica non ha confini, e non riguarda di certo solo l’Italia. La Federcalcio cinese ha imposto un limite ai contratti che le società potranno stipulare dal prossimo anno. Già l’anno scorso gli stipendi dei giocatori stranieri non potevano superare i 3 milioni netti, ora dovranno scendere sotto i 3 milioni lordi. Per i calciatori cinesi si parla di un tetto ancora più basso: circa 630mila euro, quindi 5 milioni di yuan. Perciò dal prossimo anno sarà più difficile vedere i campioni europei e sudamericani migrare in Cina attratti da cifre stratosferiche. Tra i calciatori più importanti e recenti a scegliere questa strada è stato il brasiliano Oscar. Classe ’91, ha giocato quattro stagioni nel Chelsea vincendo il campionato due volte e l’Europa League per poi accettare (come il connazionale Hulk prima di lui) la corte dello Shanghai SIPG: cartellino pagato 60 milioni di euro, e stipendio pari a 24 milioni annui.

Tra gli italiani che giocano, o hanno giocato in Cina non possiamo non citare: Damiano Tommasi, Eder, Alessandro Diamanti, Alberto Gilardino, Stephan El Shaarawy, Gabriel Paletta, e Graziano Pellè. Quest’ultimo figura tra i più ricchi al mondo con un contratto 15 milioni di euro annui e che, essendo in scadenza e visto il nuovo tetto salariale, potrebbe presto tornare in serie A.

Pubblicato da Enrico Spaccini

Aspirante giornalista, scrivo di ciò che attira la mia attenzione. Sempre alla disperata ricerca di continuità e stabilità.

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