Liverpool-Tottenham 2-1: l’analisi

I Reds, ora primi da soli, hanno controllato il gioco, ma agli Spurs di Mourinho non sono mancate le occasioni

«Ho detto a Klopp che la squadra migliore è quella che ha perso», ha spiegato José Mourinho nella conferenza post-partita. L’allenatore del Liverpool, quando questa frase l’ha sentita in prima persona, ha reagito sorridendo stranito. Il sorriso perché non può essere altrimenti dopo essere saliti al primo posto solitaria con una vittoria a 90’. Lo straniamento perché il piano del gioco è stato in mano ai suoi per larga parte della partita.

Il sorriso stranito di Klopp

Oltre al 76% di possesso, che come sempre vuol dire tutto e niente, i Reds hanno tirato 11 volte in porta contro le 2 degli Spurs, costringendoli a trincerarsi nella loro metà campo, come si vede in questa heat map, che confronta le zone di gioco delle due squadre.

La partita ha in gran parte rispettato le previsioni della vigilia. Il Tottenham ha lasciato del tutto l’iniziativa al Liverpool, provando a inquinarne la manovra. Mourinho non è certo nuovo a strategie di questo tipo e già al Manchester United aveva saputo anestetizzare Klopp (vedi questi due 0-0 ad Anfield nel 2016 e nel 2017). Stavolta con gli Spurs ha cercato soprattutto di disturbare la circolazione sulle fasce. A sinistra, dove i Reds hanno attaccato di più (44% delle azioni), Moussa Sissoko si stringeva verso Serge Aurier per limitare gli inserimenti di Andrew Robertson e il suo dialogo con Sadio Mané. Questo apriva l’half space agli inserimenti di Georgino Wijnaldum e Curtis Jones, ma a quel punto arrivava Pierre-Emile Hojbjerg in copertura.

Aurier ha giocato un’ottima partita, garantendo notevole solidità sul suo lato (ANSA/Jon Super)

Per aprire le barricate del Tottenham, il Liverpool ha dovuto giocare all’intensità massima, come sempre, specie se ad Anfield e con la Kop tornata a incitare i suoi beniamini. La corsa e il pressing sono però inutili senza un piano ragionato e contro un avversario che intasa tutti gli spazi.

I Reds applaudono per commemorare Gerard Houllier, morto il 14 dicembre, che qui ha allenato dal 1998 al 2004 (ANSA/Clive Brunskill)

La scelta di Klopp è stata sfruttare i movimenti Mohamed Salah e Roberto Firmino, che spesso si allontanavano dall’area avversaria per ricevere. L’attaccante brasiliano, in particolare, è maestro nel creare spazi spostandosi lungo l’intera trequarti e servire i compagni tra le linee. Nel primo gol dei Reds è lui ad attirare su di sé Hojbjerg e a liberare Jones con un rapido triangolo. Il giovane centrocampista può così avanzare fino al limite dell’area, prima di servire l’assist a Salah.

Contro il Tottenham Firmino ha confermato di essere tornato ai suoi livelli più consoni, dopo un lungo periodo di appannamento nel post-lockdown. Il tabellino recita 4 tiri nello specchio su 5 tentati, 2 passaggi chiave. E il gol della vittoria a 90’. Con un pregevole terzo tempo sul corner di Robertson, sovrasta Toby Alderweireld e spedisce la sfera all’incrocio alla destra di Hugo Lloris. Subito dopo sfoga la sua adrenalina correndo fino al lato opposto, per ricevere l’abbraccio della Kop.

ANSA/Peter Powell

Il Tottenham, comunque, non ha avuto solo un ruolo passivo nella partita. Nel secondo tempo Mourinho ha fatto alzare il baricentro, avanzando la posizione di Giovanni Lo Celso, Steve Bergwjin e Heung-Min Son. Dal 4-4-2 della prima frazione, gli Spurs sono passati al 4-2-3-1: la loro pericolosità offensiva è aumentata in modo sensibile, pur continuando a lasciare al Liverpool il controllo del gioco.

Mourinho può di certo recriminare per tre occasioni nitide nella ripresa, due con Bergwjin e una con Harry Kane, talmente uguali tra loro da sembrare frutto di un bug del sistema. In tutte e tre le situazioni è bastata una palla filtrante in verticale per mandare gli attaccanti di fronte ad Alisson.

Le parole dello Special One

Così è nato anche il gol del momentaneo pareggio di Heung-Min Son, su assist di Giovanni Lo Celso, tenuto in gioco per pochi centimetri da Rhys Williams, al suo esordio in Premier League. La difesa del Liverpool concede molto spazio dietro dietro la propria linea, ma questo è connaturato nel sistema di Klopp, che vuole i centrali almeno sulla linea di centrocampo per facilitare la riconquista della sfera e creare un loop continuo di azioni d’attacco, come si è visto anche col Tottenham.

Quando gli avversari riescono a ripartire però, la difesa deve rientrare con rapidità, e qui la capacità nelle letture diventa fondamentale. In queste i Reds avrebbero due interpreti di caratura mondiale come Joe Gomez e soprattutto Virgil Van Djik, entrambi fuori per l’intera stagione. Né Fabinho, né Williams (o Matip) hanno le qualità per fare lo stesso tipo di lavoro.

E la risposta di Klopp

Mourinho ne era ben conscio e ha cercato di sfruttare sistematicamente il principale punto debole del Liverpool. È curioso come abbia avuto successo con l’unica vera azione d’attacco del Tottenham nel primo tempo. Nel secondo, quando ha provato ad alzare il baricentro, è mancata la concretezza sotto porta ed è sfumata la possibilità di interrompere la striscia record di imbattibilità casalinga dei Reds (66 partite).

Qual è stata allora la squadra migliore? A supporto della tesi di Mourinho c’è il dato degli Expected Goals (gol che ci aspetterebbe che una squadra segni in base alla qualità dei tiri effettuati, stabilita da diversi parametri), favorevole al Tottenham: 1,52 a 1,22. Ma come i dati sul controllo del gioco, di gran lunga dalla parte dei Reds, si parla di numeri che nella singola partita hanno un significato molto relativo.

Mourinho è ben conscio del valore della sua squadra, e sa che il Liverpool è ancora ad un livello superiore. Non tanto per la qualità dei singoli, quanto per la solidità del sistema di gioco, il più efficace in Premier League da ormai due anni e che non sembra risentire troppo dei tantissimi infortuni di questo inizio di stagione.

ANSA/Clive Brunskill

La chiave sta tutta in un numero. «Questo Liverpool è il risultato di, se non erro, 1.894 giorni di lavoro con Klopp», aveva detto Mourinho alla vigilia, «Io invece lavoro con questi giocatori da 390 giorni, anzi 300 se togliamo i giorni a casa in quarantena. Per noi essere anche solo capaci di giocarcela a quel livello è qualcosa che mi rende davvero felice».

Mourinho ha costruito la propria figura sull’aspetto comunicativo: ogni dichiarazione serve ad accentrare l’attenzione su di sé a vantaggio della squadra, che può lavorare con serenità senza pressioni esterne. Così, tra le altre cose, ha vinto la Champions League con Porto e Inter. Intanto sta riuscendo a dare un’identità al Tottenham, cosa non semplice dopo l’addio di Pochettino e la scorsa difficile stagione. Finora gli Spurs sono stati, tra le grandi della Premier, quella con più continuità, meglio anche dello stesso Liverpool (solo una vittoria in trasferta). Se Mourinho li ritiene «la squadra migliore», forse è perché sa che quest’anno, per il titolo, gli Spurs sono una valida candidata.

Pubblicato da Filippo Errico Verzè

Credo ferventemente che i sogni infantili si possano avverare. Il mio era, ed è, fare giornalista sportivo, all’incirca da quando ho capito di essere troppo scarso per fare il calciatore. Che altro? Ci sarebbe una conoscenza quasi enciclopedica dei Simpson, Griffin e affini, e la ferma convinzione che un live degli Swedish House Mafia non abbia nulla da invidiare ad un concerto di Mozart.

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