The Secret of Basketball

O cosa ci vuole per mettere un anello al dito. E poi un altro l’anno dopo. E così via

“30 teams, one dream”.

Non molti anni fa era lo slogan ufficiale della Nba, a simboleggiare che alla partenza sono sempre in tanti, ma a giugno (o ottobre, non si sa mai) a festeggiare è solo una. Con buona pace delle altre sette/otto squadre che al via della stagione si fregiano dello status di contendenti al titolo, per ritrovarsi poi con un pugno di mosche in mano. Eppure anche loro credono di potercela fare, che quello sia finalmente l’anno buono.

Di esempi ce ne sono a volontà. I Phoenix Suns dal 2004 al 2007, guidati da Steve Nash e da coach Mike D’Antoni, che con il suo “Seven seconds or less” ha rivoluzionato il gioco del basket. In quel periodo ha vinto tanti titoli quante le Finals disputate, cioè zero (qualche infortunio di troppo nei momenti decisivi non ha aiutato, va detto). Le sue idee sarebbero state poi riprese, con esiti molto più fortunati, dai Golden State Warriors.

Andando più indietro, ci sarebbero svariate franchigie che, per buona parte degli anni ’90, si sono viste negare l’ebbrezza della vittoria dalla presenza sui parquet di Michael Jordan: ancora i Suns, i Seattle Supersonics e soprattutto gli Utah Jazz del duo Stockton-Malone.

In effetti contro il migliore di sempre puoi fare gran poco

Consideriamo l’ultimo decennio e immaginiamo che Adam Silver, succedendo al compianto David Stern nel 2014, abbia introdotto il trofeo “Quest’anno è il nostro anno” (sponsorizzato da: Scuderia Ferrari). Giusto per onorare chi l’altro trofeo, il Larry O’Brien, proprio non ce la fa ad alzarlo, pur con tutti i buoni propositi del mondo. Ecco l’albo d’oro di questa realtà alternativa:

  • 2013-14: Los Angeles Clippers
  • 2014-15: Los Angeles Clippers
  • 2015-16: Oklahoma City Thunder
  • 2016-17: non assegnato (la vittoria di Golden State in finale contro i Cleveland Cavaliers era davvero l’unico scenario possibile di quella stagione)
  • 2017-18: Houston Rockets (anche loro con D’Antoni in panchina)
  • 2018-19: Milwaukee Bucks
  • 2019-20: Los Angeles Clippers

Il modo in cui i Clippers si sono squagliati negli ultimi playoff, dentro la bolla di Orlando, è l’emblema della differenza tra l’essere molto forti e l’essere vincenti. A inizio anno quasi tutti gli esperti li davano come super favoriti: il roster più profondo della lega aveva aggiunto due star come Paul George e Kawhi Leonard, fresco di titolo con i Toronto Raptors. Una squadra all’apparenza invincibile, eccellente sia in difesa che in attacco, ha perso le Semifinali di Western Conference con i Denver Nuggets dopo essere stata avanti 3-1 nella serie (e sciupando 15 punti di vantaggio in gara 5, 19 in gara 6, 12 in gara 7).

Sempre nella bolla, si può applicare lo stesso discorso ai Milwaukee Bucks di Giannis Antetokounmpo. Assoluti dominatori in regular season, anche loro eliminati in semifinale, a Est, dai Miami Heat; un’ottima squadra sì, come i Nuggets, ma di certo né una né l’altra avevano iniziato la stagione con grosse velleità di titolo.

Nella Nba volere non è quasi mai potere. Esiste un metodo che garantisca la vittoria? Oggi vanno per la maggiore le superstar che si cercano, formando poche super squadre in cui è concentrata buona parte del talento della lega. Così hanno fatto Leonard e George ai Clippers, Kyrie Irving e Kevin Durant ai Brooklyn Nets, James Harden e Russel Westbrook agli Houston Rockets.

E anche chi da Orlando è uscito vincitore: il duo LeBron James – Anthony Davis è quello che ha funzionato di più la scorsa stagione. Per formarlo, i Lakers hanno di fatto smantellato il nucleo di giovani talenti su cui puntavano da tre stagioni (Brandon Ingram, Julius Randle, Lonzo Ball, Josh Hart), cedendolo ai New Orleans Pelicans in cambio di Davis. Il GM Rob Pelinka ha poi costruito un roster equilibrato per valorizzare le sue superstar, ricco di elementi esperti con Rajon Rondo e Dwight Howard e di gregari come Danny Green, Markieff Morris e Alex Caruso.

Intanto per lui sono quattro. EPA/ROBERT GAUTHIER

LeBron e Davis si sono fin da subito integrati a meraviglia, trovando schemi efficaci e alternandosi nella gestione dei possessi senza causare conflitti d’ego. Il loro perfetto incastro è stata la chiave per la vittoria. Invece, il duo Leonard – George non è mai riuscito a trovare la stessa alchimia, come ha testimoniato il gioco stantio dei Clippers nei momenti decisivi della serie con i Nuggets. Come si può spiegare questa differenza? Cosa hanno avuto i Lakers in più dei Clippers, Bucks, Rockets, Celtics, Raptors, e via dicendo?

La risposta: conoscevano Il Segreto. Così, almeno credo, risponderebbe Bill Simmons, il principale opinionista sportivo americano, per anni penna di punta a ESPN e oggi direttore di The Ringer, sito di sport e cultura pop (da lui fondato). Simmons spiega cos’è in The Book of Basketball, la sua guida definitiva all’universo Nba, uscita nel 2010, che consiglio caldamente ad ogni appassionato di basket come regalo di Natale.

A rivelargli la natura de Il Segreto è l’Hall of Famer Isiah Thomas (campione Nba nel 1989 e nel 1990 con i Detroit Pistons), mentre i due si trovavano a bordo di una piscina “all’europea” di Las Vegas.

«The secret of basketball is that it’s not about basketball».

Thomas ricorda la stagione del 1989. Da due anni i Pistons si bloccavano a pochi metri dal traguardo: nel 1987 contro i Celtics e nel 1988, alle Finals, con i Lakers. La squadra prometteva comunque bene: Thomas guidava il gruppo più tosto della lega a livello difensivo, che faceva del gioco duro il suo tratto distintivo. Dennis Rodman, Vinnie Johnson, Bill Laimbeer, Joe Dumars, Adrian Dantley, John Salley; i più li conoscono come i Bad Boys, coloro che per diverse stagioni impedirono (letteralmente) a Michael Jordan di spiccare il volo, eliminandolo a ripetizione dai playoff. La loro forza stava tutta nel gruppo, non avendo nessuno che spiccasse nelle statistiche globali.

Nel 1989, il GM Jack McCloskey aveva deciso di cedere Dantley ai Dallas Mavericks in cambio di Mark Aguirre e una scelta al draft. Uno dei leader del roster veniva sostituito con un giocatore di fascia medio-bassa. Ai Pistons serviva dare più minuti a Rodman, perché capace di difendere qualunque tipo di avversario, ma Dantley non era d’accordo. Così avevano scelto di sacrificarlo, per non compromettere la loro chimica di squadra, e quello stesso anno arrivò il loro primo titolo.

Simmons nota un dato molto interessante: nel playoff del 1988, Dantley e Rodman insieme producevano 26,5 punti e 11,6 rimbalzi a partita. La primavera successiva, con Aguirre, i punti complessivi scesero a 18,4, ma aumentarono i rimbalzi (14,4). I Pistons si sono privati di circa 8 punti a partita, compensati da una migliore difesa e presenza sotto il tabellone; in questo modo, hanno vinto l’anello.

In generale, mettere il proprio ego in secondo piano per il bene della squadra non sembra una cattiva idea per chi aspira ad arrivare fino in fondo. «Spesso, nella nostra squadra, era difficile dire chi fosse il migliore della partita», spiega Thomas, «Perché ognuno aveva fatto qualcosa di buono: è questo che ci rende così forti. Le altre squadre dovevano stare attente a otto, nove giocatori, anziché due o tre. Era l’unico modo di vincere. Ma è servito anche creare un ambiente che non accettasse la sconfitta».

Il Segreto è qualcosa che va oltre il basket in sé. Va oltre le statistiche, le stesse di cui molti giocatori si servono per alzare il loro valore di mercato durante la free agency e ricevere corposi aumenti salariali. Si tratta di guardare al valore del singolo in base ai benefici che dà alla squadra. «Nel basket tutto dipende da come vengono distribuiti i tiri, da come coesistono i giocatori e da quanti minuti restano in campo», spiega Simmons, «Una squadra è come una storia d’amore: quando funziona, te ne accorgi, quando va male, pure». Il Segreto non è un vademecum con regole prestabilite e per capirlo basta guardare bene le squadre che tendiamo a considerare “vincenti”.

EPA/ROBERT GAUTHIER

Prendiamo i Lakers 2019-20. A guidarli c’è LeBron James: il suo ruolo è cruciale non tanto per la sua media punti (25,3 ppg comunque), quanto per la capacità di migliorare i compagni, tenendo sempre alta la loro competitività. A supporto serve uno come Anthony Davis, un giocatore d’elité senza manie di protagonismo, su cui fare affidamento nei momenti giusti (come gli ultimi secondi di gara 2 contro i Nuggets). Da qui si completa il roster con buoni gregari (Howard, Rondo, Green) e uomini spogliatoio (Caruso, McGee), sempre in linea con le direttive di coach Frank Vogel.

Non può certo mancare una buona dose di fortuna, quella che ti permette di essere più in forma delle altre ai playoff. Alle Finals, i Lakers partivano davanti ai Miami Heat, ma forse avrebbero sofferto di più senza gli infortuni di Bam Adebayo e Goran Dragic. Lo stesso vale per il titolo dei Toronto Raptors di un anno prima. I playoff sono da sempre una sfida a chi resta in piedi per ultimo; non si tratta solo di dire chi è infortunato e chi no, ma anche chi riesce a giocare meglio nonostante gli acciacchi accumulati per l’intera stagione.

I Lakers di LeBron e Davis, nella Nba dei super-team, sono arrivati davanti a tutti grazie al Segreto. Questo non significa che sarà una loro esclusiva per la stagione che verrà; squadre come gli Heat e i Nuggets sono lì a dimostrarlo. Non è nemmeno escluso che venga colto da chi finora non l’ha mai compreso. Infine, gli stessi Lakers dovranno stare attenti a quella che Pat Riley, nel suo libro Show Time, chiama “Disease of more”. Ovvero quello che succede a una squadra che vince un anno e poi quello dopo ogni giocatore pretende più minuti, più tiri e più soldi. Spesso questa “malattia” ha frenato potenziali dinastie (quanti titoli in più avrebbero vinto i Lakers di inizio 2000 senza la faida tra Kobe e Shaq?).

Quello che tutti bramano. EPA/ROBERT GAUTHIER

«Eravamo una squadra di specialisti e, in quanto tale, la nostra performance dipendeva tutta dal talento individuale e dal lavorare bene insieme. Tutti noi capivamo di dover completarci l’uno con l’altro e cercavamo di trovare i modi più efficaci per farlo. Quei Celtics giocavano insieme perché sapevamo che era il modo migliore per vincere». A dirlo è Bill Russell, che in 13 anni di carriera ha vinto 11 titoli.

«È più difficile difenderlo che vincerlo. Dopo che hai trionfato una volta, alcuni giocatori chiave diventano scontenti del loro ruolo, e non è semplice tenere a mente ciò che serve per vincere di nuovo. Inoltre non puoi contare sullo stesso entusiasmo che ti ha fatto scalare la vetta la prima volta», e conclude, «Quando trovi qualcuno che a 35 anni sopporta il dolore e ha ancora energia per vincere, hai trovato un campione».

Pubblicato da Filippo Errico Verzè

Credo ferventemente che i sogni infantili si possano avverare. Il mio era, ed è, fare giornalista sportivo, all’incirca da quando ho capito di essere troppo scarso per fare il calciatore. Che altro? Ci sarebbe una conoscenza quasi enciclopedica dei Simpson, Griffin e affini, e la ferma convinzione che un live degli Swedish House Mafia non abbia nulla da invidiare ad un concerto di Mozart.

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