Qualche assaggio del Natale Nba

Il ritorno di Durant, la forza dei Lakers, la desolazione di Golden State: spunti vari dalla maratona natalizia della Nba

Per ogni appassionato di basket, il giorno di Natale è condivisione, riflessione, rivedere i propri cari e, dalle 18 in poi, sbolognarli perché c’è la maratona Nba. Anche nel nefasto 2020, questo appuntamento si è svolto come da tradizione, strano a dirsi. Il virus non ci ha tolto le consuete 12 ore di partite, aperte da Miami Heat – New Orleans Pelicans nel tardo pomeriggio, per arrivare alle sei di mattina con Denver Nuggets – Los Angeles Clippers, appannaggio dei veri eroi.

In tempi normali, l’abbuffata natalizia di partite arriva dopo due mesi e mezzo di regular season e serve capire a che punto sono le squadre scese sul parquet. Insomma, è il momento giusto per sparare le prime sentenze, dimenticando che quella di Natale è una di 82 partite prima dei playoff. Quest’anno, purtroppo o per fortuna, non si potrà fare. Difficile dare giudizi su squadre al secondo impegno ufficiale della stagione. Peraltro, il programma del Christmas Day non ha offerto partite che ricorderemo anche nel 2030. In tutte e cinque la squadra poi vincitrice ha toccato vantaggi di 20 o più punti e, in generale, nessun pronostico della vigilia è stato ribaltato. Ciò non significa che non siano emersi spunti interessanti. Appunto di spunti si parla, di indicazioni fugaci che avranno più significato nelle prossime settimane. Il Natale Nba versione 2020 è stato un buffet di soli assaggi; le portate principali poi, con calma, arriveranno.

Il ritorno di KD e il messaggio dei Nets

Al TD Garden di Boston, abbiamo riassaporato il talento sconfinato di Kevin Durant, a 18 mesi dall’infortunio al tendine d’Achille di gara 5 delle Finals 2019. Lo spettacolo inizia davvero nel terzo quarto. Dopo un primo tempo tutto sommato anonimo, in cui mette comunque 9 punti, Durant prende in mano l’attacco dei Brooklyn Nets, dando loro il vantaggio decisivo che spegne ogni velleità di vittoria dei Boston Celtics. Nel terzo parziale i punti per lui sono 16 (6 su 7 al tiro,2 su 2 da tre), ma è come li fa che impressiona. La pulizia del rilascio, il controllo del corpo, la rapidità di gambe, non sembra nemmeno che abbia passato uno degli infortuni più pesanti in assoluto per un cestista. Come quando a metà terzo quarto porta Grant Williams a spasso per la linea da tre punti, prima di arrestarsi sulla punta centrale, inarcarsi leggermente con il busto all’indietro e lasciar partire un tiro che, leggero come l’aria, viola la retina.

Il ritorno di Durant, e di tante giocate come questa, è una rara luce di questo buio 2020 ma, un po’ come l’arrivo dei vaccini per il Covid-19, ci fa guardare con fiducia al 2021.

Nello schiacciante 123-95 dei Nets a Boston non c’è solo Durant, ma anche Kyrie Irving, top scorer di serata con 37 punti e un esaltante 7 su 10 da tre punti. Dopo aver giocato solo 20 partite la scorsa stagione, pure lui ha approfittato della visibilità data dall’occasione per ricordare alla Nba di esserci ancora e prendersi al contempo una rivincita sulla sua ex squadra, con cui non si era proprio lasciato benissimo. Al TD Garden si è rivisto il classico repertorio di cross-over, tiri costruiti dal palleggio, attacchi veloci al ferro in transizione, senza risparmiarsi con gli assist, 8 in totale, tra cui questo per l’alley oop di Deandre Jordan.

Da Irving e Durant sono arrivati 66 punti; nel terzo quarto, decisivo per l’allungo dei Nets, ne hanno segnati 25, contro i 23 complessivi dei Celtics. Merito del loro immenso talento individuale, ma anche delle ottime spaziature di una squadra che ha alternato attacchi ragionati a tiri presi nei primi secondi del possesso. Il lavoro di coach Steve Nash, all’esordio su una panchina Nba, sembra dare buoni segnali, specie se al suo fianco c’è Mike D’Antoni, non proprio l’ultimo arrivato.

Dei Nets ha colpito anche l’organizzazione difensiva, in cui l’intero quintetto si stringeva a coprire il centro dell’area per invitare i Celtics allo scarico all’angolo, per poi chiudere sul tiratore con dei close-out molto spesso efficaci. In questo modo il giro palla degli avversari non riusciva a trovare grandi vantaggi, costringendoli spesso a tiri forzati di bassa qualità. Nel secondo tempo, mentre i Nets trovavano punti con facilità, la principale soluzione dei Celtics erano gli isolamenti di Jayson Tatum e Jaylen Brown (comunque autori rispettivamente di 20 e 27 punti). Il primo, in particolare, è stato limitato dalla marcatura di Durant, che ha dato prova di notevole abnegazione anche nella metà campo difensiva.

Anche a voi e famiglia

Contro Boston, i Nets hanno lanciato un primo segnale alla lega. L’integrazione tra Durant e Irving sembra promettere bene, così come l’impianto complessivo della squadra. Per l’amalgama completa ci vorrà del tempo. «Molte giocate sono ancora di puro istinto e QI cestistico», ha notato Durant nel post partita, «C’è ancora da lavorare. A inizio partita abbiamo concesso tanti rimbalzi offensivi e palle perse. Se interverremo su questo, saremo più solidi».

L’organizzazione di Miami e i limiti di Zion

Nel match delle 18 italiane, i Miami Heat, campioni in carica della Eastern Conference, non hanno avuto grossi problemi contro i New Orleans Pelicans. Si è rivista la solita organizzazione corale della squadra di coach Erik Spoelstra, tra le più profonde della lega. Con Jimmy Butler a mezzo servizio (e fuori per tutto il secondo tempo) sono in 6 ad andare in doppia cifra. Spicca Duncan Robinson, autore di 23 punti con 7 triple, 6 delle quali nel primo tempo (record nel giorno di Natale; un giorno lo capirò anch’io il senso di queste statistiche). Si conferma letale nei tiri in catch-and-shoot, che l’anno scorso realizzava con il 46,2%, migliore della Nba.

Guardate soprattutto i suoi movimenti senza palla e la rapidità con cui si coordina per il tiro

A fare la differenza per Miami è stato anche l’impatto dalla panchina di Goran Dragic (18 punti e +21 per i suoi con lui in campo) e del rookie Precious Achiuwa. Oltre ad avere un nome bellissimo, si è fatto trovare pronto su entrambi i lati del campo, rimanendo sul parquet per quasi tutto il quarto finale. In difesa ha lavorato molto bene su Zion Williamson, reggendo in modo egregio il contatto nei suoi tentativi di penetrazione, benché questi fossero spesso sconclusionati.

Immagina prendere uno sfondamento da Zion. EPA/RHONA WISE

Williamson, atteso come The Next Big Thing della Nba, ha sì segnato 31 punti, ma sembra che faccia ancora troppo affidamento sui suoi assurdi mezzi fisici, a discapito di un certo raziocinio nelle scelte di gioco. D’istinto, attacca il ferro come un bulldozer, saltando come se al posto del parquet ci fosse un tappeto elastico. Però non sempre è la soluzione migliore; la selezione dei tiri è l’aspetto su cui più deve lavorare se vuole rispettare le enormi attese di tutti, ma senza forzare troppo (ha pur sempre all’attivo 26 partite in Nba). Intanto a guidare i Pelicans c’è Brandon Ingram; contro Miami 28 punti e diversi lampi di puro talento.

LeBron vs Luka

Il main event della maratona è andato in scena allo Staples Center di Los Angeles alle 2 di notte italiane e, francamente, ha deluso le aspettative. I Lakers hanno controllato dall’inizio alla fine, sfruttando le gentili concessioni della difesa dei Dallas Mavericks (53-27 il computo dei rimbalzi a favore dei gialloviola). L’atteso duello tra due candidati al prossimo MVP, LeBron James e Luka Doncic, non ha dato grande spettacolo, a eccezione di un meraviglioso fadeaway con virata di LeBron, principale highlight della partita.

Dall’altra parte, Doncic sembra ancora lontano dalla forma migliore, pur segnando 27 punti. Ha cercato con troppa insistenza la penetrazione in area, per poi scaricare sugli angoli o attaccare il ferro. I Lakers sono riusciti a limitarlo difendendo con attenzione e lucidità. Servirà trovare soluzioni diverse per rispondere agli adeguamenti in corsa degli avversari, ma il talento per farlo non manca di certo a Doncic (e qui ne avevamo parlato).

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Non sembra molto contento. Via Nba on ESPN

Nei gialloviola, oltre ai 22 di LeBron e i 28 di Anthony Davis, ci sono 40 punti complessivi per i nuovi arrivati, Dennis Schroeder e Montrezl Harrell. «Ora abbiamo quattro, cinque giocatori che possono segnare 20 punti a serata», ha commentato soddisfatto LeBron, «Finché difendiamo e teniamo alta l’efficienza, è una cosa bellissima da vedere». L’aggiunta di Schroeder e Harrell permetterà alle due superstar dei Lakers di tirare un po’ il fiato durante la regular season, una manna dal cielo dopo lo sforzo degli ultimi playoff.

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90 punti totali per LeBron, Davis, Harrell e Schroeder, not bad. Via SportsCenter
La sofferenza di Curry e la chimica dei Clippers

Gli ultimi assaggi del buffet natalizio della Nba arrivano da Milwaukee e da Denver. I Bucks, dopo l’esordio stentato con i Celtics, sono tornati al consueto regime da regular season, massacrando i Golden State Warriors per 138-99. Steph Curry, al ritorno dopo più di un anno, è parso sconsolato dalla desolazione tecnica della sua squadra, come si è notato anche dal suo linguaggio del corpo. L’unico a far vedere qualcosa di interessante è stato James Wiseman, seconda scelta dell’ultimo draft: oltre a un notevole atletismo, la sua meccanica di tiro è sembrata già molto pulita (3 su 4 dalla lunga distanza contro i Bucks). Per il resto, difficile vedere questi Warriors tra le prime otto squadre della Western Conference, e Curry, pur con tutto l’impegno del mondo, da solo non può fare miracoli.

Il talento è sempre quello comunque

Il Natale Nba si è chiuso al Pepsi Center di Denver, dove i Clippers si sono vendicati (si fa per dire) contro i Nuggets, vincendo 121-108, rischiando l’ennesima rimonta nel quarto finale. Rispetto allo scorso anno, in cui la chimica di squadra della squadra di L.A. era stata molto carente, la sfera si è mossa di più in attacco: ben 32 canestri sono arrivati da assist. Le migliori spaziature offensive hanno aiutato e non poco il giro palla, soprattutto grazie ai movimenti ad aprire il campo del neo-acquisto Serge Ibaka, spesso posizionato lungo l’arco dei tre punti. Evitare un gioco stagnante è l’obiettivo di coach Tyronne Lue (e del suo nutrito staff tecnico), che pare voler proporre addirittura situazioni di attacco a triangolo, incentrate su Kawhi Leonard. Lo stesso che, sul finire della partita con i Nuggets, è stato vittima di una gomitata fortuita di Ibaka. La scena dai toni splatter (che i curiosi troveranno qui) di lui accasciato a terra con la bocca sanguinante (8 punti di sutura) è stata l’istantanea finale del Natale Nba versione 2020.

Pubblicato da Filippo Errico Verzè

Credo ferventemente che i sogni infantili si possano avverare. Il mio era, ed è, fare giornalista sportivo, all’incirca da quando ho capito di essere troppo scarso per fare il calciatore. Che altro? Ci sarebbe una conoscenza quasi enciclopedica dei Simpson, Griffin e affini, e la ferma convinzione che un live degli Swedish House Mafia non abbia nulla da invidiare ad un concerto di Mozart.

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