Le dieci gare migliori di Michael Schumacher – Parte 1

Le gemme più luminose della corona dell’Imperatore

Il Gran Premio di Portimão 2020 ha rappresentato il teatro di un evento che in pochi avrebbero ritenuto possibile. Sul circuito lusitano Lewis Hamilton ha superato il numero di successi di Michael Schumacher, diventando il più vittorioso pilota di tutti i tempi. Come sempre accade in occasioni del genere, si è riacceso il ciclico – e talvolta stucchevole – dibattito su chi sia il migliore di sempre, il Campione del Mondiale della Storia. Premesso che è impossibile comparare epoche diverse senza avventurarsi su una china quanto meno impervia, è doverosa una breve considerazione di carattere generale. Hamilton, pilota senz’altro fortissimo, apponendo il suo settimo sigillo iridato, ha di fatto eguagliato qualcosa che qualcun altro ha inventato. Questo qualcuno è Michael Schumacher.
Quando in Cina nel 2006 il tedesco firmò il 91esimo e ultimo trionfo della sua irripetibile carriera, altro non fece che prendere l’asticella dei record e issarla in cielo, in un posto che si credeva irraggiungibile per chiunque. Quando si ritirò, il Kaiser aveva praticamente conseguito il doppio dei successi di Alain Prost e Ayrton Senna, che all’epoca lo seguivano rispettivamente con 51 e 41 vittorie. Il tedesco si era spinto oltre le colonne d’Ercole, in un luogo talmente remoto e incongruo da incutere soggezione. Aveva dimostrato che la Terra non è piatta, ma rotonda. Aveva preso dei dogmi, e li aveva sbriciolati. Oggi tutti possono arrivare in America: ma Colombo lo fece per primo, e vorrà pur significare qualcosa.

Adesso, nel momento in cui la Formula 1 omaggia deferente il suo nuovo Re, è forse necessario rimuovere un po’di polvere dalla superficie. E ricordare a tutti chi fosse l’Imperatore.

10 – GP DEL BELGIO 1991

E’ il 18 dicembre 1990 quando Bertrand Gachot, pilota belga della Jordan dal curriculum non esattamente sfavillante, pensa bene di aggredire un tassista londinese con una bomboletta di gas urticante. Denunciato a piede libero, Gachot si scontra con una giustizia britannica più celere di quella italiana, e viene condannato ad agosto del 1991 a sei mesi di carcere dai giudici d’oltremanica. A dispetto di una petizione per la concessione della libertà provvisoria, il driver belga rimane trattenuto in cella, costringendo Eddie Jordan, patron di una piccola scuderia alle prime armi in Formula 1, a scegliere in fretta e furia un sostituto per l’imminente Gran Premio di Spa. La scelta ricade su un giovanotto tedesco che correva con la Mercedes nel campionato SportPrototipi, il cui manager Willi Weber aveva garantito (mentendo) che conoscesse a menadito i segreti del circuito delle Ardenne, di gran lunga il più complesso in calendario. Reduce da un paio di giri di prova a Silverstone, lo sconosciuto 22enne Michael Schumacher è costretto a prendere a nolo una bicicletta per studiare di nascosto il percorso. Aspettative, non ce n’erano: consuetudine vuole che i debuttanti che esordiscono in un weekend di gara senza aver mai testato una monoposto chiudono ultimi. Troppo grande la differenza di cavalli a cui abituarsi. E’ la macchina a portarli a spasso, non viceversa. Figuriamoci a Spa, sui sette chilometri di una pista definita “l’università della Formula 1”. Ebbene, il 23 agosto 1991, alla fine delle libere del venerdì, il debuttante Schumacher viene convocato dai commissari in direzione gara, reo di aver quasi tamponato la Ferrari del tre volte iridato Alain Prost al tornantino della Source. La risposta del ragazzino è in odore di lesa maestà: «Prost va troppo piano». Il giorno dopo, durante le qualifiche, ottiene un inspiegabile settimo tempo, rifilando quasi un secondo all’esperto compagno di squadra De Cesaris. Il mondo strabuzza gli occhi. Flavio Briatore prende appunti sul suo taccuino. Il geometra di Cuneo è il direttore esecutivo della Benetton, e, pur senza alcuna competenza tecnica di Formula 1, ha intuito – unico tra tutti i più titolati team manager del Circus – che quanto appena accaduto era tutto fuorché normale.

Un giovanissimo Schumi con Eddie Jordan

Al via del Gran Premio Schumacher parte all’arma bianca, alla prima curva brucia subito nientemeno che Alesi e Piquet, e con loro anche la frizione della propria Jordan. La sua gara dura soli cinquecento metri. Ma è come se avesse vinto. Nei giorni successivi Briatore, con una spregiudicata manovra legale, riesce a liberarlo dal contratto con la Jordan e a ingaggiarlo in Benetton già per il successivo Gran Premio d’Italia, al posto di Roberto Moreno. Prima della corsa monzese viene convocata una sconcertante conferenza stampa in cui si condanna platealmente l’operazione, rea di turbare la serenità del paddock. A parlare è Ayrton Senna, il cui istinto suggerisce di non accogliere con troppa benevolenza quel tedeschino rampante piovuto dal cielo. La storia la conosciamo.

9 – GP DI SPAGNA 1994

Il mondo era ancora scosso per la morte a Imola di Senna e Ratzenberger, e per il dramma sfiorato di Wendlinger, in coma dopo l’incidente di Monaco, quando andò in scena al Montmelò la quinta tappa del Mondiale 1994. Dopo la scomparsa del campione brasiliano, Schumacher stava letteralmente dominando il campionato, e si presentò a Barcellona a punteggio pieno, avendo vinto le prime quattro gare stagionali. Curiosamente, i 40 punti del tedesco coincidevano con il totale del team Benetton, a riprova del fatto che le ragioni del successo della scuderia anglo – italiana risiedevano tutte nel talento del suo pilota di punta, e non nell’efficienza della vettura. Dopo aver firmato la pole con ampio margine, Schumacher mantenne la testa della corsa nelle prime fasi di gara, controllando agevolmente la Williams di Damon Hill.  A pochi giri della prima tornata di pit-stop, quando aveva ormai 20 secondi di vantaggio sull’inglese, Schumacher avvisò via radio il muretto di avere dei problemi intermittenti con l’inserimento delle marce dal bilanciere del cambio sul volante. Una volta fermatosi ai box i meccanici ebbero tempo di constatare che sulla coda della vettura si notavano delle macchie rosse. Era olio del cambio che fuoriusciva dalla trasmissione. Schumacher tornò in pista terzo, ma poco dopo il cambio gli restò bloccato in quinta marcia, e la prospettiva di dover affrontare praticamente ancora due terzi di gara con un solo rapporto disponibile non faceva certo ben sperare gli uomini della compagine di Enstone. All’orizzonte si profilava un ritiro, ma fu proprio in quel frangente che Michael disputò una delle gare più incredibili della sua carriera.

L’assurda chicane di pneumatici improvvisata a Barcellona ’94 per rallentare le monoposto

Fu una fortuna che rimase innestata proprio la quinta, perché la sesta marcia sarebbe risultata troppo lunga per riuscire ad uscire dalle curve lente senza perdere troppo tempo. Ad aiutare il tedesco anche l’elasticità del propulsore V8 Ford, molto guidabile ai bassi regimi. Con una sola freccia nel suo arco, Schumacher riuscì ad affrontare le curve in un modo del tutto peculiare, senza fare scendere troppo di giri il motore, risultando così anche sufficientemente rapido in rettilineo. Il tedesco arretrò di un paio di posizioni, ma una volta presa confidenza con quella strana condizione, fu in grado di girare su tempi assolutamente in linea con le altre monoposto di testa. Solo dopo l’ultimo valzer dei pit stop Schumacher cedette la leadership a Damon Hill, andando a conquistare una seconda posizione che ebbe dell’incredibile. Il popolo brasiliano storse il naso dinanzi all’impresa del tedesco, ritenendola una scena montata ad arte per alimentare il mito do alemão , dato che solo ad Ayrton Senna fino a quel momento era riuscito di portare al traguardo una monoposto con il cambio bloccato, nell’epico Gran Premio del Brasile ’91.

8 – GP DEL BELGIO 1995

Con la pista delle Ardenne Schumacher ebbe sempre un rapporto del tutto particolare. Qui esordì nel 1991, qui colse la sua prima vittoria l’anno successivo, qui vinse il suo settimo e ultimo titolo mondiale. Ma soprattutto, qui firmò una strabiliante vittoria nel 1995 dopo essere partito dalla 16ma casella in griglia di partenza. Sotto il diluvio, e con le gomme da asciutto. Negli anni la vulgata popolare ha identificato Schumacher nell’immagine del campione borghese, che vinceva senza sudare grazie alla superiorità della sua Ferrari, dimenticandosi di quando il tedesco aveva rappresentato un’autentica forza della natura, un’ira di Dio capace di spostare le montagne.
Azzoppato da un guasto al cambio e costretto ad usare il muletto nelle qualifiche, Schumacher dovette accontentarsi di scattare dalle retrovie. Dopo una furiosa rimonta nei primi giri di gara che lo aveva issato in zona punti già alla quinta tornata, allo scendere delle prime gocce di pioggia decise di azzardare, e di rimanere in pista con le gomme slick. Passato in testa, resistette sotto un nubifragio per due giri memorabili all’assalto di Damon Hill, equipaggiato con le gomme da bagnato.

L’impressionante staccata tirata alla fine del Radillon

La manovra sarà fondamentale per non fargli perdere troppo contatto dall’inglese: quando la pioggia cessò, Hill dovette fare i conti con l’usura dei suoi pneumatici, e Schumacher ripassò al comando. Dopo un ennesimo scroscio, un testacoda dell’inglese e diverse Safety Car, il tedesco tagliò infine il traguardo da vincitore, ridicolizzando il rivale della Williams. Un capolavoro grazie al quale ipotecò il secondo titolo della sua carriera, e che rimane una pietra miliare della storia dello sport a quattro ruote.

7 – GP DI SPAGNA 1996

Quando la sera dell’8 luglio 1995 nella quiete dell’Hotel Paris di Montecarlo Michael Schumacher appose il suo autografo sul contratto che lo avrebbe legato al Cavallino per le tre stagioni successive, il tedesco e Jean Todt si strinsero la mano con una promessa reciproca: «Nel giro di due anni vinceremo il mondiale». Si sbagliavano, e di grosso. Ma sarebbe stato uno dei pochissimi errori di una coppia praticamente perfetta.

La Ferrari del 1996 era ben lontana dal rappresentare la macchina da guerra che avrebbe dominato il mondo nei primi Duemila. La F310 avrebbe dovuto rappresentare la rinascita della casa di Maranello, ma di fatto somigliava a un colabrodo. Perdeva pezzi già nei giri di ricognizione, e un abisso la separava dalle Williams – Renault. «Era un mezzo rottame, la peggior vettura che abbia mai guidato», commentò Eddie Irvine, «eppure con quella macchina Schumi vinse tre volte e partì quattro volte in pole. Eravamo pieni di ammirazione per lui».

Dopo il secondo posto di Imola, la pole del Gran Premio di Monaco sembrava l’occasione propizia per festeggiare il primo trionfo in rosso del tedesco, su una pista che tradizionalmente esalta l’abilità di chi guida e compensa le lacune del mezzo. Tuttavia, a causa di un contatto con le barriere già al primo giro (al Portier, dove già nel 1988 si erano infranti i sogni di gloria di Senna) i festeggiamenti furono rinviati, a quando non si poteva sapere. L’occasione era sfumata. Ma già due settimane dopo Schumacher ebbe la chance di redimersi. Sotto il nubifragio di Barcellona, il Kaiser dimostrò a tutti che la Formula 1 obbediva a un solo sovrano. Diede spettacolo. Guidò come se per lui la pioggia non esistesse, umiliando i vari Hill, Villeneuve e Alesi. Dominò. A fine gara i meccanici lo portarono in trionfo. Giunse così, sotto i tuoni del cielo catalano, la sua 20esima vittoria in carriera, la prima delle 72 vestite di rosso.

6 – GP DEL GIAPPONE 1998

Il 1 novembre 1998 andò in scena sul circuito di Suzuka l’ultimo atto del leggendario mondiale 1998. Hakkinen guidava la classifica con 4 punti di vantaggio su Schumacher: per riportare dopo 19 anni il titolo a Maranello il tedesco avrebbe dovuto arrivare davanti al finlandese, e anche in caso di ritiro della McLaren sarebbe stato necessario almeno un piazzamento sul podio. La stagione era stata teatro di un incredibile ribaltamento di fronte nelle ultime corse, nelle quali il fuoriclasse del Cavallino riuscì a ricucire il gap in classifica con l’astronave di casa Woking. Schumacher avrebbe anche avuto l’occasione di issarsi in testa al mondiale, ma il controverso incidente occorsogli mentre era al comando nel tentativo di doppiare David Coulthard, sotto il nubifragio di Spa, privò il tedesco di dieci punti fondamentali nella rincorsa all’iride.

Il momento in cui Stefano Domenicali divenne famoso

Già l’anno prima il campionato si era deciso all’ultimo respiro: ma in quel caso il tedesco si era macchiato della più grave scorrettezza della sua carriera, speronando Villeneuve mentre questi si apprestava a superarlo in quel di Jerez. Si arrivò dunque a Suzuka in un clima da Cavalleria Rusticana, con milioni di italiani che puntarono la sveglia all’alba per assistere al duello finale.

Schumacher firmò la pole, ma proprio poco prima che i semafori si spegnessero, alzò un braccio in griglia di partenza. La sua Rossa si era ammutolita, e con essa tutta Italia. Il regolamento prevede che chi interrompe una procedura di partenza debba accodarsi in fondo al gruppo. Murray Walker, il leggendario telecronista della BBC, commentò che il mondiale era finito prima ancora che la corsa avesse avuto inizio: Schumacher doveva scattare dalla 22esima posizione, arrivare minimo terzo e finire davanti al nuovo poleman Hakkinen. Sembrava impossibile. E in effetti lo fu. Schumacher non arrivò né primo né terzo, anzi, si ritirò dopo aver forato sui detriti di una Tyrrell, quando già il destino era segnato. Ma ci fu un momento, uno solo, in cui l’impensabile sembrò poter verificarsi.

Quello che Michael Schumacher fece nel primo quarto d’ora del Gran Premio del Giappone 1998 non ha eguali. Partito in fondo al gruppo, nei primi passaggi devastò tutto ciò che gli si parava davanti, con l’impeto di un monsone nella foresta africana. Alla fine del primo giro aveva già recuperato undici posizioni. Continuò con una furia brutale, messianica, sbranando chiunque osasse anche solo ostacolare la sua rimonta. Su una pista tradizionalmente ostica per i sorpassi come quella giapponese, Schumacher dimostrò al mondo, come Senna e più di Senna, che non esiste curva dove non si possa superare. Per dieci giri, Michael Schumacher fece semplicemente un altro sport. Al quinto giro era a ridosso della zona punti, e Martin Brundle segnalò attonito che non solo Schumacher era il più veloce in pista, ma come il distacco con Hakkinen fosse solo di undici secondi, nonostante il tedesco avesse effettuato quindici sorpassi, mentre il finlandese aveva invece pista libera davanti a sé. A un certo punto, dietro la Jordan di Damon Hill la mistica si spezzò, e la logica riprese il suo corso. Vedendo quella gara anche dopo decine di volte, c’è sempre un momento assurdo in cui, pur conoscendo il risultato finale, viene da accalorarsi come se l’impossibile possa materializzarsi. Se solo Irvine si fosse issato per qualche giro davanti ad Hakkinen, rallentando il finlandese e facendo anche solo un decimo di quanto Schumacher avrebbe fatto a parti invertite in Malesia l’anno successivo, chissà, forse ora si racconterebbe un’altra storia. Ma ciò non toglie che in quel quarto d’ora giapponese il mondo vide un uomo sfruttare molto più del canonico dieci per cento del suo cervello che si dice noi tutti impieghiamo. Una manifestazione di onnipotenza che dietro a un volante non si sarebbe più rivista. Si dice che “la perfezione non esiste, ma bisogna comunque cercarla”. Quel giorno, per un quarto d’ora, la perfezione esistette eccome, e ebbe un nome e un cognome: Michael Schumacher

(To be continued…)

Pubblicato da Alessio Di Sauro

Che vuole fare il giornalista perchè non sa nè cantare nè ballare, che si ostina a parlare di contropiede e non di ripartenza, e che prima o poi scriverà la biografia di Breznev. Ma che ha anche dei difetti

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