Le dieci gare migliori di Michael Schumacher – Parte 2

C’era una volta il Barone Rosso

Una seconda carrellata dei momenti più eclatanti in cui il Cannibale riscrisse la narrazione delle quatto ruote

5 – GRAN PREMIO DI MONACO 1997

Dopo l’interlocutoria stagione 1996, il Mondiale dl 1997 vide per la prima volta dopo sei anni una rossa lottare per il titolo. Dopo che il campione in carica Damon Hill era stato giubilato da Frank Williams, la prima guida della scuderia di Grove era diventata Jacques Villeneuve, al secondo anno in massima serie. Il figlio del leggendario Gilles era un personaggio singolare: caustico e sempre sopra le righe, in più occasioni aveva contestato a Schumacher e alla Ferrari presunte scorrettezze e ingerenze di tipo politico. Il tedesco, a sua volta, stimava assai poco il canadese, ritenendolo null’altro che un cognome celebre dalla lingua sfacciatamente lunga. Ne nacque una rivalità che, data la diversità caratteriale dei soggetti coinvolti, non mancò di fare la gioia dei media di mezzo mondo, e con esse di Bernie Ecclestone, maestro di cerimonia del Circus. In ogni caso, tra la monoposto inglese e quella italiana rimaneva un abisso in termini di competitività: la scuderia del Cavallino si trovava ancora nelle fasi iniziali del suo processo di rifondazione, e solo grazie al talento di Schumacher la lotta per il campionato rimase miracolosamente aperta fino all’ultima, drammatica, gara di Jerez.

Dopo un inizio di stagione arrancante, il tedesco arrivava alla corsa monegasca dell’11 maggio ancora senza alcun successo all’attivo. Tra le strettoie del Principato, al sabato fu la Williams di Frentzen a centrare la pole, precedendo di 26 millesimi l’alfiere del Cavallino. Il giorno della gara, mezz’ora prima del via, un temporale rimescolò le carte. Le condizioni meteo erano mutevoli: in casa Williams scommisero si trattasse di uno scroscio passeggero, optando per un assetto da asciutto, mentre le Ferrari e le Jordan scelsero le gomme da bagnato. Allo spegnimento dei semafori, Schumacher scattò come una molla, guadagnando metri a vista d’occhio sui suoi inseguitori. In una Formula 1 in cui i distacchi sul giro si misurano in decimi, Schumacher transitò sul traguardo del primo passaggio con quasi sette secondi di vantaggio sulla Jordan di Fisichella. Alla seconda tornata sarebbero stati dodici.

Non c’è trucco, non c’è inganno

Un’unità di misura differente, un ordine di grandezza incongruo. La differenza di prezzo che intercorre tra un caffè a Roccaraso e un Dom Perignon sugli Champs Élysées. L’ex pilota René Arnoux, in cabina di commento Rai, sostenne di non aver mai visto niente del genere in vita sua. Sull’asfalto viscido il tedesco si scatenò, comandando le danze dal primo all’ultimo giro, e rifilando quasi un minuto alla Stewart di Barrichello. Prima dell’amaro epilogo andaluso Schumacher avrebbe dispiegato la sua furia in altre occasioni, come a Spa, quando in un solo giro guadagnò undici secondi sulla Williams di Villeneuve.

4 – GRAN PREMIO DI FRANCIA 2004

Riportato il titolo a Maranello 21 anni dopo Jody Scheckter, la catarsi liberatoria di Suzuka 2000 preluse ad un quadriennio di incontrastata dittatura ferrarista, con il solo mondiale 2003 rimasto in bilico fino all’ultimo appuntamento. I trionfi del tedesco, nel frattempo divenuto il più vincente pilota di ogni epoca, non facevano più notizia di una rissa in Parlamento. Troppo grande era il solco scavato dalla casa di Maranello nei confronti delle inseguitrici, con Williams e McLaren in preda a una profonda crisi tecnica. Al via del Mondiale 2004, Michael Schumacher è una leggenda che cammina, ammantato di una legittimità storica che ricorda quella di De Gaulle rispetto ai suoi sconosciuti sfidanti alle elezioni del 1965. Il palmares del 35enne tedesco metteva soggezione ai suoi rivali: il 6 volte campione del mondo era l’unico iridato tra gli iscritti al campionato, e all’epoca vantava 70 successi contro i 13 di David Coulthard, suo immediato inseguitore. La F2004 era una delle migliori vetture di tutti i tempi, e la stagione partì con un autentico dominio ferrarista: Schumacher si aggiudicò otto dei primi nove appuntamenti iridati, ipotecando il settimo titolo già in piena estate. Al Gran Premio di Magny Cours, tuttavia, fu la Renault di Alonso a firmare inaspettatamente la pole, e a dettare il passo nelle prime fasi di gara. Fu allora che Ross Brawn, direttore tecnico Ferrari e mente di molti dei trionfi rossi, ebbe l’intuizione di provare un undercut nei confronti dell’asturiano, tramite una strategia a quattro soste che non si era mai vista nella storia della Formula 1.

La sceneggiatura era diabolica, ma per avere successo necessitava di un’interpretazione da Oscar da parte di Schumacher, chiamato a un’intera gara da disputare a ritmo di qualifica per recuperare il tempo perso nel pit stop aggiuntivo. Del resto, come ricordato da Eddie Irvine, «il più grande talento di Michael era quello di mantenere un ritmo devastante per tutta la corsa. Sul giro secco magari riuscivo a restargli in scia, ma dopo qualche minuto il mio fisico e la mia psiche accusavano una flessione. Lui era implacabile dall’inizio alla fine». L’operazione riuscì, e Schumacher tagliò il traguardo con oltre otto secondi di vantaggio su Alonso. Quando a fine gara informarono David Coulthard dell’impresa di casa Ferrari, lo scozzese impallidì. Quella portata a casa da Michael Schumacher in quel di Magny-Cours fu una vittoria storica: nessuno, prima di quel giorno, aveva vinto un Gran Premio di Formula 1 con una strategia di quattro soste. Non sarebbe mai più accaduto.

3 – GRAN PREMIO DEL BRASILE 2006

“San Paolo, pensaci tu!”. Così titolava Autosprint all’indomani del ritiro di Schumacher al Gran Premio di Suzuka, penultima tappa di un Mondiale 2006 che sarebbe stato l’ultimo per il tedesco. Il Kaiser aveva annunciato il ritiro dalle competizioni, e quella nella metropoli brasiliana sarebbe stata l’ultima gara della sua carriera. Per aggiudicarsi l’ottavo iride Schumacher avrebbe avuto bisogno di un miracolo: vincere, e sperare in un ritiro di Alonso. Tuttavia il circuito paulista avrebbe atteso ancora un anno prima di ergersi a teatro delle rimonte impossibili all’ultimo respiro. Già le qualifiche fecero capire che per i miracoli non era giornata: un guasto alla pompa della benzina obbligò il tedesco a scattare solo dalla decima posizione. Al via il recupero fu fulmineo, ma una foratura causata da un contatto con Fisichella relegò la Ferrari in fondo al gruppo, con un giro di distacco. A quel punto Schumacher, semplicemente, smise di pensare al mondiale, e iniziò a divertirsi, con l’entusiasmo di un ragazzino. Sorpasso dopo sorpasso risalì fino a sfiorare il podio. Fu l’ultimo vero show del Kaiser. Il mondo si alzò in piedi, per celebrare un’icona dello sport al suo passo d’addio.

A pochi giri dal termine superò con una manovra eccezionale Kimi Raikkonen, suo sostituto designato per l’anno successivo. Gli uomini del box Ferrari piansero. Il pubblico di Interlagos, che non lo aveva mai amato a causa dell’antica rivalità con Senna, gli tributò un’interminabile ovazione. Senza il motore rotto a Suzuka, Schumacher avrebbe lasciato con un mondiale in più. Sarebbero stati otto, e invece sono rimasti sette. Ma, in fondo, non aveva importanza. Quel finale malinconico, quel lento abbraccio a ciascuno dei meccanici in rosso dopo il ritiro nipponico, sono rimasti scolpiti più dell’ennesimo titolo. Probabilmente, in caso di vittoria, non sarebbe stato così bello salutarlo. Avrebbe significato dire addio a un alieno o una divinità. Invece quello che si congedò fu un uomo che, semplicemente, era il migliore di tutti. Umano, ma dannatamente divino

2 – GRAN PREMIO D’ITALIA 2000

Al Gran Premio di Monza 2000 Schumacher e la Ferrari giunsero soffocati da una cappa di pressione opprimente. Dopo un inizio di stagione sfavillante l’estate aveva regalato cocenti delusioni per il Cavallino, che aveva dilapidato tutto il rassicurante vantaggio accumulato in primavera sulla McLaren. In Austria e in Germania Schumacher aveva percorso solo trecento metri, tamponato al via rispettivamente dalla Bar di Zonta e dalla Benetton di Fisichella. Hakkinen, in compenso, volava, e solo l’impresa a Hockenheim di Barrichello, vincitore dopo essere scattato dalla 18esima posizione, permise al tedesco di contenere i danni in classifica. Il finlandese tuttavia aveva successivamente dominato in Ungheria e in Belgio, dove aveva umiliato Schumacher con un sorpasso che in molti ritennero il più audace di tutti i tempi. Alla vigilia dell’appuntamento monzese Hakkinen guidava la classifica con sei lunghezze di vantaggio sul tedesco, cui un’ulteriore sconfitta avrebbe con ogni probabilità precluso la corsa al titolo. Dopo aver firmato la pole, allo spegnimento dei semafori Schumacher mantenne il comando delle operazioni, ma poche centinaia di metri dietro alla coppia di testa un incidente innescato dalla Jordan di Frentzen ebbe conseguenze tragiche: Paolo Gislimberti, un pompiere volontario della CEA, venne colpito da una ruota staccatasi nella carambola, morendone. Dopo una lunghissima interruzione la corsa ripartì in un clima surreale, con un estenuante duello tra i due contendenti al titolo. Fu Schumacher a spuntarla, per un soffio. Per il tedesco era la 41esima vittoria in carriera, un trionfo che riaprì un Mondiale ormai chiuso e che gli permise di eguagliare Senna in classifica all time. A fine gara il tedesco e il finlandese giunsero distrutti, sfigurati, tanto per la tragedia appena verificatasi quanto per lo sforzo compiuto. La tensione aveva prosciugato le energie psicofisiche di entrambi. In conferenza stampa Schumacher crollò. Fosse uscito battuto, il sogno iridato sarebbe svanito, stavolta probabilmente per sempre. Un turbinio di pensieri affollò la mente del tedesco. Nomi e volti si sovrapposero l’un l’altro. Gislimberti, il milite ignoto caduto a pochi passi da lui. Hakkinen, l’invincibile appena sconfitto. Senna, la sua ossessione giovanile. Pensò a queste cose, confessò Schumacher, mentre scoppiò in lacrime in mondovisione.

Da notare come il primo a consolare Schumacher sia Hakkinen, e non il fratello Ralf

1 – GRAN PREMIO DELLA MALESIA 1999

Per uno strano scherzo del destino, la più bella gara della sua vita Michael Schumacher non la vinse. Nonostante sia passato alla storia per il numero dei suoi successi, il tedesco non vide il suo più grande capolavoro annoverato nella lista dei trionfi. Il campione di Kerpen aveva saltato buona parte della stagione in seguito al botto di Silverstone in cui si era fratturato la gamba destra, e che ne aveva tarpato i sogni iridati. In quell’assurdo Mondiale 1999 l’uomo di punta della Ferrari era diventato a sorpresa Eddie Irvine, che affiancato da Mika Salo era giunto contro ogni previsione a contendere il titolo a un Hakkinen che pareva quasi disorientato dall’assenza del suo più grande rivale. A due gare dalla fine il nordirlandese nutriva fondate speranze di essere lui l’uomo che avrebbe riportato il titolo a Maranello dopo vent’anni di astinenza, e la cosa non poteva non turbare il tedesco. L’estate aveva generato una ridda di illazioni e dietrologie, secondo le quali Schumacher, pur guarito dall’infortunio, si sarebbe rifiutato di risalire in macchina pur di evitare di dover fare da scudiero al suo ex gregario.

Dopo una telefonata del presidente Montezemolo (a cui si dice rispose la figlia di Michael, sostenendo con candore infantile che il padre non potesse recarsi al telefono perché “impegnato a giocare a calcetto”), il tedesco diede finalmente il suo assenso a recarsi in Malesia per l’inedito Gran Premio di Sepang. Al patron di Maranello promise che non solo avrebbe aiutato Irvine, ma che “avrebbe fatto qualcosa in più”. Il 16 ottobre, giorno delle qualifiche, è un sorvegliato speciale. Quando un pilota rientra in pista dopo un incidente che ne ha messo a repentaglio vita e carriera, è impossibile stabilire in anticipo quali saranno le scorie psicologiche di chi è sfuggito all’irreparabile. Ebbene, su un circuito nuovo per tutti il rientrante Schumacher dimostrò a tutti che i due contendenti al Mondiale tali non sarebbero stati se in pista durante l’estate ci fosse stato anche lui. Dominò. Fece quello che gli pareva. Rifilò un secondo a tutti. Era semplicemente di un altro pianeta. Irvine si limitò a copiare l’assetto del tedesco e ottenne così il secondo tempo, a distanza siderale dal generale che stava recitando la parte dello scudiero.

Al via della gara l’ammirazione si fece sgomento negli avversari. Come scrisse Leo Turrini, quella domenica in pratica si corsero due Gran Premi. Uno riguardava ventuno piloti, l’altro esclusivamente il ventiduesimo iscritto: l’ex malato. Corse da solo, Schumacher. Fece di tutto. Si disse che quel giorno il tedesco guidò due macchine: la sua e quella di Irvine. Se si fosse concentrato solo su se stesso, avrebbe doppiato chiunque. Ma non lo fece. Lasciò passare il nordirlandese, e sbarrò la strada a suo piacimento alle due McLaren, con Hakkinen e Coulthard che non potevano credere ai loro occhi. Regalò la vittoria ad Irvine, che con quel successo – arginato il caso del deflettore che aveva turbato il post gara malese – si sarebbe presentato allo spareggio in Giappone con quattro preziosi punti di vantaggio su Hakkinen. Che poi si riprese il suo titolo, ma questa è un’altra storia. «Ho ammirato l’audacia di molti grandi piloti e ho visto compiere autentiche imprese nel corso della mia carriera da manager in Formula 1» confidò anni dopo Jean Todt, «ma onestamente credo che quel giorno in Malesia Michael abbia disputato la più grande corsa di ogni tempo». Non è il solo, Todt.

Pubblicato da Alessio Di Sauro

Che vuole fare il giornalista perchè non sa nè cantare nè ballare, che si ostina a parlare di contropiede e non di ripartenza, e che prima o poi scriverà la biografia di Breznev. Ma che ha anche dei difetti

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