Colin Kaepernick, il dissidente

Una storia di ribellione

“Tutto ciò che sale prima o poi scende, ma non tutto quello che scende deve poi necessariamente salire”
(Isaac Newton)

“Attivista per i diritti civili e giocatore di football, di ruolo quarterback”. Questa la definizione che la pagina inglese di Wikipedia riserva a Colin Kaepernick. Il fatto che l’ impegno sociale venga menzionato prima deglii attributi sportivi potrebbe rimandare a una dimensione immaginifica: significare, cioè, che il suo attivismo abbia semplicemente trasceso le gesta sul campo, aiutando da subito il lettore a focalizzare la propria attenzione sulla natura più autentica del personaggio. La seconda ipotesi, invece, attinge a piene mani a un pragmatismo secondo cui Kaepernick verrebbe definito anzitutto attivista perché in realtà questo è al momento il suo unico ambito di occupazione. Già, perché a precedere la dicitura di “giocatore di football” manca una parola. Due lettere che sono sfuggite al sistema di revisioni della celebre enciclopedia online. Quella parola, quelle due lettere sono “ex”.

Fissato l’ultimo bullone delle cinque bare seppellite a causa dell’unica insurrezione veicolata da un Capo di Stato di cui si abbia memoria, un trending topic si è imposto all’attenzione del mondo, proprio nelle ore in cui Donald Trump salutava il proprio profilo Twitter. Il topic in questione riguarda un uomo che di mestiere non fa il presidente per vizio, né il politico per virtù. E che probabilmente non lo sa neanche lui, ormai, quale sia il suo mestiere. Se l’attivista, o il giocatore di football. Dunque è forse bene ricordare la vicenda di un uomo che ha sentito più distintamente di altri il battito del cuore pulsante di un’America profonda che ai grattacieli della City preferisce il tintinnio degli speroni e la moquette sfibrata dei motel. E ha deciso di sfidarla. Pagandone un prezzo che è ancora impossibile comprendere quanto sia stato caro. Questa è la storia di Colin Kaepernick.

PARTE UNO – ASCESA

Colin Kaepernick nasce nel 1987 a Milwaukee, Wisconsin, da madre di origini italiane e padre afroamericano. Dopo la separazione dal marito, la madre di Colin decide di dare in adozione il bambino, che a quattro anni si trasferirà in California al seguito della coppia affidataria. Crescendo il piccolo manifesta da subito una certa familiarità con il mondo dello sport: a otto anni diventa quarterback della squadra locale, ma si diletta anche basket e baseball, tanto che ai tempi della high school di Turlock viene convocato nella selezione giovanile statale in tutti e tre gli sport. Il grande amore però è il football, nonostante sia grazie al suo talento nel baseball che gli giungono le prime offerte – declinate – di ammissione ai college. Nel 2007 si trasferisce in Nevada, per giocare da quarterback nella rappresentativa dell’Università statale. Già nella prima stagione riceve il premio di miglior giocatore d’attacco del campionato, e nel corso del 2010 guida i suoi nell’impronosticabile 34 – 31 inflitto a Boise State, fino a quel momento imbattuta, che l’head coach di Nevada Chris Ault definisce «la più importante vittoria nella storia del club». E’ la sua ultima prestazione da dilettante. Le sirene del professionismo si sono fatte sempre più suadenti, e nel 2011 Kaepernick si accasa ai San Francisco 49ers, per il debutto tra i grandi. E’ riserva di Alex Smith, ma coach Jim Harbaugh stravede per lui, e lo inizia a coinvolgere gradualmente nelle sue rotazioni. Ha 24 anni, Colin, è giovane. Giovane e nero, come non manca di sottolineare con malcelato orgoglio. Il ragazzo si farà, è l’opinione comune.

Il 2012 è l’anno della consacrazione. Scalate le gerarchie all’interno della selezione californiana è considerato non solo un titolare inamovibile, ma uno dei quarterback più promettenti dell’intero campionato. Viene nominato miglior giocatore offensivo della settimana 15, e il 12 gennaio 2013 gioca a 25 anni la prima gara di playoff della sua carriera, nella vittoria contro i Green Day Packers.

In finale NFC contro i numero 1 del tabellone, gli Atlanta Falcons, Kaepernick guida i niners a una rimonta da 17-0 a 28-24, portando la franchigia a disputare il suo primo Super Bowl dal 1994. A soli 25 anni è già all’apice della propria carriera, e non dimostra alcun tipo di timore reverenziale nei confronti dei più esperti – e più robusti – colleghi e avversari. Il 3 febbraio il sogno di una vita si avvera: Colin scende in campo nel Super Bowl contro i Baltimore Ravens. San Francisco perde, ma gli applausi sono tutti per Kaepernick, che nell’ultimo quarto di gara guidò i suoi in un tentativo di rimonta che avrebbe avuto del clamoroso. Nonostante la giovane età viene nominato nel roster ideale dei migliori giocatori della stagione. E’ felice, Colin. Ha perso il Super Bowl, ma, diamine, il suo lo ha fatto. Avrà altre occasioni, sostiene.

Colin Kaepernick in azione con la maglia dei San Francisco 49ers

 PARTE DUE – CADUTA

Nelle tre stagioni successive Kaepernick consolida la sua reputazione di quarterback solido e affidabile, pur senza ripetere gli exploit del 2012.
Il 27 agosto 2016 qualcosa cambia nel suo status di atleta ricco e famoso. Poco prima di uno degli incontri pre stagionali si compie la metamorfosi di Colin Kaepernick. Sguardo fiero, mano sul cuore. Quello dell’inno nazionale è un momento solenne nel prepartita di qualunque sport americano. Un momento condiviso da tutti. Giocatori in campo, allenatori, tifosi sugli spalti. Ebbene, Colin Kaepernick sceglie di non seguire il protocollo. Il suo sguardo non è fiero, la sua mano destra non poggia sul suo cuore. Anzi. Si inginocchia. E china il capo mentre risuonano le note di The Star-Spangled Banner – letteralmente, “la bandiera adorna di stelle” –. L’estate del 2016 era stata particolarmente calda negli Stati Uniti, e per ragioni non esclusivamente da imputarsi al clima torrido. All’incendiaria campagna elettorale di Donald Trump («Potrei sparare sulla Fifth Avenue di Manatthan e non perderei neanche un voto», aveva arringato la folla in delirio), si aggiungevano scene che sembravano riesumate da filmati d’archivio sull’occupazione sudafricana per mano boera. Il 5 luglio un ragazzo afroamericano di 37 anni, Alton Sterling, era stato ferito a morte da diversi colpi d’arma da fuoco sparatigli da distanza ravvicinata da due agenti di polizia a Baton Rouge, in Louisiana. Meno di ventiquattro ore più tardi la stessa sorte era toccata al 32enne Philando Castile, a St.Anthony, Minnesota. La furia del movimento Black Lives Matter, sorto dopo l’uccisione di Michael Brown a Ferguson nell’agosto del 2014, e poi divenuto il network principale di contestazione dei numerosi omicidi per mano di agenti di polizia, esplode in tutta la sua indignazione. Per giorni le strade della Louisiana sono teatro di scontri tra afroamericani, polizia e suprematisti bianchi. Il presidente uscente Barack Obama tenta di sedare gli animi, ma con scarso successo. Sembra profilarsi financo un revival del Ku Klux Klan, mentre centinaia cortei si snodano lungo le vie delle principali città di un Paese sull’orlo di una guerra civile. E’ a questo che pensa Colin Kaepernick, quando decide che non onorerà a dovere il simbolo del sogno americano. Intervistato a fine partita spiega il suo gesto senza lasciare spazio all’immaginazione:

«Non starò in piedi per dimostrare il mio orgoglio per la bandiera di un paese che opprime i neri e le minoranze etniche. Per me è più importante del football, e sarebbe egoista guardare dall’altra parte. Ci sono cadaveri per le strade, e persone che la fanno franca»

«Non starò in piedi per dimostrare il mio orgoglio per la bandiera di un paese che opprime i neri e le minoranze etniche. Per me è più importante del football, e sarebbe egoista guardare dall’altra parte. Ci sono cadaveri per le strade, e persone che la fanno franca».

Così

I primi ad accorgersi della protesta silenziosa di Kaepernick sono i redattori di un quotidiano locale, il San Josè Mercury News. Di lì alla ribalta nazionale il passo è breve. In molti si indignano, accusandolo di mancare di rispetto a un Paese al quale dovrebbe essere “grato”: come se uno sportivo di colore dovesse astenersi dal criticare un sistema – Paese che gli ha concesso di giungere a determinati livelli, mentre un miliardario bianco – e dai capelli preferibilmente arancioni – ha tutto il diritto di gridare allo sfacelo della nazione, così assurgendo a (dis)interessato patriota. A Kaepernick si imputa anche di gettare discredito sui militari impegnati a difendere il sogno a stelle e strisce: anche se, si sussurra, il gesto dell’inginocchiamento pare gli sia stato suggerito proprio da alcuni veterani della Guardia Nazionale, che lo preferivano al gesto di rimanere seduto. 

La traduzione non è indispensabile

La protesta ora è tutt’altro che silenziosa. Il frastuono è ovunque, enorme. «He took a stand by not standing», sintetizza efficacemente il New York Times. Da quel momento Kaepernick smette di essere un quarterback di football, e assurge al più onnicomprensivo – e pericoloso – ruolo di simbolo. Nel bene quanto nel male. Il giorno dopo la partita Kaepernick annuncia durante un programma televisivo che avrebbe continuato a protestare stando seduto durante l’inno finché il trattamento dei neri negli Stati Uniti non fosse cambiato. Molti tifosi considerano la protesta di Kaepernick un’eresia: taluni si limitano a fischiarlo, mentre altri bruciano in pubblico la sua maglia. Il sindacato dei poliziotti di San Francisco invia un comunicato alla NFL in cui definisce la situazione «imbarazzante. A gettare benzina sul fuoco ci pensa anche Trump: il candidato repubblicano sostiene che Kaepernick «forse dovrebbe trovare un paese che gli piace di più». Il sito sportivo Bleacher Report parla con diversi dirigenti della NFL rimasti anonimi, che apostrofano Kaepernick con appellativi quali “traditore” e “vendipatria”. In seguito al reiterarsi della protesta la stessa NFL inizialmente decide di non decidere: l’inginocchiamento al momento dell’inno sarebbe di certo irriguardoso verso i valori statunitensi – si legge nella nota diramata dalla Lega – ma proprio in base a quei principi sarebbe tollerata la ribellione di coloro che decidono di non rendere omaggio alla bandiera. Questa versione ecumenica avrebbe mostrato la corda meno di un anno più tardi, quando si farà espressamente divieto agli atleti di inginocchiarsi al momento dell’inno, pena multa alle società detentrici del cartellino dei giocatori riottosi. Frattanto la ribellione raccoglie anche proseliti: Barack Obama plaude all’iniziativa, responsabile a suo dire di aver innescato un dibattito circa la necessità di riformare i corpi di polizia, e di riflettere sulle linee di divisione razziale, mentre la popstar Rihanna in segno di solidarietà annulla il suo concerto al Super Bowl 2017. Anche altri sportivi professionisti americani cavalcano l’onda insurrezionale. Jeremy Lane dei Seattle Seahawks è il primo avversario di Kaepernick a restare seduto durante l’inno nel primo fine settimana di campionato. Dopo di lui Megan Rapinoe, stella della nazionale femminile di calcio e simbolo della comunità Lgbt, e Marshawn Lynch, vincitore del Super Bowl con i Seahawks dichiarano pubblicamente il loro sostegno alla protesta, osteggiata però dalle proprietà delle squadre e – soprattutto – dai ceti popolari del tifo.

PARTE TRE – OBLIO

Assurto contro ogni previsione Donald Trump allo scranno presidenziale, il 2017 vede una stabilizzazione della società a stelle e strisce entro un perimetro conservatore nel quale il dissenso verso la simbologia del sogno americano non può fregiarsi di alcuna cittadinanza. Colin Kaepernick è ora un simbolo scomodo, una voce fuori dal coro che ha squarciato il velo del politicamente corretto eretto dalla NFL sul tema della disuguaglianza razziale. Purtroppo, però, banalmente, non è più un giocatore di football. Il contratto con i 49ers è infatti scaduto il 1 gennaio, e non è stato rinnovato dalla società. Di altre squadre disposte ad offrire un ingaggio a Kaepernick, neanche a parlarne, nonostante le prestazioni offerte dal quarterback di Milwuakee siano sempre state di alto livello. La situazione precipita il 21 settembre 2017, quando dal palco della Convention repubblicana in Alabama Donald Trump con lo charme che lo contraddistingue suggerisce ai proprietari delle squadre di licenziare i “figli di puttana” che, seguendo l’esempio di Kaepernick, decidono di disonorare la bandiera e di inginocchiarsi durante l’inno. La scure dell’ostracismo si abbatte sul giocatore di Milwaukee. Nessuno vuole correre il rischio di offrirgli un contratto, date le enormi pressioni esercitate dalla Casa Bianca affinché al “traditore” non rimanga che il silenzio dell’oblio. Gli altri sportivi americani che ne supportano le proteste, come Eric Reid, si ritrovano anch’essi senza lavoro.

Da quel momento in poi nessuna squadra professionistica di football ha mai ingaggiato Colin Kaepernick. L’ormai ex quarterback si è riciclato come conferenziere, testimonial di una fortunata campagna pubblicitaria Nike (che ha mandato su tutte le furie, neanche a dirlo, l’inquilino della Casa Bianca), ma non ha mai più inseguito la palla ovale sui campi da gioco. Nel 2019 insieme a Eric Reid ha intentato causa alla NFL, accusata di avere incoraggiato un “cartello” tra i patron delle varie società della massima divisione al fine di sabotarne eventuali ingaggi. I due ex compagni di San Francisco hanno accettato un risarcimento extragiudiziale in cambio dell’astensione da rivendicazioni future. In pratica, le speranze di vederli tornare a giocare si sono esaurite lì, nonostante Kaepernick continui ad allenarsi in solitudine da oltre mille giorni a pieno regime.

PARTE QUATTRO – SIMBOLI

Le uccisioni nel 2020 di George Floyd, Breonna Taylor e Rayshard Brooks, e il ferimento gravissimo di Jacob Blake ad opera di agenti di polizia statunitensi hanno innescato una spirale di rabbia indicibile nei confronti dello status quo. L’esplosione di quella che sembrava essere una nuova guerra civile ha riportato d’attualità la vecchia protesta silenziosa di Colin Kaepernick. Un simbolo, in un Paese che di simboli si è sempre nutrito. La NFL ha ammesso le proprie responsabilità per aver minimizzato le proteste derivanti dal tema della discriminazione razziale. Persino Trump, l’odiato Trump, ha ammesso goffamente che, si perché no, forse il ragazzo meriterebbe un’altra occasione. “Se ne è ancora capace”, ha aggiunto velenoso. L’inginocchiamento di Kaepernick ha travalicato la dimensione sportiva, diventando un emblema chiaramente riconoscibile in tutto il mondo. Persino alcuni agenti di polizia di Miami si sono inginocchiati dinanzi ai manifestanti, per dimostrare loro solidarietà durante i disordini di maggio.

L’insurrezione di Capitol Hill del 6 gennaio 2021 e la fine ingloriosa dell’era Trump potrebbero costituire un traino riabilitatore per Colin Kaepernick. Un simbolo noto in tutto il mondo, e un ex quarterback disoccupato, a cui sono stati strappati via i sogni d’infanzia. Il tempo è galantuomo, come l’assassino è il maggiordomo. Potrebbe persino tornare a giocare, Kaepernick. Deve solo scegliere chi vuole salvare. Se l’uomo, o il simbolo. E allora capiremo se dovremo modificarne o meno la biografia nella pagina di Wikipedia, e se l’ago della bilancia penderà dalla parte dell’attivista o del giocatore di football.

«Believe in something even if it means sacrificing everything»

(Colin Kaepernick)

Questo pezzo fa parte di un più ampio speciale sui fatti di Washington: è un progetto di tutti gli studenti della “Tobagi”, intitolato Le mille storie di Capitol Hill. Lo trovate a questo link.

Pubblicato da Alessio Di Sauro

Che vuole fare il giornalista perchè non sa nè cantare nè ballare, che si ostina a parlare di contropiede e non di ripartenza, e che prima o poi scriverà la biografia di Breznev. Ma che ha anche dei difetti

3 pensieri riguardo “Colin Kaepernick, il dissidente

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