NBA e WNBA, molto più che atleti

Il mondo del basket americano si è fatto sentire dopo l’assalto a Capitol Hill, a conferma del suo grande impegno in campo civile

«Abbiamo deciso di giocare stasera per provare a portare un po’ di gioia nelle vite delle persone. Ma non dobbiamo dimenticare le ingiustizie nella nostra società, e continueremo a usare le nostre voci e la nostra posizione per mostrare questi problemi e fare il possibile per avere un’America più equa e giusta». Poco prima della loro palla a due, le franchigie dei Miami Heat e dei Boston Celtics hanno rilasciato questo comunicato. Il messaggio congiunto arriva dopo 45 minuti di discussione tra i giocatori nello spogliatoio degli Heat, per decidere se giocare o meno quella partita.

Non molto prima, erano diventate dominio pubblico le immagini del Palazzo del Campidoglio di Washington D.C. preso d’assalto da un’orda di sostenitori di Donald Trump. Le squadre sono comunque scese in campo, rimanendo entrambe inginocchiate durante l’inno, riprendendo il gesto reso celebre da Colin Kaepernick. A vincere sono stati i Celtics, con un canestro allo scadere del rookie Payton Pritchard, ma questo, in situazioni del genere, tende a passare in secondo piano.

Tutte le altre squadre impegnate la sera del 6 gennaio hanno imitato gli Heat e i Celtics. Il loro gesto non è solo una reazione ai fatti in corso in quel momento nella capitale. Due giorni prima Michael Graveley, il procuratore distrettuale della contea di Kenosha, aveva dichiarato di non voler procedere per vie legali contro il poliziotto Rusten Sheskey, che il 23 agosto 2020 aveva sparato a Jacob Blake, causandogli una paralisi. Per Graveley si è trattato di legittima difesa, dato che c’era un coltello nel vano piedi della macchina della vittima.

Bucks, Pistons kneel in support of Jacob Blake in wake of Kenosha District  Attorney's decision
I giocatori dei Milwuakee Bucks e dei Detroit Pistons in ginocchio durante il primo possesso della partita (foto di Nick Monroe da jsonline.com)

Anche questa volta a prendere una posizione forte sono stati i Milwuakee Bucks, che al tempo del ferimento di Blake, per la loro vicinanza ai fatti (sia Milwaukee che Kenosha si trovano nel Wisconsin) avevano fatto partire uno sciopero generale dei giocatori, nel pieno dei playoff nella Bolla di Orlando. Stavolta, assieme ai Detroit Pistons, si sono sì inginocchiati, ma subito dopo la palla a due, anziché durante l’inno nazionale come le altre squadre. Lo hanno fatto per sette secondi, sette come i colpi di pistola alla schiena ricevuti da Blake. «L’idea è venuta al nostro coach Mike Budenholzer», ha detto Giannis Antetokounmpo, «A inizio partita la gente tende a prestare più attenzione e quella era il momento giusto per farlo».

È capitato più volte che le televisioni nazionali non inquadrassero i giocatori in ginocchio durante l’inno. Per alcuni, tra cui il presidente uscente Trump, questo gesto è ritenuto profondamente anti-patriottico. «Quando li vedo mancare di rispetto la nostra bandiera e il nostro inno nazionale, quello che faccio è cambiare canale», aveva detto a inizio agosto.

Ancora una volta, su una questione civile di vitale importanza per gli Stati Uniti, la voce del mondo sportivo ha visto come capofila la National Basketball Association e i suoi giocatori. L’assalto al Campidoglio non è stato solo un campanello d’allarme per la democrazia, ma un esempio delle sue profonde disuguaglianze sul piano razziale. «Ci sono due Americhe divise. In una vieni ucciso se dormi nella tua macchina o vendi sigarette. Nell’altra puoi fare irruzione nel Congresso e non venire fermato, senza gas o arresti, niente del genere», ha ricordato l’ala dei Celtics Jaylen Brown, riprendendo le parole di Martin Luther King.

Molti sono stati colpiti dalla relativa facilità con cui i manifestanti hanno messo a ferro e fuoco Capitol Hill. Ci si chiede come avrebbero reagito la polizia e la Guardia Nazionale se non si fosse trattato di una protesta a maggioranza bianca. «Quello che abbiamo visto è il privilegio dell’America», ha detto la star dei Clippers Kawhi Leonard, «Chiunque di noi fosse stato lì, sarebbe stato colpito con gas, taser, forse anche con armi da fuoco». È evidente il richiamo alle proteste organizzate la scorsa estate dal movimento Black Lives Matter dopo l’uccisione di George Floyd a Minneapolis. Lì le forze armate si erano comportate diversamente, come visto peraltro anche a Washington.

«Trovo sconcertante vedere la Guardia Nazionale su quei gradini durante una manifestazione pacifica e non durante un attacco terroristico», fa notare Draymond Green, «Ti fa capire la situazione dell’America oggi, in cui non è cambiato nulla». Steve Kerr, il suo coach ai Golden State Warriors, ha bene in mente quale sia il problema di fondo: «La verità conta nel nostro paese e ovunque, in qualsiasi circostanza a causa delle ripercussioni se permettiamo che le bugie si diffondano. E se permettiamo alle persone al potere di mentire, all’improvviso avrai milioni di persone che dubitano di un’elezione che è stata certificata in ogni stato».

da @kingjames

Una volta compresa la necessità di un cambiamento radicale nella società americana, la Nba è diventata una cassa di risonanza per queste istanze. Un impegno simile nel campo dei diritti civili richiama quello di figure come Muhammad Ali, Bill Russell e Kareem Abdul-Jabbar. Il simbolo di questo rinnovato attivismo è LeBron James, anche lui convinto della situazione di disparità sociale evidenziata dai fatti di Washington. «Ho visto la foto di un uomo di colore con la figlia in spalla e un poliziotto in tenuta anti sommossa, con la pistola puntata sia a lui che a lei. E poi vedi questo tizio bianco che gira per il Campidoglio, con il pollice in su e un dannato leggio in mano. Cos’altro devo dire ai miei figli che di vedere le due differenze? Ce le hanno lì, dritte in faccia».

Oggi di James non si parla più solo perché è il più forte giocatore dell’era attuale; da un anno a questa parte ha iniziato a sfruttare il suo enorme peso mediatico al di fuori dell’ambito sportivo, come non aveva mai fatto prima nella sua carriera. La stessa cosa che, ad esempio, non aveva fatto il simbolo della generazione precedente alla sua, Michael Jordan, anche per via di una sensibilità diversa, come abbiamo visto nella serie Netflix The Last Dance”.

Lo scorso giugno James ha fondato l’associazione no profit More Than a Vote, con l’obiettivo di facilitare agli afroamericani e alle altre minoranze l’accesso al voto delle presidenziali. L’intento non è indirizzarli verso un candidato o l’altro, ma viene data priorità all’educazione e alla corretta informazione su come votare. Soprattutto per le fasce più povere, esercitare questo diritto fondamentale non è così semplice. «Tra le comunità nere molti credono che il loro voto non conti», spiega James, «A questo crediamo quando cresciamo: abbiamo visto diversi riconteggi e le nostre voci messe a tacere».

dal canale More Than a Vote

Il sito dell’associazione permetteva di registrarsi, oltre sciogliere tutti i dubbi nati da fake news e cattive informazioni, nati per dissuaderli dall’andare a votare. Inoltre James ha promosso l’uso di stadi e palazzetti (23 dei 29 della Nba) come luoghi dove situare i seggi, che per le loro dimensioni hanno potuto accogliere un elevato numero di persone garantendo comunque il distanziamento sociale. Per permettere di arrivarci, sono stati potenziati i trasporti pubblici, spesso carenti quando si tratta di servire i quartieri abitati da minoranze, grazie a corse aggiuntive a prezzi scontati. È stato infine possibile reclutare oltre 40mila nuovi addetti, compensando quelli che si sono tirati indietro per timore del contagio da Covid-19.

Dal canale CBS This Morning

Gli effetti si sono visti. In uno swing state come la Georgia, la contea di Fulton, dove si trova la State Farm Arena degli Atlanta Hawks, ha registrato 100mila voti in più rispetto al 2016, con un forte aumento da parte dei giovani afroamericani (9 su 10 hanno votato per Biden).

More Than a Vote” è servita anche a riunire la comunità dei giocatori Nba intorno a un riferimento come James, nel mentre impegnato anche a vincere il suo quarto titolo in carriera con i Los Angeles Lakers. All’iniziativa hanno partecipato, tra gli altri, Draymond Green, Trae Young, Eric Bledsoe, Udonis Haslem, Stephen Jackson, Jalen Rose, Kendrick Perkins, oltre alle star della NFL Patrick Mahomes e Odell Beckham Jr.

Anche Trae Young, al suo primo voto. Da @traeyoung

Su una simile linea d’azione si inserisce la campagna promossa da Sue Bird, il volto di punta della WNBA, in occasione del voto per i due posti vacanti del Senato in Georgia, entrambi poi assegnati ai candidati democratici il 5 gennaio. Alla ripresa della stagione lo scorso luglio, Bird e le altre giocatrici hanno indossato una maglietta che recitava “Vote Warnock”, colui che avrebbe poi strappato il seggio alla repubblicana Kelly Loeffler. Quest’ultima, oltre a essere una fedelissima di Trump, è soprattutto co-proprietaria di una franchigia WNBA, le Atlanta Dream. A dare il via all’opposizione contro di lei è stato l’aver definito Black Lives Matter un movimento «divisivo e marxista», che «promuove la violenza e la distruzione in tutto il Paese»; in quello stesso momento la lega di cui fa parte si impegnava a sostenerlo, rimarcando la gravità delle uccisioni di George Floyd e Breonna Taylor. Come spiega bene la giornalista Lindasy Gibbs, il supporto delle giocatrici a Warnock non è stato fine a sé stesso.

Nemmeno le Atlanta Dream si sono tirate indietro: «Quando tutto questo è iniziato, non volevamo sentirci come delle semplici pedine di Loeffler», ha detto l’ala grande Elizabeth Williams. Dopo la vittoria di Warnock, la sensazione all’interno della WNBA è di aver contribuito al corso della storia, dato che si parla del primo senatore democratico di colore mai eletto in uno Stato del Sud. Come nota la star delle Seattle Storm Breanna Stewart: «Vincere è bello, ma siete mai riusciti a ribaltare un’elezione al Senato?».

Immagine
Le Atlanta Dream, con un messaggio abbastanza chiaro. Twitter @E_Williams_1

La distanza tra la dimensione dello sportivo e quella del cittadino si è molto assottigliata. LeBron James, è stato scelto come “Atleta dell’Anno” da TIME in quanto simbolo di partecipazione attiva, come ha fatto lui con “More Than a Vote” e come hanno fatto tanti altri sportivi seguendo, chi più chi meno, il suo esempio. «Ormai non si tratta solo di noi che ci impegniamo nei nostri rispettivi sport. Non sarà mai più così finché sarò qui; per il dopo, spero di aver ispirato abbastanza atleti da portare avanti la mia eredità». Così, alla fine, hanno dimostrato come la visibilità conferita dal proprio status possa portare a effetti concreti sulla società e sul piano politico, e non può che essere utile in un momento in cui molti riferimenti sembrano venire a mancare.

Questo pezzo fa parte di un più ampio speciale sui fatti di Washington: è un progetto di tutti noi studenti della Tobagi, intitolato “Le mille storie di Capitol Hill”. Lo trovate a questo link.

Pubblicato da Filippo Errico Verzè

Credo ferventemente che i sogni infantili si possano avverare. Il mio era, ed è, fare giornalista sportivo, all’incirca da quando ho capito di essere troppo scarso per fare il calciatore. Che altro? Ci sarebbe una conoscenza quasi enciclopedica dei Simpson, Griffin e affini, e la ferma convinzione che un live degli Swedish House Mafia non abbia nulla da invidiare ad un concerto di Mozart.

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