Washington Football Team, non è più tempo di Redskins

Dopo le manifestazioni del movimento Black Lives Matter, gli americani tornano in piazza. Ora a sventolare bandiere americane a Capitol Hill c’è l’altra faccia degli USA

Gli Stati Uniti stanno vivendo una fase storica a dir poco complessa e che inevitabilmente coinvolge il mondo intero. I fatti del 6 gennaio a Capitol Hill sono ancora vivi nella nostra mente. Una folla di quelle dimensioni che si presenta alle porte del Campidoglio, uno dei luoghi simbolo della democrazia americana, e che riesce persino a entrare non può passare inosservata. Le telecamere di ogni emittente del pianeta erano là a riprendere quegli uomini intenzionati a mettere in discussione i risultati delle ultime elezioni, tutti riuniti sotto un’unica bandiera: quella a stelle e strisce, con il nome di Donald Trump infilato da qualche parte. Ma come ho già detto, questo è solo l’evento più recente che fa parte di mesi e mesi di tensioni crescenti.

Il presidente degli USA uscente, Trump, ha diviso l’opinione pubblica sin dai primi giorni della sua campagna elettorale nel 2016. I suoi quattro anni di presidenza, conditi da parole spesso infelici e da una politica più volte dibattuta, sono riusciti ad allargare quella frattura sociale che per un certo periodo era rimasta cristallizzata nel tempo. Uno degli episodi che hanno contribuito significativamente al processo di allontanamento tra i democratici e i repubblicani pro-Trump è stato l’omicidio di George Floyd il 25 maggio 2020. Da quel giorno il movimento Black Lives Matter, nato nel 2013 in seguito all’assoluzione di George Zimmerman che l’anno prima aveva sparato a Trayvon Martin (uccidendolo), è tornato a essere protagonista delle manifestazioni nelle strade e nelle piazze americane. Il Covid-19 non ha fermato i manifestanti, ostacolati però anche da suprematisti bianchi e dalle fasce più estreme della destra negli USA, la cosiddetta alt-right.

Il caso della morte di George Floyd, poi seguito da altre denunce di omicidi a carattere razziale, ha avuto una risonanza mediatica incredibile. Le sue ultime parole I can’t breathe, e la tecnica usata dalla polizia detta knee-to-neck-move hanno fatto il giro del mondo con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica globale circa le problematiche ben vive negli Stati Uniti. Anche lo sport ha contribuito in modo significativo alla diffusione di messaggi di uguaglianza e di solidarietà, affrontando non poche difficoltà. Hanno cominciato i più grandi sportivi di colore a portare nei campi da gioco il Black Lives Matter: dal football americano alla Serie A, passando per l’NBA, la Formula 1 e la Premier League inglese, senza dimenticare i ring della WWE.

Il casco indossato fino alla scorsa primavera dai giocatori del Washington Football Team, decorato con il simbolo del nativo americano e con i colori sociali Borgogna, oro e bianco

Ed è proprio verso i campi da football che voglio spostare l’attenzione. In particolare, verso quello di Richmond, in Virginia, dove gioca il Washington Football Team. Un nome che può sembrare alquanto banale se non si conosce la storia della società. Fondata nel 1932 con il nome di Boston Braves, la squadra cambiò nome l’anno successivo in Boston Redskins e si spostò nel 1937 a Washington D.C. Dalla capitale americana, fino agli avvenimenti della scorsa primavera, si facevano chiamare Washington Redskins, diventando una delle squadre più titolate del football statunitense. Il volto, per certi versi caricaturale, di un nativo americano con tanto di piume sulla testa venne scelto come simbolo della società. La pratica di richiamare nel nome antiche popolazioni non è insolita nella Nfl americana: negli anni ’60 nascevano i Minnesota Vikins, e molto più recenti sono gli Houston Texans. Tuttavia, si tratta di nomi e termini tutt’altro che discriminanti, ben lontani dai ‘pellerossa‘.

Coach Ron Rivera, dal 1 gennaio 2020 sulla panchina del Washington Football Team

Quel termine stonava sia dal punto di vista storico, poiché distinzioni di tipo razziale, o comunque discriminatorio, non passa più inosservato come qualche decennio fa, sia dal punto di vista dell’organico della società stessa. La squadra di Washington gode di personalità dal grande valore umano, a partire dal coach Ron Rivera, seduto sulla panchina di Washington dal primo gennaio 2020. Dopo una carriera intera da linebacker nei Chicago Bears, è allenatore dal 1997. Con la maglia dei Bears ha vinto anche un Super Bowl, mentre con giacca e cravatta è stato eletto per ben due volte ‘Allenatore dell’anno’ (2013, 2015). Dal 2011 era il coach dei Carolina Panthers, ma una sconfitta proprio contro i Redskins rimediata il primo dicembre 2019 gli costò il posto. Un uomo abituato a lottare sia in campo che fuori. Il cancro che gli è stato diagnosticato la scorsa estate è solo un altro avversario che prima o poi verrà steso a terra.

It’s amazing how many people have had this form of cancer. They have gone through these treatments and that have all, you know, come through on the other side and survived. And because this is a higher, highly treatable, highly curable cancer. But, you know, there is something comforting, knowing that others have gone through this and ended up on the right side of it. So I feel like I said the prognosis is very positive.

Ron Rivera, 8 settembre 2020

Tornando al ruolo sociale dello sport, è necessario riportare il focus del discorso sui simboli del team. Primo fra tutti il nome, ‘Redskins’. Come detto in precedenza, il termine affiancava ‘Washington’ sin dal 1933, ma la crescente sensibilizzazione sul tema della discriminazione razziale ha messo in dubbio anche le più radicate tradizioni. Indicare con ‘Redskins’ i nativi americani è comunemente considerato discriminatorio ormai da qualche anno. Già dal 2015 erano sorti grandi problemi a riguardo, quando l’amministrazione Obama bloccò i progetti per la costruzione di un nuovo stadio proprio a causa di quel termine controverso. Come spesso accade, a far muovere le cose sono i soldi. In questo caso quello degli sponsor. Nike e FedEx, in seguito alle proteste del 25 maggio, hanno esercitato pressioni di tale potenza da convincere anche i più restii ad abbandonare la tradizione.

Insomma, vista da lontano la decisione di cambiare nome e logo appaiono come un atto di virtuosismo e di impegno in prima linea nella lotta contro le discriminazioni, anche verbali. Ma andando a indagare più in profondità, si scopre che, come al solito, alla base di grandi passi stanno quasi sempre gli interessi economici. Tuttavia, è concreta la presenza di numerosi tifosi disposti a non comprare la maglia della propria squadra del cuore se in essa vi è la caricatura di un ‘pellerossa’. Sono proprio queste persone che sono destinate ad affrontare su più campi (magari evitando scontri violenti) quella folla che abbiamo visto assaltare Capitol Hill. L’insediamento di Joe Biden il prossimo 20 gennaio non risolverà all’improvviso la situazione, anzi, potrebbe portare a ulteriori manifestazioni da parte di oppositori persuasi della natura fraudolenta delle ultime elezioni. Non ci resta che attendere, e provare ad alimentare da quaggiù quegli spiriti intenzionati a portare uguaglianza nella società anche attraverso lo sport, che tentano quotidianamente di abbattere quei muri innalzati nel tempo per dividere la popolazione e mettere un gruppo contro l’altro.

Questo pezzo fa parte di un più ampio speciale sui fatti di Washington: è un progetto di tutti noi studenti della Tobagi, intitolato “Le mille storie di Capitol Hill”. Lo trovate a questo link.

Pubblicato da Enrico Spaccini

Aspirante giornalista, scrivo di ciò che attira la mia attenzione. Sempre alla disperata ricerca di continuità e stabilità.

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