La prima scalata invernale del K2

L’asticella dei limiti umani viene spostata un po’ in avanti, grazie a un team di alpinisti nepalesi

Nirmal Purja, Gelje Sherpa, Mingma David Sherpa, Mingma Tenzi Sherpa, Dawa Temba Sherpa, Pem Chhiri Sherpa, Mingma G. Sherpa, Kili Pemba Sherpa, Dawa Tenjing Sherpa e Sona Sherpa. Questa squadra di alpinisti nepalesi ha firmato una nuova pietra miliare per l’umanità. Alle 17 ora locale del 16 gennaio hanno raggiunto la vetta del K2, percorrendo insieme gli ultimi dieci metri di scalata e cantando nel mentre il loro inno nazionale. Per la prima volta la seconda montagna più alta al mondo viene battuta durante la stagione invernale. Era l’ultima tra gli “ottomila” dell’Himalaya a mancare all’appello in questo speciale traguardo, come da tradizione per quella che è considerata la cima più difficile e pericolosa di tutte.

Da @sst8848

Il gruppo di alpinisti, tutti di etnia sherpa, ha annunciato all’una di notte del 16 gennaio di voler tentare l’ascesa alla vetta, mentre si trovavano nel campo 3, a 7.400 metri. Fuori dalle loro tende il buio, -60° di temperatura percepita e un vento tagliente come una lama. I dieci si incamminano verso il loro maggiore ostacolo, il famigerato Collo di Bottiglia. Questo è un passaggio sopra al quale incombe un grande seracco, un blocco di ghiaccio che può staccarsi da un momento all’altro. Un suo crollo ha causato la morte di 11 persone nell’agosto 2008.

Stavolta invece va tutto liscio, e in questo ha aiutato il meteo: il cielo è terso e il vento, dopo il sorgere del sole, non supera i 25 km/h. Sui social Cchang Dawa Sherpa, capo dell’agenzia di spedizioni Seven Summit Treks, informa dal Campo Base che gli scalatori hanno deciso di fermarsi a dieci metri dalla cima, per arrivarci tutti assieme. Sono le 14.30 locali. Poi, alle 17, l’annuncio ufficiale.

Da @14dawa

La prima foto scattata in inverno dalla vetta del K2 ritrae Sona Sherpa, fratello di Cchang Dawa, inginocchiato sul ghiaccio, che i primi accenni di tramonto colorano di rosa. Al volto porta una bombola d’ossigeno, per compensare l’aria rarefatta a quelle altitudini. Qualcuno in realtà è riuscito a farcela anche senza, dando ulteriore valore a un’impresa di per sé epocale. Si tratta di Nimal Purja, ex gurkha dell’esercito britannico e già noto per aver scalato i 14 “ottomila” uno dopo l’altro in 189 giorni. «È stato difficile prendere la decisione se scalare con o senza ossigeno supplementare (O2). A causa delle condizioni meteo e dei tempi, non mi sono acclimato adeguatamente», ha raccontato, «Questa volta ho corso un rischio calcolato e ho continuato senza O2. La mia fiducia in me stesso, conoscendo la forza del mio corpo, la capacità e l’esperienza maturata nella scalata dei 14 “ottomila”, mi hanno permesso di stare al passo con il resto dei membri del team, pur guidandoli».

Da @nimsdai

Purja è stato inoltre decisivo nel convincere il gruppo a proseguire di notte dopo aver lasciato Campo 3, poco restio a proseguire per via del vento, come ha rivelato Mingma Gyalje Sherpa. Hanno stretto i denti fino all’alba, quando lo spuntare del sole ha reso il clima un po’ più sopportabile.

L’impresa è stata un profondo motivo d’orgoglio per la comunità sherpa, di cui spesso si considera solo il ruolo di supporto alle scalate degli alpinisti stranieri, nell’allestire i campi e le corde fisse. «A parte i più esperti, quasi tutti vengono aiutati dagli sherpa per avverare il sogno di arrivare in cima a un “ottomila”», spiega Mingma Gyalje, «Io stesso ho dato una mano a molti di loro». Tuttavia, nessuno sherpa ha mai partecipato a un’ascensione invernale di tali vette. «Questa impresa è per tutta la nostra comunità, prima conosciuta solo grazie ai nostri amici e clienti da altri paesi».

Ritorno al Campo Base: ora l’impresa è compiuta. Da @14dawa

I dieci sherpa sono saliti lungo il percorso chiamato “Sperone degli Abruzzi”, dal nome dell’esploratore Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi, che qui si avventurò nel 1909. Questa via è considerata canonica, pur essendo meno facile di altre (come la sua variante dello “Sperone Sud-Sudest”). Passò da qui anche la prima scalata in assoluto del K2: il 31 luglio 1954 arrivarono alla vetta Achille Compagnoni e Lino Lacedelli e da allora si parlò di “Montagna degli Italiani”.

K2 south routes.svg
Le vie per la scalata del K2. Lo “Sperone degli Abruzzi” è la F. Foto da Wikimedia Commons di User: Kogo

E da lì, in pieno stile italiano, sarebbe partito un contenzioso protrattosi per più di 50 anni, che ha coinvolto anche il capospedizione Ardito Desio e il celebre alpinista Walter Bonatti. Quest’ultimo aveva rischiato la vita bivaccando a 8.100 metri per assicurare a Compagnoni e Lacedelli le bombole d’ossigeno necessarie ad arrivare in cima. Tuttavia il resoconto ufficiale di Desio, adottato poi dal Club Alpino Italiano (CAI), dava una versione diversa dei fatti, contro la quale Bonatti si è battuto fino al 2009, quando è stata riconosciuta la veridicità di quanto aveva riportato. 

Il K2 ha pareti ripide e passaggi complessi ad altissima quota, come il “Collo di bottiglia”, che rendono la scalata molto difficile qualunque sia la stagione e meno abbordabile ai meno esperti, al contrario ad esempio dell’Everest, che negli ultimi anni sta peraltro avendo gravi problemi di affollamento. Il gruppo dei dieci sherpa ha trovato inoltre condizioni climatiche ottime per essere inverno, sia in termini di intensità del vento che di visibilità. Un aiuto dalla sorte, ma anche bravura a sfruttare una finestra favorevole che si sarebbe potuta chiudere da un momento all’altro. La pericolosità del K2 non ha eguali al mondo: lo stesso giorno dell’impresa, lo spagnolo Sergi Mingote, appartenente a un’altra spedizione, ha perso la vita mentre scendeva dal Campo 1.

Il Campo Base del K2 ripreso da un drone. EPA/SEVEN SUMMIT TREK

Se scalare è arduo, durante la discesa il rischio aumenta e non poco. Gli scalatori sono riusciti a tornare al campo base in sicurezza, completando così davvero la loro impresa e godendosi il loro ingresso nella leggenda dell’alpinismo. «Stare sulla vetta, testimoni della forza della natura portata all’estremo, ci rende orgogliosi di essere stati parte della storia dell’umanità», conclude Nimal Purja, «Ma anche di aver dimostrato che il lavoro di squadra e un’attitudine mentale positiva possono spingere i nostri limiti oltre ciò che non credevamo fosse possibile».

Pubblicato da Filippo Errico Verzè

Credo ferventemente che i sogni infantili si possano avverare. Il mio era, ed è, fare giornalista sportivo, all’incirca da quando ho capito di essere troppo scarso per fare il calciatore. Che altro? Ci sarebbe una conoscenza quasi enciclopedica dei Simpson, Griffin e affini, e la ferma convinzione che un live degli Swedish House Mafia non abbia nulla da invidiare ad un concerto di Mozart.

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