In Senato a tutto gas

Un racconto delirante di una crisi di governo delirante

Roma, 19 gennaio 2021. Sul nuovo circuito cittadino della Capitale va in scena l’ultimo atto del Mondiale di Formula 161, tanti quanti sono i voti (ehm, i punti, naturalmente) necessari a confermarsi sul trono. Il tracciato, varato prendendo le mosse dal dimenticabile circuito dell’EUR, dopo tre restyling e quattro gare d’appalto vede ora la griglia di partenza e la linea del traguardo posti proprio nei pressi di Piazza Castello, in prossimità di Palazzo Madama. Nonostante la pandemia, gli occhi del mondo sono tutti proiettati sull’imminente Gran Premio. I cavalieri del rischio stanno affilando le loro armi, e ripassando un’ultima volta le strategie. La tensione si taglia con il coltello, dato che per l’occasione il motorhome è stato allestito all’interno della buvette. Orde di cronisti si affastellano dinanzi al traguardo. Alessandra Sardoni e Paolo Celata, che sostituiscono eccezionalmente Stella Bruno e Ettore Giovannelli per le interviste dai box, si aggirano circospetti in griglia di partenza: «No direttore, questa volta non è una maratona, è un Gran Premio!», tentano di comunicare in studio. Il direttore fa segno di aver capito, e chiede a Marco Damilano di introdurci ai segreti del tracciato. Le telecamere indugiano sul volto del campione in carica, il due volte iridato Giuseppe Conte, che per riconfermarsi sul trono avrebbe bisogno quantomeno di un piazzamento sul podio. Ma non sarà semplice. Nonostante il campione conosca ogni piega del circuito, fin dalle prove libere il carrozzone (la vettura, si intende) ha manifestato una pericolosa instabilità sui curvoni della Capitale. Il cielo fosco minaccia pioggia, e il “pilota del popolo” non è mai stato un fuoriclasse sul bagnato. E’ torvo lo sguardo del “foggiano volante” mentre si infila il casco sopra la mascherina e si sistema la pochette. Ora le telecamere stringono sul poleman di giornata. Sarà l’ex campione del mondo Matteo Renzi a partire al palo, per la prima volta dopo anni. Già dalla prima conferenza stampa aveva fatto capire che avrebbe dato il tutto per tutto pur di agguantare quei punti che gli servirebbero per potersi piazzare nelle zone nobili della classifica, e spartirsi così la ricca torta dei diritti del nuovo Patto della Concordia. Dopo un funambolico giro di qualifica, l’ex campione è di nuovo sotto i riflettori. Dopo essere stato detronizzato nel 2016 aveva promesso di ritirarsi e di darsi alla politica, ma il richiamo della pista è stato troppo forte. Così, lasciata la scuderia campione in carica dopo qualche incidente di troppo (non per niente lo chiamavano “il rottamatore”), ha deciso di mettersi in proprio come Jacques Villeneuve, fondando una piccola scuderia di cui è team manager, pilota di punta, addetto stampa, cuoco, segretario e usciere. «Fare la pole è stato uno shock», le parole ammiccanti di Renzi a una cronista della BBC. Dopo due anni nelle retrovie, a barcamenarsi per i punticini, finalmente la grande ribalta. «Faremo doppietta», dichiara languido fissando negli occhi la sua compagna di scuderia, Teresa Bellanova, che distoglie lo sguardo con malcelato imbarazzo. La seconda fila dello schieramento è monopolizzata dalle “Frecce bicolore”, le monoposto verde – blu della premiata ditta Salvini – Meloni, ancora in lizza per il campionato costruttori. Più indietro la seconda stella a cinque punte di Luigi Di Maio, a seguire Zingaretti e Franceschini sulle due PD, e l’ex ex ex iridato Berlusconi, a suo tempo vincente come Fangio e oggi incerto su quali gomme montare come un Latifi qualsiasi. A chiudere lo schieramento una ridda di scafati mestieranti, come il “Cangurino Rampante”, Clemente Mastella, pronto a saltare di palo in frasca pur di assicurarsi il volante migliore, ed alcuni piloti della domenica che per comprendere il significato della bandiera a scacchi, si vocifera, hanno consultato telefonicamente l’ACI. I famosi “costruttori”.

Tutto è pronto. Il rombo dei motori sale, il frastuono diventa assordante, il mondo trattiene il fiato. Il direttore di gara Casellati dà il via libera. Semaforo verde, partiti. Tutti all’arrembaggio. Oddio, non proprio tutti tutti: l’adrenalina non è bastata per destare dal letargo Gaetano Manfredi, appisolatosi nell’abitacolo già dal giro di ricognizione. Nel frattempo alla prima curva è bagarre: Renzi mantiene la testa, Conte prova una furiosa rimonta. Salvini e Meloni si attardano per dei selfie con gli spettatori della tribuna Montecitorio, e scivolano nelle retrovie. Ci sono detriti in pista, lasciati da Casini, che, incerto se sterzare a destra o a sinistra, alla prima curva ha tirato dritto centrando le barriere. In medio stat virtus. A Di Maio segnalano via radio “bandiera gialla”, e lui si mette ad intonare Gianni Pettenati. Il primo giro si conclude in una bolgia dantesca, volano strali e ammortizzatori. La Bellanova soffre palesemente della “sindrome di Barrichello”, e non osa incrociare le ruote con quelle del proprio capo squadra. Vedendo ciò che resta della monoposto di Casini, la Binetti si rivolge all’Altissimo. La corsa prosegue. Conte sorpassa Renzi, troppo impegnato ad ammirarsi sui maxischermi per concentrarsi sulla pista. L’ex campione prova a replicare subito, e tira una staccata all’esterno. Conte non ci sta e allarga la traiettoria. I due si toccano: «E’ stato un attacco sterile, scomposto e incomprensibile», tuona via radio il pilota del popolo. «Conte è un vulnus per l’automobilismo», la velenosa risposta di Renzi. Si prosegue in un caos crescente. I meccanici sono costretti a rincorrere la monoposto di Berlusconi, che fermatosi ai box per il tagliando (ehm, il pit stop) si è dimenticato di non poter azionare il telepass. Preziosi secondi che evaporano. Anche gli spettatori osservano mesti il declino del Cavaliere, memori della leggendaria cena elegante organizzata per festeggiare l’ultimo trionfo del 2010. Maria Rosaria Rossi e Renata Polverini si rifiutano di dare nuovamente strada all’anziano team leader, e decidono di infrangere gli ordini di scuderia. «Correremo per noi stesse», annunciano al muretto. Punto sul vivo, il team manager Gasparri scatta dunque in direzione gara per presentare ricorso. La Casellati gli spiega a malincuore che no, non si può ricorrere contro se stessi. Intanto nelle posizioni di vertice continua la bagarre. Renzi invoca la bandiera blu per Conte: è convinto di trovarglisi alle spalle solo perché in procinto di doppiarlo. Il “pilota del popolo” non gli riserva parole di comprensione. Comincia a piovere. Conte si ferma per montare pneumatici da bagnato, ma al box pentastellato ci sono solo gomme morbide e copertoni di bicicletta. Gianluigi Paragone grida al complotto contro i poteri forti dell’Olimpo, mentre Toninelli chiede un ombrello. A causa della scarsa visibilità dovuta al diluvio Giorgio Mulè sbaglia direzione e imbocca il Grande Raccordo Anulare, rimanendovi imbottigliato. Nel frattempo Lello Ciampolillo e Riccardo Nencini, presentatisi in ritardo alla partenza («Stavo soccorrendo un colombo», l’inoppugnabile giustificazione), ne approfittano per montare immediatamente pneumatici wet, e si ritrovano alle porte delle posizioni di vertice. Tra ritiri e testacoda, ai margini del rettilineo dei Fori Imperiali si scorge una piccola sagoma che sta inscenando una protesta ai margini della pista: è Mimmo Scilipoti, che in stile Hockenheim 2000 cammina tra i bolidi sfidando il pericolo e il ridicolo. Agita furioso un cartello ammonitore contro la Federazione, rea di non aver preso adeguati provvedimenti riguardo all’agopuntura.

L’ispiratore di Mimmo Scilipoti

Entra in pista la Safety Car. A guidarla è Antonio Razzi, gomito fuori dal finestrino, baffo e permanente al vento, che ha appena appreso da Kim Jong Un i rudimenti della guida sportiva. Altri pit stop. Giarrusso, a cui l’uso del casco ha scolorito la chioma, decide di ignorare le promesse di ingaggio del team manager pentastellato D’Incà, e si rifiuta di cedere strada a Conte, finitogli alle spalle nel valzer dei rifornimenti. Renzi intanto ha finito la benzina, e deve rallentare. Conte prova a sferrare l’attacco decisivo, ma il rottamatore gli taglia la strada. Il foggiano volante infine riesce a passare, apostrofando il rivale come si farebbe per una precedenza non rispettata. Intanto Nencini e Ciampolillo finiscono sotto inchiesta: sembrerebbero rientrati ai box con la pit lane ancora chiusa. Rischiano uno stop and go, che farebbe guadagnare due preziose posizioni a Salvini e metterebbe così a rischio il titolo di Conte. Vengono ispezionati accuratamente i filmati, e infine arriva la sentenza: tutto regolare. Conte ora vede la bandiera a scacchi, e taglia il traguardo da vincitore. Renzi si aggiudica il Tapiro d’oro, Ciampolillo il premio della critica. Sono in tre sul podio. C’è chi festeggia, e chi no. Quello che si stanno tirando addosso sembra essere di tutto, tranne champagne.

Se volete osservare la crisi di governo italiana da differenti angolazioni potete consultare gli altri approfondimenti dei colleghi della “Walter Tobagi” . Li trovate qui, qui e qui. Ne vale la pena. Mettetevi comodi e buona lettura.

Pubblicato da Alessio Di Sauro

Che vuole fare il giornalista perchè non sa nè cantare nè ballare, che si ostina a parlare di contropiede e non di ripartenza, e che prima o poi scriverà la biografia di Breznev. Ma che ha anche dei difetti

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