Protagonisti: Rodrigo Palacio

Un panegirico a El Trenza. Fino ad oggi, in Protagonisti abbiamo parlato di giovani promesse del calcio italiano. Questa volta vogliamo raccontare la storia di Rodrigo Palacio. Calciatore che, per come vive il calcio, non è neanche definibile “protagonista”. Somiglia più a un coprotagonista. Un personaggio in secondo piano che sa rubare la scena con gesti da fuoriclasse.

Per sua natura, un panegirico non può essere oggettivo. Per chi non lo conoscesse, è un termine proveniente dalla tradizione letteraria greca che indica un discorso celebrativo in onore di un personaggio illustre. Veniva pronunciato in piazza di fronte al popolo, magari in occasione di feste o ricorrenze particolari. Per ovvi motivi, tutto questo oggi non si può fare. Utilizzerò, quindi, un piccolo spazio in questo blog per lodare in prima persona quello che, a mio avviso, è uno dei talenti più sottovalutato e fin troppo facilmente ignorato degli anni duemila.

La prima volta che sentii pronunciare il nome di Rodrigo Sebastian Palacio fu nella stagione calcistica 2005/2006, e la voce che ne scandiva le lettere era quella di Bruno Longhi. All’epoca avevo 10 anni, e i miei pomeriggi li passavo al campetto vicino casa a prendere goffamente a calci un Super Tele. Ma quando pioveva e non si poteva uscire, si accendeva la Play Station in camera da letto. Per gli amanti dei videogiochi risulterà banale ricordare che le uniche partite in cooperativa possibili erano quelle in locale, e la modalità carriera in FIFA aveva ancora senso di esistere. Fu in quel FIFA 06 che mi innamorai del Boca Juniors. Per quella maglia blu con la striscia orizzontale gialla fu amore a prima vista, mentre per la squadra in sé ci volle qualche partita in più. Col tempo ho trovato il modulo più congeniale alla mia idea di calcio nel 4-3-3 con il trequartista dietro la punta, passando anche per il più prudente 4-2-3-1, ma in quegli anni mi affascinava l’idea della coppia d’attacco: Van Nistelrooy-Rooney, Shevchenko-Gilardino, Cruz-Adriano. E in quel Boca trovai qualcosa di speciale. Una coppia d’attacco complementare. Da un lato c’era un trentatreenne che sfiorava il metro e novanta centimetri d’altezza, dall’altro un ventiquattrenne che appena superava il metro e settanta: Martìn Palermo e Rodrigo Palacio.

Martìn Palermo e Rodrigo Palacio al Boca Juniors

In quel 2005/2006 il Boca aveva una squadra che riusciva a mescolare talento ed esperienza come poche altre al mondo. La difesa era l’unico settore del campo che non godeva di grandi nomi. Ricordiamo solo Matias Silvestre perché in Italia ha giocato per più di un decennio. È sufficiente, però, fare qualche passo indietro dalla linea dei difensori per trovare subito un nome altisonante: Roberto Abbondanzieri. Il portiere argentino al suo secondo anno da titolare al Rosario Central vinse immediatamente la Copa Conmebol del 1995, ma arrivato al Boca dovette fare il secondo del colombiano Oscar Cordoba fino al suo trasferimento al Perugia nel 2002. Eletto miglior portiere sudamericano nel 2003, El Pato aveva nel rinvio con il mezzo esterno destro il suo marchio di fabbrica. Qualità che al giorno d’oggi, insieme con i suoi riflessi felini, lo avrebbe reso fondamentale anche nei campionati europei. Spostandoci al centrocampo incontriamo delle vere leggende. Sebastian Battaglia e Guillermo Barros Schelotto (che non è Ezequiel, ndr) sono i due giocatori più titolati della storia del Boca e, oltre a reggere sulle proprie spalle l’intera squadra, avevano anche il compito di addestrare i giovani. Solo alla fine di quella stagione Fernando Gago e Fredy Guarin avrebbero compiuto 20 anni. Per finire, oltre alla già citata coppia Palermo-Palacio, il Boca poteva vantare nella sua batteria d’attacco anche Marcelo Delgado.

29 gennaio 2012 – Genoa 3 – 2 Napoli
Palacio contro Zuniga

Ma torniamo a El Trenza. Immaginate la felicità di un ragazzino nel leggere nell’estate del 2009 che Palacio sarebbe arrivato in Italia. Un bambino che per anni ha giocato a un videogioco osservando da lontano la crescita di un calciatore di cui era innamorato e che finalmente aveva la possibilità di vederlo la domenica in tv. Da come si può leggere ancora dall’ANSA di quel 15 luglio, Palacio fu pagato dal Genoa circa 5 milioni di euro, e Sebastian Battaglia avrebbe potuto seguirlo. Rodrigo aveva già 27 anni quando approdò nel nostro campionato. Non proprio giovanissimo, nonostante quella treccina. E non era nemmeno un bomber irresistibile. Sì, al Boca aveva segnato più di 80 reti, ma il campionato italiano era ben altra cosa. Con la maglia del Genoa segnò in 5 anni 58 gol, numeri che non ti fanno vincere la classifica cannonieri. Palacio non era una prima punta, un finalizzatore puro. Palacio era un’altra cosa. Palacio è un’altra cosa. Qualcuno lo potrebbe chiamare “seconda punta”, etichetta che fin troppo spesso risulterebbe superficiale. Il Rodrigo del Genoa non si faceva problemi a segnare di tap-in, ma riusciva anche a regalare giocate degne dei numeri 10. Gol che descrivevano il suo talento meglio di qualsiasi parola. La stagione in cui esplose si rivelò essere anche l’ultima con quella maglia rosso-blu: la 2011/2012. In coppia con Alberto Gilardino, il 29 gennaio 2012 regalò ai propri tifosi una doppietta che valse la vittoria per 3 a 2 contro il Napoli di Mazzarri. Quel Napoli con una rosa che poteva vantare Edinson Cavani, Ezequiel Lavezzi, Marek Hamsik e Goran Pandev. In quel pomeriggio, però, la scena fu tutta di Rodrigo: il primo gol entrerà nella storia del Genoa. Leggermente fuori area e spalle alla porta, Gilardino appoggia di testa per il compagno. Vedendo la palla a mezza altezza, l’argentino si piega leggermente sul fianco sinistro. Colpisce il pallone di controbalzo facendogli disegnare una diagonale parabolica che si insacca nell’angolo sinistro della porta difesa da Morgan De Sanctis che tentò invano di tuffarsi. Non passò una settimana che Palacio dipinse un’altra opera d’arte a Marassi. Nel giorno del suo trentesimo compleanno, il 5 febbraio 2012 contro la Lazio Palacio si inventa uno dei gol più belli della sua carriera. Calcio d’angolo da sinistra, El Trenza partendo dal centro area corre incontro al pallone oltre il primo palo e, spalle alla porta, colpisce con il tacco mancino che fa finire la palla alle spalle di un incredulo Federico Marchetti che, come il collega De Sanctis, tenta invano un tuffo.

Gli argentini dell’Inter dopo il gol di Palacio in Europa League contro il FK Partizan (25 ottobre 2012)

Come i tifosi interisti sapranno benissimo, quella non fu l’unica magia di tacco di Palacio. Per poco più di 10 milioni di euro, i nerazzurri acquistarono un calciatore che sarebbe diventato imprescindibile nel corso di pochissimo tempo. Palacio sapeva benissimo di aver fatto qualcosa di importante in Liguria, e per questo motivo il giorno in cui salutò la dirigenza rosso-blu decise di lasciare là un ricordo di sé. Un pezzo della sua trenza. Era giunto il momento di un nuovo inizio. Quella del 2012/2013 fu per l’Inter una stagione tanto complicata quanto deludente. Arrivati da un misero sesto posto, la rosa visse la prima grande rivoluzione: Julio Cesar, Maicon, Lucio, Forlan, Cordoba e Pazzini lasciarono. A Milano arrivarono invece Samir Handanovic, Alvaro Pereira e Antonio Cassano, oltre ai due ex compagni al Boca Palacio e Silvestre (Guarin era già all’Inter dall’inverno precedente). La stagione terminò con un incommentabile nono posto, ma qualche soddisfazione quel gruppo se la tolse. Prima fra tutte, la conquista dello Juventus Stadium. Provenendo da una striscia di imbattibilità lunga 49 partite, la Juventus Campione d’Italia passò in vantaggio in quella sera di novembre con un gol dopo 18 secondi viziato da un fuorigioco di Kwadwo Asamoah tutt’altro che millimetrico. L’Inter partiva quella sera col tridente Palacio-Milito-Cassano, ma far entrare Guarin al posto del barese fu una scelta che valse 3 punti. Milito quella sera segnò prima da rigore e poi dopo la respinta di Gianluigi Buffon a una cannonata del colombiano scagliata da oltre 25 metri. Fu poi un’azione personale di Yuto Nagatomo e conclusa in gol da Palacio a decretare il 3 a 1 finale.

Nell’anno seguente, Palacio siglò il gol più iconico della sua esperienza milanese. Derby della Madonnina del 22 dicembre 2013, il primo dell’era Erick Thohir. Finì 1 a 0 per i nerazzurri, e la rete de El Trenza fu poesia allo stato puro. Minuto 86. Cross basso di Guarin dalla destra. Palacio scatta verso il primo palo, anticipa Cristian Zapata e con il tacco destro manda la palla a destra di Christian Abbiati che non può far altro che alzare le braccia e guardarsi intorno in cerca di conferme che quell’azione fosse reale. Non si possono sintetizzare 5 anni di carriera in due episodi, ma comunque rendono l’idea di cosa fu Rodrigo Palacio per l’Inter. Non è mai stato il protagonista, e forse nemmeno voleva esserlo. Come dicono gli altri, lui è una seconda punta. Una spalla. Palacio è stato colui che ha traghettato l’Inter dal Principe Diego Alberto Milito a Mauro Icardi. Niente di più. Nessun trofeo, poca gloria. Ma verrà sempre ricordato dagli interisti. Forse, vincere non è l’unica cosa che conta.

Sinisa Mihajlovic abbraccia il suo Palacio

Lasciò l’Inter nell’estate del 2017 per indossare una nuova maglia rosso-blu, questa volta quella emiliana del Bologna. Fortemente voluto da mister Roberto Donadoni dopo la brutta figura in Coppa Italia, dove perse 0 a 3 contro il Cittadella. In questi ultimi 4 anni, il Bologna ha avuto 3 allenatori. Donadoni è stato esonerato al termine della stagione 2017/2018 e Filippo Inzaghi non ha terminato una stagione. Sinisa Mihajlovic tra mille difficoltà, anche e soprattutto personali, sta tenendo vivo il gruppo affidandosi sempre a Palacio. Non è mai stato un bomber, lo abbiamo detto, ma ad oggi sono 23 giornate consecutive che El Trenza è a secco. Nonostante ciò, il titolare è lui. La colonna portante del gruppo. Uomo spogliatoio, a 39 anni corre ancora come un ragazzo. Edoardo Vergani, Emanuel Vignato, Skov Olsen e Musa Barrow devono imparare da un tale professionista. Non tanto dal punto di vista realizzativo, ma da quello tecnico-tattico. Giocate come quelle contro Lazio, Milan e Napoli non si inventano dal nulla: devi fare il movimento giusto e al tempo giusto per poter bruciare i difensori, e, ovviamente, devi colpire il pallone nel punto esatto per poter imprimere quell’effetto che lo renderà inafferrabile.

Probabilmente su Rodrigo Sebastian Palacio non si scriveranno libri in futuro. Nessun film che celebri le gesta di quel ragazzo di Bahìa Blanca che lasciò la sua Argentina da adulto, ma che visse una nuova giovinezza in Italia. Quell’attaccante argentino che traghettò l’Inter dall’era Milito a quella Icardi, senza mai vincere alcun trofeo. Un coprotagonista del calcio moderno che, a volte, si sostituisce al protagonista ricordando a tutti che no, vincere non è l’unica cosa che conta.

Pubblicato da Enrico Spaccini

Aspirante giornalista, scrivo di ciò che attira la mia attenzione. Sempre alla disperata ricerca di continuità e stabilità.

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