Anfield 68, la lunga corsa del Liverpool di Klopp

Ascesa e trionfo dei Reds in tre anni e mezzo da imbattuti all’ombra della Kop

La storia del calcio è scandita da periodi in cui una o più squadre prendono la scena e ci fanno credere che quel ruolo da protagonisti sarà loro per chissà quanto. Spesso ciò che aumenta la loro potenza nell’immaginario di tutti sono dei record quasi inconcepibili, che più si protraggono nel tempo e più entrano a far parte della nostra normalità. Ma se serie tv come Grey’s Anatomy e Game of Thrones ci hanno abituato all’eventualità di perdere chi davamo per scontato, lo stesso vale nel calcio, e nello sport in generale. Ogni certezza è destinata a cadere e l’attesa di quel momento può spaventare o generare ansia. Non per tutti ovviamente, per me di sicuro. Da anni per esempio controllo i risultati delle squadre di LeBron James non per ragioni di tifo, semplicemente per assicurarmi che non sia finita la sua striscia di partite consecutive in doppia cifra di punti (oggi 1.034). E se una mattina mi trovassi con 9 punti sul tabellino? Lì, forse, di fronte a ciò che temevo, la paura diventa una liberazione, con un effetto quasi catartico.

Grossomodo quello che ho provato vedendo il Liverpool perdere contro il Burnley ad Anfield Road, per la prima volta dopo 68 partite. Tutto, in quel grigio giovedì sera, lasciava pensare che fosse arrivata l’ora. Divock Origi che solo davanti a Nick Pope, invece di cercare un facile appoggio in rete, la spara sull’incrocio dei pali. Il rigore tragicomico concesso ai Clarets, la reazione inesistente al gol subito.

Da quel giorno, il 21 gennaio 2021, il Liverpool ha giocato altre cinque partite ad Anfield, perdendole tutte. Per un’infamia della sorte, al record ogni epoca di imbattibilità casalinga, segue quello di sconfitte consecutive. Una caduta simile risuona fragorosa, dopo che negli ultimi tre anni la squadra di Jürgen Klopp è riuscita a tenere un livello di gioco con pochi eguali. Ormai ci eravamo abituati al ritmo che imponevano per 90 minuti contro qualunque avversario, alla velocità con cui la palla viaggiava dalla fascia di Trent Alexander Arnold a quella di Andrew Robertson, ai movimenti del trio Mané-Salah-Firmino. Già nelle settimane precedenti alla sconfitta con il Burnley, i Reds avevano mostrato una versione più fiacca, come se fiamma che li alimentava si stesse progressivamente spegnendo. Lo scorso anno avevano iniziato la Premier League con 26 vittorie e un pareggio, oggi sono ottavi e già solo finire tra le prime quattro sembra essere un’impresa.

Gli ultimi sei incontri giocati ad Anfield, hanno avuto dinamiche simili: il Liverpool controlla il possesso (media del 63%), ma il giro palla è sterile, lento e perlopiù orizzontale. Agli avversari basta invece un lancio in verticale verso le punte per arrivare in porta e segnare. Tenere il vantaggio poi non è un problema. Ogni occasione dei Reds, quando arriva, è frutto di un lavoro faticoso e snervante per chi lo sta guardando; l’unico gol di questa serie è un rigore di Salah nell’1-4 con il City. Insomma, se per tre anni e mezzo vincere ad Anfield è stato impossibile per chiunque, ora è la cosa più facile del mondo. Di certo gli infortuni hanno inciso: nel caso di Virgil Van Dijk e Joe Gomez, al di là del loro valore come singoli, Klopp è stato costretto ad arretrare Jordan Henderson e Fabinho, con effetti a catena su tutti i reparti. Al di là di tutto, il Liverpool sta pagando lo sforzo di giocare a quell’intensità per un periodo così prolungato, oltretutto con rotazioni ridotte rispetto ad altre grandi della Premier. L’estate sarà decisiva per il loro futuro; rivedere l’impianto della squadra aiuterebbe a rendere questa stagione solo una parentesi.

Per adesso, tanto vale guardarsi indietro. Anche solo perché la corsa del Liverpool ci ha accompagnato per un periodo relativamente lungo delle nostre vite. Dal 23 aprile 2017, quando il Crystal Palace uscì da Anfield con un prezioso 2-1, al 21 gennaio 2021 di cose ne sono successe: un governo giallo-verde, uno giallo-rosso, una pandemia globale, un assalto al Campidoglio, eccetera. Nel loro stadio, da sempre parte integrante dell’immaginario, i Reds hanno costruito la propria ascesa: da outsider del calcio inglese, a vincere la Premier League dopo 30 anni di attesa.

E di queste 68 partite, ce ne sarà pure qualcuna da ricordare, no?

Liverpool 3-0 Middlesbrough (21 maggio 2017)

La prima stagione completa di Jürgen Klopp al Liverpool è come una birra rossa (o meglio, ambrata): dal sapore deciso, a tratti dolce, ma con un tocco amarognolo. I Reds tornano competitivi in campionato grazie soprattutto all’acquisto estivo di Sadio Mané e l’idea di calcio del loro allenatore inizia ad avere una forma più definita rispetto all’anno prima. Nel girone d’andata sembrano addirittura potersi giocare il titolo, anche grazie all’eccellente rendimento contro le altre Top Six della Premier League (nessuna sconfitta e 20 punti su 25 disponibili). La speranza viene spenta dall’annata dominante del Chelsea di Antonio Conte, che da gennaio prende il largo senza che ci sia nessuno a obiettare. Il Liverpool si concentra allora a finire tra le prime quattro, traguardo raggiunto una sola volta nelle precedenti otto stagioni. Tornare in Champions League è necessario ai fini del percorso di crescita inaugurato con l’arrivo di Klopp, ma non è scontato. All’ultima giornata i Reds sono quarti, con un punto di vantaggio sull’Arsenal, che non manca la massima competizione europea da 20 anni. Ad Anfield arriva il Middlesbrough già retrocesso da un po’, mentre i Gunners ospitano l’Everton.

Cinque degli otto presenti in questa foto avranno un ruolo marginale in questa storia, ma qui ancora non lo sanno (foto di Peter Byrne/PA via AP)

Non dovrebbero esserci grossi problemi, invece nei primi 45 minuti l’ansia è a livelli stellari. Con Mané assente per infortunio, l’attacco fatica ad essere incisivo nell’ultimo terzo di campo, schiacciando in area la difesa del Boro senza però creare vantaggi. Da Philippe Coutinho parte la maggior parte delle iniziative per tentare di smuovere gli avversari dalla loro trincea e aprire qualche spazio, invano. Ad alimentare il senso di incombente tragedia ci pensano gli aggiornamenti dall’Emirates Stadium, dove l’Arsenal è già sul 2-0.

La giocata risolutiva arriva da due cardini di questo ciclo vincente dei Reds. Appena prima dell’intervallo, Roberto Firmino si allontana dall’area per venire incontro al passaggio di Nathaniel Clyne. Ben Gibson lo segue come un’ombra, credendo di avere la situazione sotto controllo, ma si dimentica dell’ampia porzione di prato che lascia alle spalle. A quel punto Georginio Wijnaldum l’ha già occupata dopo essere partito dalla trequarti, non prima che Firmino gli faccia arrivare la sfera con un tocco di prima. Infine la conclusione di collo pieno sul primo palo, troppo potente per dare a Brad Guzan il giusto tempo di reazione. Movimento lontano dall’area, creazione di uno spazio, inserimento e rifinitura con tempi perfetti.

Con una giocata divenuta oggi sistematica per “Bobby” e “Gini”, il Liverpool sblocca la partita e scaccia ogni fantasma arrivato a rovinare la domenica di Anfield. Nella ripresa le gambe sono molto più leggere e i Reds chiudono i conti già nei primi 15 minuti con Coutinho e Adam Lallana, protagonisti di quella stagione, comparse delle successive. «I ragazzi hanno giocato in modo fantastico. Non vedo l’ora che arrivi la prossima stagione, penso che ci siano delle fondamenta meravigliose», commenta Klopp, «Più sei organizzato e più ti senti libero di fare cose speciali in attacco».

Liverpool 4-0 Arsenal (27 agosto 2017)

Durante l’estate 2017 viene acquistato dalla Roma Mohamed Salah per una cifra vicina ai 42 milioni di euro. Il suo è un ritorno in Premier League, dopo un passaggio al Chelsea dove trova davvero poco spazio (gioca 13 partite in totale, tra queste quella che strappa i sogni di titolo proprio al Liverpool). In Italia, prima alla Fiorentina e poi alla Roma, si afferma come uno dei migliori esterni, grazie alle sue corse in profondità e il suo primo passo fulminante. Il precedente ai Blues sembra frenare gli entusiasmi per l’arrivo di Salah in Inghilterra; qui la sua intensità sarebbe un fattore meno decisivo rispetto alla Serie A, dove le difese sono più statiche. Sull’esperienza al Chelsea, José Mourinho ha sempre negato la presunta incompatibilità dell’egiziano con il suo sistema di gioco, pur parlando col senno di poi. «Era un ragazzo spaesato a Londra. Volevamo che migliorasse giorno per giorno, ma lui aveva intenzione di giocare e non aspettare». Ai Blues, in quello stesso periodo, succede qualcosa di simile con Romelu Lukaku e Kevin De Bruyne. Così tre anni dopo ecco che a Liverpool si forma il trio Mané-Salah-Firmino (che stranamente non ha ispirato nessuna sigla monosillabica, che so, un Ma-Sa-Fi o un Sa-Fi-Ma; no in effetti suonano tutti abbastanza male). In poco tempo, ogni dubbio sul suo valore viene smentito. Da allora i tre avrebbero segnato 262 gol in tutte le competizioni.

In una soleggiata domenica di fine agosto, la prima malcapitata a venire travolta è l’Arsenal. Dopo pochi minuti Salah potrebbe già dare inizio allo show non fosse per un miracolo di Petr Cech, ma si tratta solo di aspettare. Il tempo che Firmino concluda di testa senza che ci sia qualcuno a marcarlo. Per 90 minuti il Liverpool massacra l’Arsenal con un’intensità difficile da replicare, sia in attacco che a centrocampo, dove Wijnaldum, Henderson e Emre Can possono imporre a piacimento il loro ritmo. La difesa avversaria non ha nessun riferimento e brancola a fatica, cercando di seguire i rapidi movimenti del trio, disordinati ma solo in apparenza. Nel gol del 2-0 di Mané, un pregevole destro a giro, l’azione parte dall’area dei Reds e la palla gli arriva 85 metri più avanti dopo quattro passaggi e dieci tocchi complessivi.

Il 3-0 arriva nel secondo tempo grazie a un’arma molto cara a Klopp, il contro-pressing o gegenpressing. Da un corner per l’Arsenal, la difesa spazza e la palla sembra facile da controllare per Hector Bellerin appostato sulla trequarti. Ci va però con sufficienza, non proprio il massimo se hai Salah che scatta implacabile verso di te. L’esito del successivo contrasto è scontato e a quel punto davanti all’egiziano c’è di fronte solo Cech. Dopo aver corso l’intera lunghezza del campo in 12 secondi, Salah ha la lucidità di trovare l’angolino e vanificare il tentativo di parata. Daniel Sturridge fissa il 4-0 finale, un «disastro» secondo Arsene Wenger, in cui i suoi sono stati «battuti ovunque sul piano fisico, rendendo la vita più facile agli altri». Sfortunatamente per i Gunners (meno per l’allenatore alsaziano che lascerà a fine stagione), questa non sarà l’ultima umiliazione che riceveranno ad Anfield.

Liverpool 4-3 Manchester City (14 gennaio 2018)

L’imbattibilità ad Anfield che dura da aprile dell’anno prima pare destinata a finire contro il Manchester City. La squadra di Pep Guardiola è in quel momento per distacco più forte d’Inghilterra; la stagione 2017/18 diventa presto una gara a chi arriva secondo. Difficile poter competere contro una rosa che schiera Sergio Aguero, Raheem Sterling, Kevin De Bruyne, Bernardo Silva, Leroy Sane e Gabriel Jesus tutti al top delle rispettive carriere. Klopp non si fa però intimorire nel preparare la partita, anche per non regalare punti nella lotta al piazzamento in Champions. Il Liverpool impone fin da subito un pressing alto sulla costruzione bassa del City, cercando di recuperare palla nella loro metà campo (a fine partita i recuperi alti saranno 20, contro gli 8,3 concessi di media dagli uomini di Guardiola). La partita dei Reds è un trionfo dell’intensità sul calcio ragionato e di posizione di Guardiola. A 8’ Alex Oxlade-Chamberlain parte poco oltre il cerchio di centrocampo sfruttando un corridoio aperto dal movimento a venire incontro di Firmino. Fabian Delph e Fernandinho provano a stargli dietro, invano. Chamberlain può contare i passi senza problemi prima di lasciar partire un fendente rasoterra di destro, che Ederson sfiora e nulla più.

A far pensare a un vantaggio solo estemporaneo ci pensa Sane: il pareggio arriva da una bella azione individuale, con cui batte Loris Karius sul suo palo. Il Liverpool non sente granché il contraccolpo e nella ripresa continua a dominare la partita grazie a un controllo totale degli spazi. Molto di questo si deve al lavoro in copertura di Emre Can, Wijnaldum e Chamberlain. Il fraseggio del City è di fatto anestetizzato e deve pure stare in guardia all’aggressione continua dei Reds.

Anche perché poi ci mettono poco ad arrivare in porta. Così Chamberlain a 59’ serve un filtrante promettente per Firmino, ma John Stones è in vantaggio per la chiusura. “Bobby”, con una leggera spinta, riesce a mandarlo fuori tempo e si ritrova in area con solo Ederson di fronte. Sfruttando la sua arma principale, la finezza del tocco, lo supera con un pallonetto che il palo spinge poi in porta.

Un minuto dopo, Salah vince un contrasto con Otamendi e sgattaiola verso l’area. Il tempo di alzare la testa e ci sono già Firmino e Mané pronti a essere serviti. La scelta del passaggio premia il secondo. Dopo lo stop si ferma per un istante, poi sferra una staffilata di sinistro dritta all’incrocio. L’apoteosi di Anfield non è ancora terminata. A 67’ Ederson esce fuori area per anticipare l’ennesima palla in profondità cercata dai Reds. Il suo rinvio finisce preciso sui piedi di Salah che, giusto per ringraziare, firma il 4-1 tirando da 40 metri. In otto minuti i futuri campioni d’Inghilterra con tanto di record di punti (100) vengono neutralizzati.

Nel quarto conclusivo di partita il Liverpool prova a gestire abbassando il ritmo, ma in questo momento non ne è ancora capace. Il City accorcia fino al 4-3: sono evidenti le lacune in difesa per i Reds, da cui deriva la poca continuità nel corso di quella stagione. Per rimediare, poche settimane prima hanno acquistato Virgil Van Dijk dal Southampton per 85 milioni di euro. In linea di massima, l’esborso darà i suoi frutti. Intanto il Liverpool, oltre a costringere il City alla prima sconfitta in campionato e vendicarsi per il 5-0 dell’andata, dimostra di essere la più vicina a loro sul piano tecnico. Sensazione confermata poi dal trionfale doppio confronto nei quarti di Champions. Il guanto di sfida per l’anno successivo è ormai lanciato.

Liverpool 1-0 Everton (2 dicembre 2018)

Dietro al ciclo vincente del Liverpool non ci sono solo i grandi protagonisti, Salah, Mané, Firmino, Alisson, Van Dijk, Alexander Arnold e via dicendo. In certi frangenti hanno dovuto lasciare il palcoscenico a comprimari, sempre pronti a prendersi i loro brevi momenti di gloria. Il loro simbolo non può che essere Divock Origi. Contro l’Everton i Reds premono ma non riescono proprio a sbloccarla. I cugini, come molte altre squadre, scelgono di difendere bassi e di chiudere gli spazi tra le linee. È il prezzo che i Reds devono pagare per il nuovo status di contendenti al titolo. Per segnare serve trovare soluzioni alternative o affidarsi al caso, se proprio.

Nell’ultima azione disponibile Alexander Arnold lancia lungo nell’area dell’Everton, la classica “preghiera”. Yerry Mina libera di testa e la sfera arriva a Van Dijk, appostato al limite dell’area. L’olandese la colpisce di mezzo esterno, non si sa se per crossare o tirare. Fatto sta che il pallone si impenna in aria, suscitando i sospiri delusi di Anfield e la reazione stizzita dello stesso Van Dijk, che inizia già a tornare nella sua metà campo in attesa del triplice fischio. Per uno scherzo della fisica, la palla colpisce una volta la traversa, resta in bilico, la colpisce ancora e rientra in campo. Jordan Pickford osserva questi due rimbalzi fatali, dopo aver rinunciato alla presa convinto che il tiro-cross di Van Dijk uscisse. Resosi conto dell’errore, prova a rifarsi ma scivola in modo goffo. Origi intanto è lì sulla linea di porta, in attesa di appoggiare in rete il gol della vittoria.

Di lui si parla spesso come “l’uomo del destino” per il Liverpool; epiteto forse un po’ logoro, ma nel suo caso si può fare un’eccezione. Ai Reds ha sempre provato a dare un contributo nelle giornate meno brillanti del trio d’attacco titolare. La dimensione del gregario gli appartiene fin dal suo acquisto nel 2015 dal Lille, poco più che ventenne. Entrare dalla panchina per dare un guizzo alle partite con il suo dinamismo e fisicità: non gli si chiede molto altro. Nel 2017 va in prestito per una stagione al Wolfsburg, dove segna 6 gol ma anche qui fatica a partire titolare. L’estate successiva il Liverpool prova di nuovo a piazzarlo senza riuscirci e decide allora di tenerlo per il 2018/19. La capacità di trovarsi al posto giusto quando serve lo renderà uno dei principali eroi di quella stagione. Nella doppietta al Barcellona nell’epica rimonta in semifinale di Champions c’è l’essenza di Origi. Un gol arriva in tap-in, l’altro con una girata in area piccola dopo un «corner battuto rapidamente» da Alexander Arnold, a cui nessun blaugrana presta attenzione. Si tratta di cogliere il momento in cui serve “esserci”, prima di tutto, perché se poi si capitalizza anche una riserva può, ad esempio, decidere una finale di Champions.

Liverpool 3-1 Manchester United (16 dicembre 2018)

In tre anni e mezzo senza sconfitte in casa i momenti rimasti nella memoria calcistica si sprecano. Ma anche i ricordi che ognuno ha di questo lasso di tempo, fasi ed eventi significativi della propria esistenza. Per qualcuno i due piani, sportivo e intimo, finiscono per intrecciarsi. È il mio caso. Quella domenica ero a Praga insieme a Stefano, un compagno di università, per fare visita a un nostro amico, Daniele, che è lì per l’Erasmus. Questi, tifosissimo del Liverpool, ci convince a trovarci in un bar del centro a guardare la partita con lo United. Più che la fede calcistica, qualunque cosa non implicasse patire il bruciante gelo mitteleuropeo era ben accetta. La voglia di fare i soliti giri turistici era tale che le tre ore precedenti io e Stefano ci rintaniamo in un locale dal nome eloquente, “Beer Museum”, specializzato in degustazioni di birre artigianali. Davvero buone, specie una doppio malto scura all’aroma di caffè.

Fattasi una certa, ci avviamo barcollanti all’appuntamento con Daniele. Arriviamo in quest’altro posto, il tipico bar Irish, con interni in mogano e magliette di una varietà indefinita di squadre appese in ogni angolo con un minimo di spazio. Scendiamo al piano seminterrato, dove ci accoglie una sala dalle pareti rivestite di gagliardetti e Tv a schermo piatto, piena all’inverosimile. Per fortuna Daniele era lì prima di noi e ci fa incastrare vicino a lui in uno spazietto a malapena sufficiente per una persona. Nel dicembre 2018 non si badava molto ai concetti di “assembramento” e “distanziamento sociale”. Mentre ci sediamo l’impianto stereo del bar alza i decibel, in tempo per risuonare il You’ll Never Walk Alone. Tutti i presenti, eccetto un gruppetto di ragazzi di Manchester nel tavolo di fianco, si uniscono al coro trasmesso da Liverpool. L’atmosfera di quel seminterrato di Praga è quanto di più vicino ad Anfield abbia mai provato. La relativa scomodità smette all’istante di essere un problema; per quello aiuta anche qualche boccale di Pilsner Urquell. Oltre ovviamente all’esaltante prestazione con cui il Liverpool annichilisce lo United, che di lì a breve avrebbe esonerato José Mourinho.

L’Anfield praghese

È in questo momento che i Reds arrivano alla loro versione definitiva. Per l’intera partita impongono un’intensità impareggiabile per gli avversari. Il piano di difendere bassi e fare densità in area, con cui avevano strappato uno 0-0 nei due confronti precedenti ad Anfield, si ritorce contro i Red Devils. Il Liverpool ha ora più soluzioni per dominare il gioco. La rapidità del possesso palla nella trequarti avversaria permette di liberare gli uomini al tiro anche con una difesa trincerata in area. Su un totale di 36 tiri, 17 arrivano dentro la linea dei 18 metri.

In caso di palla persa, lo United ha comunque poco tempo per respirare, dato che la continua riaggressione dei Reds vanifica quasi ogni ripartenza sul nascere. Il ruolo di cardine della manovra viene preso da Fabinho, arrivato l’estate prima dal Monaco, dove giocava come terzino destro. Dopo i primi mesi di adattamento, Klopp vede nelle sue doti in interdizione e nell’associarsi ai compagni il tassello ideale per dare equilibrio al suo centrocampo, in modo da avere più libertà di decidere se e quando alzare il ritmo. Di fatto, è questa partita a dargli l’illuminazione. Oltre al tocco delicato con cui regala a Mané l’assist dell’1-0, per Fabinho ci sono 2 passaggi chiave, 5 tiri e 3 dribbling. Se il Liverpool mantiene il controllo si deve molto pure alla solidità in difesa: il gol del pareggio di Jesse Lingard arriva da una rara leggerezza di Alisson, che giusto quattro giorni prima aveva permesso ai suoi di passare i gironi di Champions con un grande salvataggio su Milik.

L’eroe di giornata alla fine è un altro comprimario, Xherdan Shaqiri, che con una doppietta nell’ultimo terzo di gara fissa il 3-1 finale, per la gioia dei 50.000 di Anfield e dei circa 100 della sua enclave praghese. Sebbene meno celebrato di Origi, anche lui ha saputo ritagliarsi un ruolo di rispetto nel ciclo vincente dei Reds, soprattutto nel 2018/19 (6 gol e 5 assist in tutte le competizioni).

La netta vittoria sullo United è quella che definisce la reale consistenza del Liverpool e lo conferma come il più concreto pretendente al titolo assieme al Manchester City. Col senno di poi sarà il preludio al picco di prestazioni, terminato poco prima che scoppiasse la pandemia, che porterà gli uomini di Klopp a vincere la Champions League, la Supercoppa Europea, il Mondiale per Club e la prima Premier League dopo 30 anni. Anche per questo, è senz’altro il ricordo più dolce di quel breve viaggio a Praga, e pazienza se non mi sono visto la casa di Kafka.

Liverpool 2-0 Wolverhampton (12 maggio 2019)

La Premier League 2018/19 verrà ricordata a lungo per il testa a testa tra Liverpool e Manchester City. I Reds avevano chiuso il girone d’andata primi a ­+7, ma si erano fatti riprendere e sorpassare per colpa di qualche pareggio a gennaio e febbraio. Da marzo in poi ne vincono 8 di fila; molte, come quelle con il Tottenham o il Newcastle, sono frutto dell’ostinata volontà di non mollare la presa dal titolo, non nell’anno in cui ce la possono davvero fare. Il problema è che dall’altra parte c’è una squadra in grado di totalizzare 54 punti su 57 disponibili nel girone di ritorno. Tra le due si crea un equilibrio di un singolo punticino di distanza, che rimane costante per l’intera primavera: oltre a vincere le 18 partite complessive di questo periodo, segnano 44 gol, ne subiscono 10 e restano in svantaggio per 41 minuti. All’ultima giornata il City ha 95 punti, il Liverpool 94.

I Citizens giocano in casa del Brighton già salvo, mentre ad Anfield arriva il Wolverhampton sicuro del piazzamento europeo. Per i presenti, quello che succede sulle rive del Mersey è insignificante, tanto più dopo il vantaggio firmato da Mané. Con la testa sono tutti all’Amex Stadium, nella speranza che i Seagulls quartultimi compiano il miracolo. Che assume una consistenza concreta al 27’ quando Glenn Murray spinge in porta un corner sul primo palo di Pascal Gross. Per 10 minuti i tifosi dei Reds accarezzano il sogno di titolo, bramato da 29 anni. L’immediato pareggio di Aguero e il successivo vantaggio di Aymeric Laporte li risvegliano di soprassalto, come quando il neonato dell’appartamento vicino attacca a piangere alle cinque di mattina.

Non poteva mancare questo contributo audio del buon Daniele, con un ricordo di questa partita, vissuta in un pub di Liverpool

Finire secondi in campionato con 97 punti sarebbe un trauma per chiunque, ma i suoi effetti vengono parzialmente attenuati dalla coincidenza temporale in cui capita questa partita. Appena cinque giorni prima Anfield viveva la sua ennesima apoteosi per l’epica rimonta con il Barcellona grazie alla quale, tre settimane dopo, sarebbe arrivata la sesta Champions League, nella (dimenticabile) finale di Madrid contro il Tottenham. «Questa vittoria significa tantissimo per noi, tutti sono nel momento migliore delle loro carriere», avrebbe commentato Klopp, finalmente libero dall’etichetta di eterno secondo, dopo sei finali perse in cinque anni. «Vincere qualcosa è bello, ma capisco chi ci dice che si può fare di più. Lo faremo senz’altro, questo è solo l’inizio». In genere la Champions è il culmine del ciclo vincente di una squadra; a Liverpool non è certo un contentino, ma poco ci manca.                    

Liverpool 3-1 Manchester City (10 novembre 2019)

All’inizio di novembre del 2019, per la prima volta dopo il viaggio a Praga, rivedo Daniele. L’occasione che ci fa ritrovare è la nostra laurea dove, anche con Stefano, finiamo per ricomporre il trio di quei giorni felici. Per celebrare il momento, Daniele ci regala a sorpresa una stupenda sciarpa dei Bohemians 1905, squadra che si è presa uno spazietto nei nostri cuori dopo aver visto il sole sorgere dal loro stadio mentre tornavamo da una discoteca. Insieme a questa c’è una foto di noi tre, che immortala un altro momento di quella vacanza. Nella dedica sul retro, in un angolo, noto qualcosa scritto in piccolo: “Quest’anno è l’anno buono… #YNWA”. La mia prima sensazione è un misto tra speranza e scetticismo.

In effetti in quel momento il Liverpool è primo in Premier a +6 sul City e, a parte un pareggio all’Old Trafford, ha ottenuto la posta completa in tutte le partite giocate. Tuttavia, qualcosa non mi convince appieno. Molte di queste vittorie sono arrivate in modo sofferto, come quelle con il Leicester, risolta da un rigore allo scadere di Milner, o con l’Aston Villa, ribaltata dai Reds tra l’88’ e il 95’. In generale sembra di vedere una squadra meno brillante dell’anno prima; su questo potrebbe aver influito il mercato estivo senza acquisti e un turnover più ridotto da parte di Klopp (si riduce molto il contributo di Origi e soprattutto di Shaqiri). D’altra parte il Liverpool le ha pure vinte tutte tranne una, e avere l’inerzia così evidentemente a favore è spesso una cosa utile quando si vuole vincere un campionato. Ad ogni modo, rimando ogni sentenza a qualche giorno dopo, quando si gioca lo scontro diretto con il City. Dal quale di fatto si deciderà l’esito della Premier League 2019/2020.

Tutto parte da uno sliding doors: al 6’ Van Dijk anticipa di testa De Bruyne, ma non rinvia bene la palla, su cui si fionda Bernardo Silva arrivando da dietro. Entrato in area indisturbato, è un po’ defilato per tirare, in più si allunga la sfera. Un istante prima che Dejan Lovren possa intervenire, tocca verso il centro dell’area con l’esterno sinistro. Nella linea di passaggio ci sarebbero Aguero, ingabbiato da tre difensori del Liverpool, e Sterling, solissimo vicino al dischetto del rigore. La palla arriverebbe anche a lui, se non fosse per Alexander Arnold che la intercetta. Nel farlo però tiene largo il braccio destro, con cui tocca la sfera dopo che ha rimbalzato sul fianco. Si pensa già all’esito che darà il controllo del VAR; nel mentre i Reds sono arrivati nei pressi della trequarti del City con una verticalizzazione per Mané. Il suo cross per Salah viene anticipato bene da Angeliño, poi allontanato da Gundogan. La spazzata è in realtà un passaggio perfetto per Fabinho, che ha tempo per sistemarsi con il corpo e far passare il suo tiro nella porzione di spazio tra il palo e l’accorrente Rodri.

Anfield va in estasi e ci rimane quando poco dopo vede i Citizens battere il calcio d’inizio. Da un possibile rigore contro al gol del vantaggio, tutto in soli 22 secondi. Ma come nel 4-3 del 2018, la sfuriata dei Reds non finisce qui. Al 13’ Alexander Arnold da fermo taglia 40 metri di campo cambiando gioco per Robertson. Lo scozzese può correre in libertà sulla fascia sinistra dato che Bernardo Silva, il suo marcatore, ha preferito accentrarsi per seguire Wijnaldum, nel tentativo di ostacolare il possesso palla avversario. Robertson se la porta avanti con il primo controllo, poi lancia d’interno sinistro verso l’area. Il cross è in perfetto sincrono con l’inserimento di Salah, che chiude il triangolo avviato da Alexander Arnold appoggiando di testa all’angolino alla destra di Claudio Bravo.

Da qui in poi il Liverpool abbassa i ritmi della partita, lasciando l’iniziativa al City. La tattica di Klopp consiste nel reagire alle mosse dell’avversario, cercando il momento e il punto del campo dove accendersi per scatenare il dinamismo dei suoi giocatori. Si punta soprattutto alle fasce, dopo aver attirato il pressing dei Citizens verso le zone centrali. Così nasce il gol del 2-0, che parte non a caso da Alexander Arnold. Grazie alla capacità di aprire spazi con i suoi cambi di gioco è divenuto col tempo il regista occulto dei Reds (nella partita è il giocatore con più tocchi del pallone per i suoi, 89, e con più tentativi di passaggio, 54). Per il resto al City non mancherebbero le occasioni per rientrare, ma di fronte ha una squadra che tira in porta cinque volte e segna tre gol. In questi casi è difficile trovare contromosse efficaci.

Dopo il fischio finale i Reds sono a +9 e il sogno di titolo non ha più una consistenza evanescente. Barney Ronay, sul Guardian, parla di loro come «la migliore squadra del mondo, in questo momento fissato del tempo». Personalmente mi ritrovo più con quanto scritto da Daniele Morrone su L’Ultimo Uomo: «Magari è un’esagerazione in termini generali, ma il Liverpool è certamente la migliore squadra del mondo ad Anfield, lì dove ogni singolo giocatore va oltre le proprie possibilità, e dove la squadra può trovare sempre un modo per colpire l’avversario. La partita contro il City ne è soltanto l’ultimo esempio».

Di una cosa sono comunque sicuro, che era meglio fidarsi di Daniele fin da subito.

Liverpool 4-0 Crystal Palace (24 giugno 2020)

Il viaggio del Liverpool di Klopp raggiunge la sua meta in un’umida serata di fine giugno. Per un’involontaria circolarità, il comprimario è l’ultima squadra capace di violare Anfield. Stavolta il Crystal Palace si limita a fare da sparring partner, tanto da non toccare la sfera nemmeno una volta nell’area avversaria. Una punizione di Alexander Arnold apre il 4-0 con cui li liquidano senza problemi, in cui spicca un bel gol da fuori di Fabinho, quasi una fotocopia di quello con il City. La partita in sé è dimenticabile rispetto a molte altre che non hanno trovato spazio qui, se non fosse che è quella con cui i Reds, di fatto, conquistano la loro prima Premier League dopo 30 anni di attesa. La conferma ufficiale arriva il giorno dopo, grazie al 2-1 del Chelsea sul City.

Questo intreccio di squadre è lo stesso, ma ribaltato, del maggio 2014. Lì contro il Palace arrivò un pareggio in rimonta da 3-0 a 3-3, che avrebbe consegnato il titolo al City, quando ogni congiunzione astrale pareva rivolta ai Reds di Brendan Rodgers. E invece scivolano poco prima del traguardo: la caduta di Steven Gerrard contro il Chelsea è l’immagine che immortala il dramma sportivo di Anfield. Stavolta è davvero difficile pensare che la storia si ripeta. Non per una squadra che ha iniziato il campionato vincendo 26 delle prime 27 partite. La certezza matematica arriva con 7 giornate di anticipo, record ogni epoca per la massima serie inglese. A partire dal 3-1 nello scontro diretto con il City, il campionato è una lunga attesa del giorno della festa del Liverpool.

Premier League 2019-20 Coverage: Liverpool vs. Crystal Palace - The  Liverpool Offside
Il direttore di scena sullo sfondo di una platea deserta

Quando arriva, il suo teatro, Anfield, è vuoto. Ed è fine giugno, per giunta. Il mondo del calcio è appena ripartito dopo tre mesi e mezzo di sosta forzata dalla pandemia da Covid-19. A riempire la Kop ci sono bandieroni di ogni tipo e nulla più; in un angolo c’è anche la casacca di uno steward di lunghissima data, Paul Smith, morto per colpa del virus. Nessun tifoso Reds avrebbe mai pensato di festeggiare questo momento in una situazione così eccezionale. Da più parti è arrivata la provocazione di considerare questo un titolo con l’asterisco. La stagione in sé, per come si è svolta, non ha precedenti. Al limite si può tornare indietro alle due guerre mondiali, un’epoca radicalmente distante dall’attuale.

Ma tutto questo non sminuisce né esalta quanto fatto dal Liverpool. Di sicuro sarà difficile non associare la loro prima Premier League in 30 anni con il contesto della pandemia. In ogni caso, la vittoria è il culmine di un processo partito dieci anni prima. Nell’ottobre 2010 il fondo d’investimento americano Fenway Sports Group, già proprietario dei Boston Red Sox, aveva rilevato i Reds, indebitati per 351 milioni di sterline. Il magnate John Henry, azionista di maggioranza, aveva esordito con un «siamo qui per vincere». La squadra di allora, ricca di carneadi come David Ngog, Milan Jovanovic e Jay Spearing, faceva subito pensare a un piano molto a lungo termine. Con Brendan Rodgers e il trio Suarez-Sterling-Sturridge si era riaccesa qualche speranza, ma la vera svolta è stata portata da Klopp. Dal suo arrivo ha modellato con pazienza l’organico, valorizzando ogni elemento al massimo. Il processo ha portato i Reds a un costante miglioramento: finale di Europa League il primo anno, ritorno tra le prime quattro il secondo, il terzo finale di Champions, poi vinta la stagione dopo. Infine la Premier, ideale compimento di un piano quinquennale che ha dato riscontro concreto alle parole di John Henry nel 2010. Il tutto accompagnato da una logica di investimenti sostenibile che ha tenuto il bilancio sempre in utile, qualcosa di raro, nel calcio di oggi, per una big europea. Le grosse spese non sono certo mancate, ma col senno di poi 150 milioni complessivi per due giocatori, Alisson e Van Dijk, appaiono accettabili se pensiamo al salto di qualità che hanno portato nella rosa. Esborso, comunque, compensato dai 160 milioni pagati dal Barcellona per Coutinho nel gennaio 2018.

Digging Deeper Into Liverpool's 5-3 Win over Chelsea - The Liverpool Offside
Il gran finale (foto di Phil Noble/AP)

Il risultato finale è stato un gruppo con un legame inscindibile tra i singoli e il sistema di gioco di Klopp, al di fuori del quale, forse, alcuni di loro non renderebbero allo stesso modo. Finché il loro apice ha retto, ci siamo fatti l’idea di una squadra che prima o poi avrebbe trovato il passaggio vincente o il tackle decisivo per fermare il contropiede avversario. In questo arco di tempo, pensare di battere il Liverpool è sembrato davvero difficile. Men che meno quando si trattava di giocare ad Anfield, da sempre il fulcro dell’immaginario Reds. La cifra con cui valutare la loro grandezza è anche questa.

Per 68 volte di fila, nessuno ha mai vinto quando, dagli altoparlanti, risuonava nell’aria la voce di Gerry Marsden, mentre canta You’ll Never Walk Alone.

Pubblicato da Filippo Errico Verzè

Credo ferventemente che i sogni infantili si possano avverare. Il mio era, ed è, fare giornalista sportivo, all’incirca da quando ho capito di essere troppo scarso per fare il calciatore. Che altro? Ci sarebbe una conoscenza quasi enciclopedica dei Simpson, Griffin e affini, e la ferma convinzione che un live degli Swedish House Mafia non abbia nulla da invidiare ad un concerto di Mozart.

One thought on “Anfield 68, la lunga corsa del Liverpool di Klopp

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