Elgin, un essere umano

A 86 anni, ci lascia Elgin Baylor. Se amiamo il basket è anche grazie a lui. E pure se gli atleti, oggi, sono in prima fila contro le ingiustizie

È l’estate del 1959, ed Elgin Baylor aspetta di iniziare la sua seconda stagione in Nba. L’anno prima, da rookie, ha stupito tutti: 24,9 punti e 15 rimbalzi di media a partita. Non male, specie per essere arrivato fino alle Finals con i suoi Minneapolis Lakers. Poi a vincere sono stati i Boston Celtics, ma se contro hai Bill Russell, Bob Cousy e Bill Sharman c’è poco da fare. Baylor ha comunque qualcosa per cui essere felice: il proprietario dei Lakers, Bob Short, gli raddoppia lo stipendio. Ora prende 50.000 $, tanti quanti i top della lega.

Ma mentre si prepara per l’anno da sophomore, arriva una chiamata non troppo attesa, quella dello Zio Sam. Baylor viene arruolato come riservista, è l’unico modo per continuare a giocare a basket. Invece di fare due anni come Elvis Presley, lui se la cava con sei settimane di addestramento base a Fort Sam Houston, vicino a San Antonio. Poi avrebbe fatto sei mesi di servizio attivo più avanti da qualche altra parte. A Baylor non interessava granché diventare un idolo patriottico. Era in arrivo un figlio con la moglie Ruby ed era pure daltonico. Per lui esisteva un’unica sfumatura di verde. In un eventuale combattimento, ci sarebbe stato un forte rischio di fuoco amico. In più, con i suoi 196 centimetri, era troppo alto per fare il soldato.

Il primo giorno a Fort Sam Houston lui e gli altri commilitoni vengono svegliati dalla classica strombazzata delle 5 di mattina. Tutti indossano l’uniforme, tranne Baylor. Non ci sono vestiti della sua taglia. Al sergente, il tipico Hartman à la Full Metal Jacket, frega poco. «So chi sei, soldato semplice Baylor. Tu sai chi sono?». «Sì». «No, non lo sai. Ora te lo dico io. Sono il tuo peggior incubo!». «Sissignore!». «Sai dove vivo?». «No». «Vivo attaccato al tuo culo!». L’Hartman di Fort Sam Houston nota che Baylor ha unito due letti; in uno solo non riusciva a starci. «Ti è permesso di avere solo un letto. Un letto a persona», ringhia, «Oh, ho capito, soldato semplice Baylor. Soldato semplice Elgin Baylor. Pensi di essere speciale, no?». «No signore, cercavo solo un modo per dormire. Avevo fatto presente di essere un giocatore di basket, ma avranno pensato che fossi un…». Nella sua autobiografia, Baylor fa finire qui questo scambio di battute, per motivi facili da immaginare. Alla fine viene addestrato come medico, imparando tantissime cose di per sé utili che avrebbe dimenticato in breve tempo. «Finito quel periodo, ho pregato di non finire mai in guerra, né di trovarmi vicino a un soldato realmente ferito». I Lakers, per sua fortuna, gli danno uno sfogo non da poco: per il camp estivo erano venuti lì vicino, a San Antonio.

Una rara immagine di Baylor durante il servizio militare. In effetti per uno come lui era dura starci in quei letti (foto da WUSA9.com)

Lo Zio Sam richiama Baylor nel 1961. Gli tocca il servizio attivo. Stavolta finisce a Fort Lewis, nello stato di Washington, ma deve starci sei mesi. L’intera regular season, in pratica. Lì ha 26 anni e viene da una stagione da 34,8 punti e 19,8 rimbalzi di media. Per non perdere tempo nel suo prime cestistico, Baylor sfrutta ogni momento libero per giocare, cioè i weekend. Il venerdì sale su un autobus o un charter per raggiungere i compagni a Los Angeles, dove i Lakers si erano trasferiti l’anno prima. Sennò li raggiunge in trasferta in qualunque altro angolo dell’America si trovassero. Domenica sera, al massimo lunedì mattina, è di nuovo a Fort Lewis.

Tra un viaggio e l’altro, domina l’intera Nba: nelle 48 partite che riesce a giocare, tiene 38,6 punti di media, oltre a 18,6 rimbalzi. Tutto questo come part-timer e soprattutto senza mai allenarsi con i compagni. In quelle condizioni, Baylor raggiunge un livello di prestazioni con pochi eguali nella storia della Nba. Ma come spesso accadrà nella sua carriera, c’è chi gli ruba la scena. Il 1961-62 è anche la stagione in cui Wilt Chamberlain segna 100 punti in una partita e conclude a 50,3 di media, due record destinati all’eternità. Ad andare alle Finals 1962, dei due, è comunque Baylor, che durante i playoff torna disponibile a tempo pieno.

Di fronte ai Lakers ci sono di nuovo i Celtics. Rispetto a quelle del 1959, finite 4-0, c’è più equilibrio. La notte del 14 aprile, si arriva al Garden di Boston con la serie sul 2-2. In questi casi, si parla di gara 5 come un pivotal game, la partita che può indirizzare la contesa una volta per tutte. Fin dalla palla a due, Baylor prende il comando dell’attacco dei Lakers. In marcatura trova Tom “Satch” Sanders, uno dei migliori difensori di allora nell’uno contro uno, che quella sera ci capirà gran poco. Baylor sfoggia l’intero repertorio di giocate per cui nel giro di tre stagioni è già considerato un top 3 della Nba. Più volte parte in post dal lato destro del parquet, per poi aggirare il difensore con un primo passo fulminante e decollare verso il ferro, sovrastando ogni possibile aiuto. Anche se a portarlo sono le braccia infinite di Bill Russell. Mentre è in aria, Baylor sembra capace di cristallizzare il tempo. Così può aggiustare la traiettoria del suo volo in base agli ostacoli che ha davanti, in modo che ogni volta la palla arriva a bucare la retina dopo aver rimbalzato sul tabellone. I punti, altrimenti, arrivano con il tiro dalla media. Le sue doti in elevazione bastano per creare separazione dal difensore e avere lo sguardo libero verso il canestro. La dolcezza della mano destra fa il resto.

Nel quarto finale, sul 114-114, Baylor strappa un rimbalzo a Tom Heinsohn dopo un tiro sbagliato da Sam Jones. Parte quindi in coast-to-coast inseguito da Bill Russell. Mentre palleggia alza un paio di volte la testa, accorgendosi di avere solo maglie bianche nelle vicinanze. Non sembra importargli molto, in realtà. Sempre con Russell alle calcagna e senza mai rallentare, stacca da terra dopo il terzo tempo e fa partire un morbido gancetto con la destra, che non tocca altro che la rete. I Lakers espugneranno poi il Garden 126-121. Baylor chiude con 61 punti e 22 rimbalzi: tutti i presenti si alzano ad applaudirlo, lasciandolo un po’ sorpreso. «Perché lo fanno», chiede al compagno Hot Rod Hundley, «La loro squadra ha perso». «Hai ragione, ma tu hai fatto 61 punti». «Davvero?». «Sì, niente di che. Hai appena stabilito un record ogni epoca, nulla più». Ad oggi, nessuno ha fatto meglio di Baylor alle Finals. Fino al 1986 il suo primato valeva per i playoff in generale, poi Michael Jordan ne ha segnati 63 (con un overtime), sempre al Garden.

A 1.00 circa il morbido gancetto di cui sopra su marcatura di Russell (video di 70sFan)

Alla fine quella serie la vinceranno i Celtics. Si decide tutto negli ultimi cinque secondi di gara 7. Sul punteggio di 100-100, i Lakers hanno l’ultimo possesso. Sulla rimessa in attacco, la palla finisce a Jerry West. The Logo, nello spazio di un istante, inventa un assist perfetto per Frank Selvy, libero a sinistra. Tira in ritmo, ma la palla finisce sul ferro. C’è ancora qualche decimo sul cronometro. Sotto canestro Baylor riesce a farsi spazio tra tre difensori, ma per pochi centimetri manca la sfera e il tap in che avrebbe dato il titolo ai Lakers.

Più vicino di così non ci sarebbe mai arrivato nella sua carriera. A detta sua, quell’errore è dovuto a una spinta illegale di Sam Jones. Riguardando i filmati dell’epoca si vede invece come Baylor sbagli proprio il tempo del salto, senza che ci sia alcun fallo su di lui. Nonostante la delusione, ha comunque messo in seria difficoltà quei Celtics, dopo un’intera stagione a giocare a basket solo nei weekend. Per gli anni a venire, lascia ben sperare.

Hang Time, o la nascita della Nba come la conosciamo

Subito dopo la notizia della morte, arrivata per cause naturali a 86 anni, buona parte del mondo Nba ha sfruttato i social per dare i giusti onori a una leggenda del gioco come Baylor. I profili di Instagram, Facebook e Twitter dei Lakers negli scorsi giorni avevano come immagine del profilo un “22” colore bianco-blu su sfondo nero. Peraltro la versione “City” della canotta di quest’anno è dedicata a lui.

L’omaggio in sé è scontato, dato che Baylor non ha vestito alcuna canotta se non quella gialloviola. Parliamo poi di un membro della Hall of Fame (dal 1977), 11 volte All-Star, 10 volte nel primo quintetto All-Nba, Rookie of the Year nel 1959. In carriera ha 27,4 punti di media (meglio di lui solo Wilt Chamberlain e Michael Jordan) e 13,5 rimbalzi, un dato non da poco considerando che era alto 196 centimetri e giocava da ala piccola. Ma i numeri e i riconoscimenti non dicono tutto dell’importanza di Baylor nella storia dei Lakers. Di fatto, se oggi sono quello che sono, è in buona parte grazie a lui.

Al Draft 1958, i Minneapolis Lakers hanno la prima scelta. Nemmeno cinque anni prima, erano i dominatori incontrastati della Nba, sfruttando la stazza di un Golia come George Mikan. Dopo il suo ritiro, finiscono in una spirale di mediocrità, culminata nel deprimente 19-53 dell’ultima stagione. In quel momento, con l’interesse del pubblico in forte diminuzione e la franchigia sull’orlo della bancarotta, l’avventura in Nba dei Lakers sembra vicina alla conclusione. A New York, nell’aprile 1958, la scelta del proprietario Bob Short, arrivato a Minneapolis l’anno prima, cade su Baylor. Al college aveva trascinato i Seattle Redhawks fino alle finali NCAA, perdendole poi contro i Kentucky Wildcats. I Lakers lo portano in Nba sebbene gli manchi ancora l’anno da senior, l’ultimo dei quattro del ciclo universitario americano. Oggi capita spesso che un giocatore venga draftato giocando a stento una stagione al college. Per decenni la prassi era di passarci tutti e quattro gli anni prima dell’approdo tra i professionisti. Si bruciavano le tappe solo in casi eccezionali. Come quello di Baylor ai Lakers, che da rookie raggiunge le Finals, anche queste con esito perdente.

In quel momento è già la star della lega. Chi lo vede sul parquet rimane stupefatto da uno stile di gioco mai visto prima. Nella Nba di fine anni ’50 gli attacchi erano quasi tutti di questo tipo: prendi il rimbalzo, corri dall’altra parte e tira un gancetto o un jumper a una mano. In pratica un precursore del 7-seconds-or-less di Mike D’Antoni, ma senza un briciolo di schemi e organizzazione. Le squadre tiravano 115 volte a partita, con una percentuale del 40%, e non esistevano ancora i tre punti. Soprattutto, quasi nessuno provava ad attaccare il canestro da sopra il ferro invece che da sotto. Con Baylor le cose iniziano a cambiare.

Questo video raccoglie gran parte di quel 2% di canestri di Baylor ripresi in tv e mostra come se la cavasse bene pure da playmaker (video di Wilt Chamberlain Archive)

Con lui il basket conosce l’hang time. Nel gergo cestistico americano vuol dire il tempo in cui un giocatore, dopo essere saltato, resta in aria prima di tirare o di passare a un compagno. La capacità di coordinarsi in volo e di atterrare sempre dopo i difensori lo rendono dominante al pari di gente come Russell e Chamberlain. Il giornalista Bill Simmons, in un pezzo del 2008 su ESPN, per descriverlo usa il paragone più azzeccato possibile: «Vedere Baylor smontare i suoi colleghi è come guardare la scena di “Ritorno al Futuro” in cui Marty McFly fa il suo assolo di chitarra al ballo del liceo mentre tutti lo fissano increduli. È come se qualcuno oggi schiacciasse dalla linea dei tre punti come nulla fosse. Questo era Elgin a confronto con chiunque altro».

Qui per dire schiaccia in testa a Bill Russell, non l’ultimo degli scemi

Baylor ha trasformato il basket da uno sport giocato in orizzontale allo sport verticale che tutti conosciamo e amiamo. Tre anni fa, dopo che i Lakers gli hanno fatto una statua davanti allo Staples Center, è stato ospite a The Jump, programma di ESPN. Qui ha spiegato che di non essere mai stato consapevole della rivoluzione che stava portando nella Nba. «Quando giochi non pensi davvero a quello che stai facendo: tutto dipende da come ti condiziona la difesa e dal tipo di tiri che dovrai prendere di conseguenza».

Il Baylor giocatore è prima di tutto un realizzatore seriale. I suoi filmati salvati dall’oblio mostrano un’ampia gamma di soluzioni offensive. Oltre ai tiri dalla media e agli isolamenti, è tra i pochi a lucrare punti con continuità dalla lunetta. Nel 1961-62, la stagione migliore, arriva fino a 13,8 tiri liberi a partita segnandone 9,9. Il suo modo di giocare anticipa di almeno 20 anni gente come Julius “Doc J” Erving e David Thompson; soprattutto, gli vale l’appellativo di “Jordan prima di Jordan”.

Da sinistra: Elgin Baylor, Wilt Chamberlain, Jerry West (foto di Darryl Norenberg/ USA TODAY Sports)

Nel 1960 i Lakers si trasferiscono a Los Angeles, sicuri di avere già qualcuno che li faccia brillare all’ombra del colle di Hollywood. In quello stesso anno arriva un nuovo playmaker dal college di West Virginia, Jerry West. Per almeno dieci anni, lui e Baylor garantiranno insieme più di 50 punti a partita. Con loro i Lakers raggiungono sette volte le Finals, uscendo sempre sconfitti: sei contro i Celtics, una contro i New York Knicks.

Su Baylor, come per tanti altri grandi di questo gioco, incombe l’infame etichetta di perdente. Nel suo caso, vale l’attenuante di aver giocato nello stesso periodo di Bill Russell, il vincente per eccellenza. I suoi 11 anelli in 13 stagioni rendono la cifra di uno che nei momenti decisivi riusciva sempre ad essere quello che poi alzava il trofeo. Inoltre Baylor, nella seconda parte della carriera, è stato limitato da diversi problemi al ginocchio e da un infortunio al tendine d’Achille nel 1965. La chirurgia di allora, in questi casi, non permetteva un pieno recupero; al massimo di continuare qualche anno in più prima dell’inevitabile ritiro.

Elgin Baylor gioca per l’ultima volta il 31 ottobre 1971, una sconfitta in casa contro i Golden State Warriors in cui segna 8 punti. Alla nona partita di quella stagione e a 37 anni, capisce che è meglio tirarsi indietro. Il gruppo, guidato da Chamberlain, West e Gail Goodrich, ha tutto per dare ai Lakers il primo titolo da quando giocano a Los Angeles. Baylor sente di non poter dare alcun contributo, anzi, di essere un peso, rubando possessi a chi potrebbe fare meglio di lui. «Non voglio prolungare la mia carriera senza poter mantenere il livello che mi sono imposto». Per ironia della sorte, appena dopo il suo ritiro, i Lakers vincono 33 partite di fila, la migliore striscia nella storia della Nba. In regular season terminano con un record di 69-13 e alle Finals arriva l’agognato trionfo, contro i Knicks che li avevano sconfitti due anni prima. Con i regolamenti di oggi, anche Baylor riceverebbe il suo anello. In quell’occasione i Lakers gliene preparano uno, che non conta però nelle statistiche ufficiali della lega. Nemmeno lui lo considererà come suo. Più avanti, lo metterà all’asta insieme ad altri cimeli.

Bill Russell e Elgin Baylor: NBA Finals 1962. | Le Foto Della Storia Del  Basket
Baylor e Russell in cielo, gli altri per terra a guardare (foto da basketphotohistory.it)
Elgin Baylor e Mo Bamba, un dialogo a distanza

Dall’inizio alla fine della carriera Baylor è uno degli uomini più rappresentativi della Nba. Il basket americano con lui, Russell, Chamberlain e Oscar Robertson vive la sua prima età dell’oro; in quel momento la gente inizia davvero a interessarsi a questo sport. Il loro atletismo era uno spettacolo raro e giustamente nessuno poteva fare a meno di stupirsi per quelle che parevano delle eccezioni di Madre Natura. Tuttavia, erano pur sempre gli anni ’60. Essere delle star, non li risparmiava dagli inconvenienti legati al colore della pelle. Gli “Wow” dalle tribune dopo una schiacciata o un tiro in sospensione erano un intermezzo tra una N-bomb e l’altra. Negli Stati Uniti del tempo termini dispregiativi come “coloreds” erano ancora di uso comune. In Nba c’era una regola non scritta per cui ogni squadra poteva avere solo due giocatori neri. Tutt’altra cosa rispetto all’attuale realtà inclusiva e progressista.

L’ondata di lotta per i diritti civili guidata dal reverendo King avrebbe innescato un primo cambiamento, ma i primi effetti si sarebbero visti solo nei decenni successivi. La resistenza agli abusi ricevuti ha reso Baylor e gli altri delle figure esemplari, che dialogano a distanza con chi oggi combatte le loro stesse battaglie. In un video uscito lo scorso 2 marzo sul canale Youtube UNINTERRUPTED, il centro degli Orlando Magic Mo Bamba spiega quanto significhi per lui la vicenda di Elgin Baylor. «Come atleta, non smetti mai di imparare qualcosa sul gioco, si tratta di conoscere chi è arrivato prima di te e quello che hanno fatto per cambiare le cose».

Video di UNINTERRUPTED

Per Baylor si è trattato spesso di assorbire tutto come una spugna, anche se in diverse occasioni non ha mancato di esternare la sua sofferenza. Nel gennaio 1959 i Lakers vanno a Charleston, West Virginia, per una partita con i Cincinnati Royals (antenati dei Sacramento Kings). Arrivati in un hotel in centro, scoprono che l’ingresso è precluso ai tre giocatori neri (Baylor, Boo Ellis e Ed Fleming) e lo stesso vale per ogni ristorante della città, eccetto quello della stazione dei bus. Tutta la squadra, per solidarietà, decide di passare la notte in un motel riservato ai neri. Il giorno dopo, al momento della palla a due, Baylor non è in quintetto, ma seduto in panchina vestito in borghese. Il rifiuto di giocare mette in difficoltà gli organizzatori, dato che gran parte dei 2.356 spettatori presenti hanno sfidato le strade congelate per vederlo. Il suo compagno Hot Rod Hundley, nativo di Charleston, prova a fargli cambiare idea. «Quello che ti hanno fatto non è giusto, lo capisco. Ma siamo amici e questa è la mia città natale. Gioca per me, per favore». «Rod, hai ragione e sei mio amico. Ma, Rod, sono un essere umano anch’io. Voglio essere trattato come un essere umano, nient’altro».

Elgin Baylor, in borghese, alla Civic Arena di Charleston, West Virginia (foto da wvgazettemail.com)

Pochi giorni dopo, il sindaco di Charleston chiama Baylor per scusarsi. Sempre lì, nel 1961, ci tornerà per l’All Star Game, alloggiando nello stesso hotel dove prima non era ammesso. Lì incontra alcuni leader della comunità nera e scopre che quello che gli è successo ha permesso di fare pressioni sulla città per portarvi dei cambiamenti. «Questo mi ha rinfrancato molto, ma il receptionist che fa finta che tu non sia lì o il barista che non ti vende un sandwich perché sei nero…quelle sono cose che non dimentichi».

Dopo il ritiro, Baylor viene ricordato per il periodo da general manager dei Los Angeles Clippers tra il 1986 e il 2009, che purtroppo ha un po’ oscurato il suo passato da giocatore. In 23 anni riesce a sbagliare quasi ogni scelta del draft; nel 1998 con la prima chiama Michael Olowokandi, anziché Vince Carter, Dirk Nowitzki o Paul Pierce. La seconda squadra di Los Angeles raggiunge solo due volte i playoff. Qui spezzo comunque una lancia in suo favore. Nel 2006 i Clippers, con Corey Maggette, Kris Kaman e Sam Cassell arrivano fino a gara 7 delle Semifinali di Conference, prima di uscire con i Phoenix Suns. Quella stagione gli vale persino il premio di Executive of the Year. In più arrivare a una vittoria dalle finali di Conference è, ancora oggi, il loro massimo risultato.

Il vero problema è il proprietario della franchigia, Donald Sterling. Al momento di separarsi nel 2009, Baylor ritiene che dietro il licenziamento ci siano ragioni discriminatorie e gli fa causa, ritirandola poi nel 2011. Tre anni dopo, viene resa pubblica una chiamata in cui Sterling rimprovera un’amica per aver postato su Instagram una foto con Magic Johnson e le chiede di non venire allo Staples Center accompagnata da persone nere. La radiazione dalla Nba è immediata. «Giustizia è stata fatta», dirà Baylor alla CNN. Nella sua autobiografia racconta di come Sterling gli chiedesse di firmare coach bianchi, «perché i giocatori neri sono più intimiditi da un coach bianco».

Elgin Baylor voleva che tutti lo considerassero un «essere umano». Mo Bamba vuole la fine del razzismo sistemico negli Stati Uniti. Un lungo filo lega due generazioni distanti più di mezzo secolo. Anche solo perché, se Bamba può permettersi il suo stile di vita, deve molto proprio a Baylor.

Nell’All Star Game del 1964 a Boston, assieme a Russell e Robertson, guida i giocatori in uno sciopero cruciale per la storia del basket americano. Due ore prima che inizi la partita, vengono chiesti al commissioner Walter Kennedy un fondo pensioni e migliori condizioni di lavoro (ad esempio di vietare partite la domenica pomeriggio dopo aver giocato il sabato sera). Ad alimentare la tensione c’è che quell’All Star Game sarebbe stata la prima partita Nba trasmessa in diretta televisiva. L’emittente, la ABC, avverte Kennedy che se non si dovesse giocare può scordarsi ogni futuro contratto tv, mettendo così a rischio la sopravvivenza della lega. Bob Short, proprietario dei Lakers, ordina a Baylor e Jerry West di scendere in campo ma, come tutti i presenti nello spogliatoio del Garden, non si schiodano dai loro intenti. A 15 minuti dalla palla a due, l’accordo viene raggiunto. L’unione sindacale dei giocatori nasce in quel momento. La free agency e i contratti a otto cifre che vediamo ora dipendono molto dal gesto di Baylor, West, Russell, Robertson e compagnia, che lì erano ben consci di rischiare il posto di lavoro.

Elgin Baylor in posa fuori dallo Staples Center davanti alla sua statua, inaugurata nel 2018 (foto da theguardian.it)

Sull’ideale scia del loro esempio, il 26 agosto 2020 i giocatori dei Milwaukee Bucks e degli Orlando Magic, tra cui Mo Bamba, boicottano la loro partita di playoff. Tre giorni prima Jacob Blake, afroamericano di Kenosha (Wisconsin), riceveva sette colpi di pistola alla schiena da un poliziotto, Rusten Sheskey, rimanendo paralizzato dalla vita in giù. Lo sciopero delle due squadre verrà poi imitato dalle altre in quel momento nella bolla di Disneyworld: anche qui si rischiava di compromettere dei delicati equilibri organizzativi, ma ancora una volta vengono messi in secondo piano dal bene superiore.

«Quando penso a quello che ha fatto la Nba contro le ingiustizie che affliggono il nostro Paese, penso a Elgin», dice Mo Bamba, «Penso a cosa ha sopportato, a quello per cui ha combattuto, a quello che ha fatto per tutti noi. Quando scendiamo in campo e decidiamo cosa fare con l’influenza che abbiamo, non c’è un modello migliore di Elgin Baylor. Abbiamo la responsabilità di continuare quello che ha iniziato anni fa. E tutte le sue aspirazioni, oggi, vivono attraverso di noi».

Pubblicato da Filippo Errico Verzè

Credo ferventemente che i sogni infantili si possano avverare. Il mio era, ed è, fare giornalista sportivo, all’incirca da quando ho capito di essere troppo scarso per fare il calciatore. Che altro? Ci sarebbe una conoscenza quasi enciclopedica dei Simpson, Griffin e affini, e la ferma convinzione che un live degli Swedish House Mafia non abbia nulla da invidiare ad un concerto di Mozart.

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