Liverpool-Barcellona: volere è potere

Storia di una sera di maggio ad Anfield Road, diventata un manifesto positivista

Nel 1869, nel pieno di quello che Eric Hobsbawm chiama il “Lungo Ottocento”, siamo all’acme dello sviluppo del positivismo, una corrente ideologica che per l’umanità ha prodotto grandi progressi e terribili catastrofi. Proprio in quell’anno uno zoologo darwinista di nome Michele Lessona pubblica un’opera dal titolo molto eloquente: “Volere è potere“. Di fatto è una trasposizione italiana di “Self-help”, best-seller del britannico Samuel Smiles. Il concetto alla base dei due libri, simbolo della moda positivista dell’epoca, è che la sola forza di volontà basti a compiere imprese gloriose o a regalarsi un’esistenza quanto meno decente. Un mantra, questo, decisamente sopravvissuto alla decadenza del positivismo e oggi iper-inflazionato nei manuali di auto-aiuto che molti vedono come unico mezzo per diventare ricchi subito.

Davvero il solo desiderare intensamente qualcosa basta a produrre il risultato sperato? Nella maggior parte dei casi temo di no. C’è comunque chi con le eccezioni ci campa e non poco. Il mondo dello sport, senza di quelle, sarebbe in difetto di tanti momenti memorabili. Come quanto successo una sera di due anni fa, a pochi chilometri dalla foce del Mersey.

Foto di Clive Brunskill/ Getty Images (presa da as.com)

Il 7 maggio 2019 Anfield Road è carico, come sempre, per il ritorno della semifinale di Champions League tra i padroni di casa del Liverpool e il Barcellona. Ogni presente non di fede blaugrana sventola la sua sciarpa rossa e, intonando le strofe di You’ll never walk alone, partecipa al tradizionale concerto corale, marchio distintivo dell’essere uno Scouser.

Uno spettacolo tanto bello quanto apparentemente fine a sé stesso, dato che l’esito della partita sembra già abbondantemente indirizzato a favore del Barcellona, prima ancora che le squadre entrino in campo. Per capire perché, bisogna però fare un salto indietro a sei giorni prima.

Il seicentesimo gol di Lionel Messi in maglia blaugrana (foto di Robbie Jay Barratt/ Getty Images, da thesportrush.com)

Nel match d’andata giocato al Camp Nou il Barcellona si era imposto per 3-0. Tutto sommato immeritato: il Liverpool aveva ben figurato e avrebbe meritato uno se non due gol. La sfortuna e la serata di assoluta grazia di Lionel Messi, avevano di fatto sentenziato i Reds. Ousmane Dembelé li grazia addirittura nel recupero, divorandosi il 4-0 in situazione di tre contro zero. L’iconica punizione della Pulga, oltre a essere il suo gol numero seicento con la maglia del Barcellona, aveva reso più tangibile che mai l’obiettivo stagionale di alzare la coppa dalle grandi orecchie, che Messi stesso a inizio stagione aveva promesso alla platea blaugrana.

Per i catalani la redenzione a un anno dalla drammatica notte di Roma distava solo novanta minuti, benché da giocare ad Anfield. Che non si prospetti comunque una passeggiata di salute, al di là delle solite retoriche, lo si può dedurre da due elementi tra loro in contrasto: dall’avvento di Klopp tre anni e mezzo prima, il Liverpool in casa aveva perso sette volte (considerando tutte le competizioni). Da diverse stagioni il Barcellona ha un problema con le trasferte europee (solo due vittorie nel 2018/19).

Eppure nei sei giorni tra le due partite erano successe altre cose utili a spianare ulteriormente la strada ai catalani. Nel weekend di campionato avevano fatto riposare i titolari per un’inutile partita con il Celta Vigo, a Liga già vinta. Il contrario dei Reds, che contro il Newcastle avevano fatto un grande sforzo per vincere 3-2 e tenere vive fino all’ultimo le speranze di conquistare la Premier League. Come se non bastasse la trasferta di S. James Park aveva privato il Liverpool di Mohamed Salah, vittima di commozione cerebrale. Si allargava così una lista infortunati che comprendeva pure Bobby Firmino, già assente a Barcellona per problemi muscolari.

In breve, non solo il Liverpool era chiamato a rimontare un passivo di 3-0 contro una squadra di Leo Messi, ma avrebbe pure dovuto farlo senza due dei suoi tre migliori attaccanti. Se a ranghi completi si sarebbe potuto quanto meno sperare nell’effetto Anfield, in queste condizioni solo un visionario avrebbe visto delle chance di passaggio del turno per loro. In un certo senso, la partita di Newcastle aveva dato l’idea che il campionato avesse la precedenza tra gli obiettivi stagionali; più che comprensibile per una squadra che aspettava da trent’anni di vincerlo.

Ad alimentare questa sensazione avevano anche contribuito le parole di Klopp nella conferenza pre-partita: «Non so se ce la faremo. Ma se falliremo, lo faremo nel modo più bello possibile». Una frase questa che allora sapeva quasi di resa, ma che col senno di poi ha avuto lo straordinario effetto di rimuovere ogni peso mentale dai suoi ragazzi.

Quando gli uomini di Klopp scendono in campo, sono ben pochi a credere nell’imponderabile. Per i Reds c’è il meglio a disposizione. Davanti ad Alisson, il duo centrale Van Dijk-Matip e sulle fasce Andrew Robertson e Trent Alexander Arnold, la cui costante spinta assicura un dominio dell’intensità di gioco, grazie anche al supporto di Jordan Henderson e James Milner in mezzo al campo. In attacco il superstite Sadio Mané viene affiancato da due rincalzi come Xherdan Shaqiri e Divock Origi, mentre Firmino e Salah sono costretti ad assistere in borghese. L’egiziano ha peraltro indosso una t-shirt con scritto “Never give up”.

Inutile dire come quella banalissima t-shirt sia poi andata a ruba nei giorni successivi (foto di Simon Stacpoole/Getty Images, da businessinsider.com)

Il Barcellona si presenta ad Anfield al completo, con il trio d’attacco guidato da Messi e completato da dagli ex Luis Suàrez e Philippe Coutinho. L’allenatore Ernesto Valverde, non proprio amatissimo (lo dicono i 112mila tweet con #ValverdeOut), punta su Arturo Vidal a centrocampo per contrastare l’intensità degli avversari, preferendolo alla tecnica e al controllo di tempi e posizione di Arthur, lasciato in panchina.

La partenza del Liverpool è veemente e i blaugrana, in completo giallo fluorescente, vengono aggrediti da ogni zona del campo e quasi intimiditi dal ritmo infernale dei padroni di casa. Dopo sette minuti Matip, come da prassi nel gioco di Klopp, cerca subito la verticalità lanciando per Mané sulla fascia destra, lasciata scoperta dal mal posizionato Jordi Alba. Il tracciante però è sbilenco, pertanto quest’ultimo riesce ad anticipare l’attaccante senegalese con un intervento di testa; Alba tuttavia va sul pallone con molta sufficienza e inventa un imperdonabile retropassaggio che finisce proprio tra i piedi di Mané. Questi serve immediatamente l’accorrente Henderson al limite dell’area, che si presenta davanti a Marc Andre Ter Stegen dopo aver vinto con decisione un rimpallo con Gerard Piqué. La sua conclusione non è particolarmente irresistibile, ma la respinta dell’estremo difensore finisce esattamente sul piede destro di Origi, che segna l’1-0.

L’inizio dell’incubo per Jordi Alba

In questo momento i giocatori in maglia rossa iniziano a crederci sul serio. Invece chi vi scrive, quella sera, pensava di andare in palestra: lì per lì decido di guardare almeno il primo tempo e semmai andarci più tardi. Ero abbastanza scettico della possibile rimonta. Inutile dire che quella sera fu l’ennesima della mia vita in cui ho rimandato l’allenamento alla successiva. Che poi non ci sono andato manco il giorno dopo, che pure il ritorno di Ajax-Tottenham non è stato niente male.

Come a Roma un anno prima, il Barcellona va sotto entro i primi dieci minuti. Dato che perseverare è diabolico, forse è meglio reagire subito. A guidare la reazione dei blaugrana, chi se non il giocatore con il numero 10 sulle spalle. I piedi di Messi ispirano almeno tre chiare occasioni, che se concretizzate avrebbero certamente azzerato ogni velleità di rimonta dei padroni di casa. La più nitida arriva poco prima dell’intervallo: Messi inventa non un cioccolatino, ma una torta intera, che si infila tra tre maglie rosse e trova Jordi Alba, che ha l’occasione di rifarsi dell’errore sul primo gol. Alisson, con un’uscita magistrale, gli nega il riscatto e tiene in vita i suoi, che ci stanno mettendo tutta la volontà del mondo, ma non producono niente più che un tiro di Robertson parato a fatica da Ter Stegen.

L’errore sul primo gol non è comunque la cosa peggiore fatta da Alba in questa partita…

Il gol ospite pare nell’aria, tanto che in quegli istanti l’account Twitter del Barcellona ricorda ai suoi follower che in caso di gol il Liverpool avrebbe dovuto farne cinque per passare. Lo dice allegando una bella foto di Suàrez , giusto per far capire che prima o poi succederà; sensazione più che legittima in quel momento.

Post invecchiati molto male

Ad ogni modo i Reds riescono ad arrivare indenni all’intervallo, ma perdono anche Robertson per infortunio. Dai seggiolini di Anfield arrivano comunque applausi scroscianti per gli undici in campo, in primis per aver regalato ai tifosi un secondo tempo degno di essere vissuto. Tuttavia quei quindici minuti, se hanno permesso al Liverpool di riorganizzarsi, per il Barcellona sono il momento in cui crolla ogni certezza. Mesi dopo uscirà un documentario su Rakuten Tv, sponsor dei blaugrana, intitolato “Matchday“. L’apice del drama arriva nella settima puntata: mentre Valverde è intento a dare indicazioni ai suoi, le telecamere si posano su Jordi Alba che prova a coprire con un asciugamano il suo volto lacrimante. Le facce degli altri compagni sono quanto mai attonite, consci come sono che forse l’incubo di Roma è in procinto di ripetersi.

Titolo non molto delicato, ma il web non offriva grosse alternative

Il boato di Anfield riaccoglie i propri beniamini all’uscita dal tunnel degli spogliatoi, dando loro un’ulteriore spinta in vista del secondo tempo. Klopp fa entrare Georginio Wijnaldum al posto di Robertson, arretrando Milner a terzino sinistro. Dopo il fischio dell’arbitro, i Reds ripartono con lo stesso ritmo del primo tempo, approfittando di un Barcellona letargico come non mai. Al cinquantesimo i riflessi miracolosi di Ter Stegen negano il 2-0 a Van Dijk su azione da corner, concedendo agli uomini di Valverde l’ultimo breve simulacro di tranquillità.

Tre minuti dopo, Alexander Arnold applica in modo eccellente il gegenpressing kloppiano e recupera il possesso nella trequarti avversaria, rubando la sfera a un Jordi Alba in totale balia dei suoi demoni interiori. Il giovane Scouser avanza quindi sulla fascia e, dopo aver dato una rapida occhiata al centro dell’area, lascia partire un fendente rasoterra che termina la sua corsa all’altezza del dischetto. In quell’esatto istante ci arriva il neo entrato Wijnaldum, con uno dei suoi classici inserimenti dalle retrovie. La sua conclusione di prima è abbastanza centrale, ma tanto basta a superare Ter Stegen per la seconda volta.

Il Barcellona è ora chiamato a giocare per davvero, ma non fa in tempo ad accorgersene che 122 secondi dopo Wijnaldum ne segna un altro. L’azione nasce da uno scambio tra Milner e Shaqiri sulla fascia opposta rispetto al gol precedente, mentre la retroguardia blaugrana è impegnata a occupare l’area. Shaqiri, lasciato completamente libero di crossare, fa l’unica cosa buona della sua partita e pennella un cross perfetto per Wijnaldum sul primo palo. Mentre Piqué e Lenglet si scervellano per capire chi sarebbe intervenuto dei due, l’olandese svetta tra le statue di sale della difesa avversaria e scatena l’estasi del popolo di Anfield. Da subentrato, Wijnaldum ristabilisce la parità nel doppio confronto, peraltro con modi e tempi sinistramente simili a quelli di un’altra celebre rimonta dei Reds, avvenuta a Istanbul quattordici anni prima.

Da notare come Wijnaldum stacchi liberamente e sia l’unico coinvolto nel cross oltre a Origi, in mezzo a ben tre maglie fluorescenti.

A questo punto per il Liverpool cambia tutto: ora non si tratta più di provarci, ma di approfittare degli avversari traumatizzati e completare il miracolo. Klopp, che forse non avrebbe mai previsto un simile scenario, sa che questo è il momento più delicato del match. Ordina ai suoi di abbassare i ritmi sia per rifiatare che per costringere il Barcellona ad attaccare contro la difesa schierata: i Reds hanno preso il controllo della contesa ma non vogliono ancora dare l’affondo decisivo agli ospiti, dal canto loro inermi. Ne risulta che per venticinque minuti succede poco o nulla; l’impressione è che per decidere la partita ci vorrà il classico e benedetto episodio da palla inattiva.

Si arriva così a 79′, quando Alexander Arnold, alla sua ennesima discesa sulla fascia destra, guadagna un corner. La giocata del terzino dà estremo sollievo sia ai compagni che ai tifosi, che possono respirare un po’ nel momento di gran lunga più teso della partita. Proprio in questo frangente il genio di Alexander Arnold fa capolino, insieme all’ultimo uovo della frittata del Barcellona.

Il terzino in un primo momento sembra volersi allontanare dalla bandierina per lasciare la battuta del corner a Shaqiri. Mentre cammina dà uno sguardo con la coda dell’occhio al centro dell’area, poi fa bruscamente dietrofront e batte velocemente l’angolo verso Origi. Nessun giocatore del Barcellona sta guardando la palla. Quando questa arriva sui piedi dell’attaccante belga lui ha tutto il tempo di ricevere, mirare e segnare il gol del 4-0, quello che completa la rimonta dei Reds.

Non poteva mancare l’iconico «Corner taken quickly» di Steve Hunter, telecronista di LiverpoolTV

Benché ci siano ancora dieci minuti da giocare, la partita di fatto finisce lì. Il Barça neanche ci prova in realtà. Quel 4-0, tra l’altro, è la loro unica sconfitta in quell’edizione della Champions League. Nell’espressione delusa di Messi mentre abbandona il terreno di gioco, si legge lo stato d’animo di chi non è riuscito ad adempiere a una promessa fatta a inizio stagione.

Ad andare a Madrid a giocarsi la finale sono i Reds e il triplice fischio certifica il capolavoro di Klopp e di tutti i giocatori. Forse due ore prima non ci credevano nemmeno così tanto nel miracolo ma, non appena hanno intravisto uno spiraglio, hanno dato ogni fibra del loro corpo per far sì che l’impossibile si realizzasse. Lo stesso vale per i tifosi che, stimolati dalla prestazione della squadra, l’hanno sospinta fino alla fine. L’abbraccio finale tra i giocatori e la Kop rende bene l’idea dell’eccezionale sinergia creatasi quella sera tra il popolo di Anfield e i suoi paladini. Senza di essa, difficilmente si sarebbe tornati a parlare di questa partita a due anni di distanza, né si sarebbe potuto provare che, in rare circostanze, «volere è potere».

VIDEO Liverpool-Barcellona 4-0: “You'll never walk alone”. Il canto da  brividi dello stadio di Anfield – OA Sport
foto da oasport.it

Pubblicato da Filippo Errico Verzè

Credo ferventemente che i sogni infantili si possano avverare. Il mio era, ed è, fare giornalista sportivo, all’incirca da quando ho capito di essere troppo scarso per fare il calciatore. Che altro? Ci sarebbe una conoscenza quasi enciclopedica dei Simpson, Griffin e affini, e la ferma convinzione che un live degli Swedish House Mafia non abbia nulla da invidiare ad un concerto di Mozart.

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