Italia – Olanda 2000, chi dimentica è complice

Il giorno in cui capimmo che la vita è troppo breve per non essere italiani

Sudore, lacrime e sangue. Di questo erano impregnati gli Azzurri nel catino di Wembley, prima di raggiungere la quarta finale di un Campionato europeo della loro (e nostra) storia. Sudore, lacrime e sangue dopo 120 minuti soffocanti e terrorizzanti. Hanno sofferto loro, in campo, abbiamo rischiato la sincope noi, davanti alla tv: il rigore di Jorginho ci ha ridato fiato, lasciandoci la tachicardia per le due ore appena vissute.

Ma se pensate che Italia – Spagna sia stata la semifinale più sofferta di sempre, non avete capito niente.

Amsterdam, 29 giugno 2000. Ventuno anni fa andava in scena una delle più grandi sfangate di tutti i tempi. Uno di quei momenti di aggregazione nazionalpopolare che ti fanno dimenticare per un attimo la burocrazia, i governi che cadono, e quelli che sarebbe meglio cadessero. E ti ricordano che, in fondo, la vita è troppo breve per non essere italiani.

Semifinale di Euro 2000. Olanda – Italia. La quarta guerra di indipendenza.
Noi, qualche indolente campione e un commovente stuolo di mestieranti. Loro, i padroni di casa, gli invincibili, una macchina da gol. Lo stadio, tutto arancione, in delirio. Gli italiani che, al momento dell’inno, si guardavano come fossero passati di lì per caso. Avevo otto anni, e, al fischio d’inizio, più che a una partita di calcio, mi sembrava di stare per assistere a un sacrificio agli dei.

Mancavano soltanto i leoni

Si comincia, e non c’è storia. L’Olanda somiglia sinistramente a Ivan Drago, e ci travolge all’angolo. «Non fa male!», vorrebbe urlare il c.t. Zoff, ma non ci crede nemmeno lui. «CATENACCIO!» è invece la parola d’ordine. Bergkamp centra il palo dopo dieci minuti, Kluivert passeggia a piacimento nella nostra area, con il passo del possidente latifondista che perlustra il proprio podere. Zenden fa venire la labirintite a Zambrotta. “Tu becca quello di mezzo!”, sembra suggerirgli prudenzialmente Maldini. Zambrotta, rinfrancato, lo prende in parola, e abbatte l‘olandese due volte in mezzora scarsa. Espulso. Ora siamo financo in dieci, e questi ci stanno ammazzando. L’ Armata Brancaleone a difesa di Fort Apache. L’Olanda ha il 75% di possesso palla, quella palla che abbiamo visto praticamente solo al calcio d’inizio. Le tribune arancioni cantano «Campeones Campeones, Olé olé olé». Agli Azzurri manca l’aria.

Pizzul, in cabina di commento, ha il tono grave del parroco al funerale del sindaco. Noi, gentili telespettatori, distogliamo lo sguardo dinanzi alle scene splatter che si stanno consumando dinanzi ai nostri occhi. Lo spettacolo è talmente impietoso che sembra quasi un dettaglio secondario il fatto che, al quarantesimo, il tabellone reciti ancora zero a zero. “Tiravano da tutte le parti tranne che al centro” racconterà poi con ghigno sardonico Toldo, il portiere per caso, riserva della vigilia, titolare dopo l’infortunio di Buffon. Ma deve solo essere questione di tempo. Su un cross in area, Nesta, più che limitarsi a trattenere la maglia di Kluivert, praticamente lo spoglia. Rigore. E ora sembra finita davvero. Calcia De Boer, Toldo para. Le Heineken vanno di traverso, e lo stadio si zittisce. All’intervallo siamo ancora in parità, non chiedeteci e non chiedetegli come.

Il primo miracolo di San Francesco

Il secondo tempo comincia sulla falsariga del primo, con la non lieve differenza che, dopo una sorsata d’acqua e ben più di una sigaretta, abbiamo se non altro compreso quanto ci sta succedendo. Abbiamo sempre un pullman piazzato a difesa della nostra porta, ma iniziamo a captare il nervosismo che serpeggia tra i padroni di casa, ancora a secco dopo quarantacinque minuti di dominio. E allora, ci ricompattiamo, e iniziamo quantomeno ad improvvisare qualcosa. Alla potenza di fuoco dell’esercito olandese, contrapponiamo le non meno efficaci tattiche della guerriglia. Prendiamo fiato, rinculiamo, subiamo fallo, lanciamo incursioni improvvise in contropiede, cerchiamo di tenere la palla lontana dalla nostra area. Più che la nazionale di calcio, i nostri sembrano un GAP partigiano al cospetto della Wehrmacht.

Il cronometro scorre. Sembriamo poter guidare la nave in porto, quando, a venti minuti dalla fine, Iuliano si perde Davids lanciato a rete e lo gambizza. Il fischio dell’arbitro tedesco, dal nome così teutonico, Markus Merk, ci fa ripiombare nell’incubo. Ancora rigore. Iuliano protesta poco convintamente, del resto non arbitra Ceccarini. Conscio della cazzata commessa, con il suo braccio alzato, più che recriminare per una simulazione che non c’è, sembra quasi implorare il perdono. Kluivert, boia designato, contro Toldo.

Cambia il rigorista, ma non il risultato. Palo. Ora la situazione è surreale. Il pubblico non sa se disperarsi o mettersi di gusto a ridere. Pizzul è sull’orlo di un collasso psicofisico. Toldo se la ghigna. Siamo ancora vivi. 15 minuti ai supplementari. Realizziamo di essere stati baciati da qualche potentissima divinità. Capiamo che esistono delle giornate particolari, in cui semplicemente il pallone resiste a tutti i tipi di sollecitazione, ad ogni spinta, ad ogni sussulto, e si rifiuta di entrare in porta. Ci liberiamo dalla paura, e iniziamo a giocare. Ora la partita diventa uno scontro feroce, atavico. Tra due modi diversi di intendere la vita, ancor prima che il calcio. Ivan Drago non fa più così paura, anzi, vi è un che di ridicolo nella sua sterile supremazia.

Andiamo ai supplementari, e ci teniamo in piedi con lo scotch. L’incubo del Golden Gol aleggia sui partecipanti. Chi segna vince, come al decimo punto a biliardino. Il tempo scorre. Un quarto d’ora ai rigori. Dieci minuti. Cinque. Rischiamo addirittura di segnarlo noi, il gol della sudden death, con Delvecchio, in contropiede. Ma Van der Sar fa un miracolo, e col senno di poi va bene così, perché se sono stati i supplementari a consegnare alla storia Italia – Germania 4-3 del 1970, saranno invece i rigori a rendere immortale il pomeriggio di Amsterdam.

Merk fischia. È finita. Si va ai rigori. Si oscilla tra l’euforia per lo scampato pericolo e l’’oscuro presagio di una tragedia imminente, con la voce pastosa e sofferta di Pizzul, ormai apertamente abbandonatosi al Cabernet, ad aggiungere pathos:

 «Sono momenti nei quali è perfettamente inutile articolare qualsiasi commento”, prova a sdrammatizzare

Gli orange ne hanno già tirati due, ingloriosamente. Il primo a calciare è De Boer, che – già ipnotizzato da Toldo nel primo tempo – dimostra di avere poca familiarità con il concetto di hybris e si ripresenta dal dischetto. L’idea di umiliarlo per ben due volte in mondovisione accompagna il nostro portiere mentre si appresta a tuffarsi – ancora – sulla sua sinistra e a neutralizzare nuovamente il rigore dell’olandese.

Siamo al terzo rigore che ci calciano contro, e non ce ne hanno ancora segnato nemmeno uno. Ora tocca a noi, e si presenta Di Biagio, ancora convalescente dall’errore che due anni prima ci era costato il mondiale. Anelando conforto, si rivolge al suo concittadino Totti: «Francè, ho paura» e quello, di rimando, «E mecojoni, non lo vedi quanto è grosso?» Di Biagio segna, e noi respiriamo. Tocca a Stam, cranio rasato, orecchie a punta alla Nosferatu e ghigno ferale. Sembra un Neanderthal. Si muove rigido, a scatti, come un pitbull con un gran bisogno di mangiare. Sembra progettato per distruggere, non per movimenti fini. Il suo è un destro brutale, che mira alla luna, o comunque ben al di là della traversa di Toldo. Che, ormai, abbandonata ogni remora, ride apertamente in faccia ai propri avversari. Il pubblico è sull’orlo di un tracollo emotivo. Al quarto rigore, sono ancora a zero. Sull’onda dell’entusiasmo, Totti fa l’occhiolino alla panchina: «Mò je faccio er cucchiaio» Belli capelli al vento, er pupone lascia di sasso Van der Sar, consegnando alla storia quel gesto tecnico. Il suo beffardo pallonetto, così morbido ed elegante, evidenzia per contrasto ancor di più ancora più la brutalità e l’inadeguatezza dell’indecente legnata di Stam.

«Vi prendiamo anche per il culo!», chiosa cavallerescamente la Gialappa’s

Tre a zero. Ormai ci siamo, il resto è accademia. Kluivert finalmente ne segna uno per loro, mentre Maldini sbaglia il primo match point per noi. Tocca a Bosvelt. Bosvelt contro Toldo, il portiere per caso, il portiere lungo come l’Italia intera, dal Tarvisio a Lampedusa, il portiere che quel giorno ha deciso che, semplicemente, non ce n’è per nessuno. Lo guarda, lo sfida. Mezzogiorno di fuoco. Bosvelt tira, Toldo para. Ancora.

Il dado è tratto. È finita. Il delitto perfetto si è compiuto. Siamo in finale. Contro tutto e contro tutti, dopo una partita romanzesca, una partita da libro Cuore. Dopo la più grande sfangata di tutti i tempi. Dopo una prestazione eroica. Di chi è stato baciato dal talento, bagnato come Achille dalle acque dello Stige, e dei mediani fradici invece soltanto del loro stesso sudore. Toldo, il vero eroe del pomeriggio, il portiere per caso, quello con il numero 12 sulla schiena, viene portato in trionfo. Pizzul, aedo dell’impresa, si abbandona all’estasi e allo Chardonnay, mentre Zoff, come il maestro Perboni, si allontana con passo fiero e mesto. Io piango, con l’innocenza dei miei otto anni, incredulo per quelle due ore appena vissute.

Fu un attimo di spettacolo, puro e semplice, una gioia effimera. La finale la perdemmo poi in modo atroce, quando ci sembrava di averla già vinta.

Di quella squadra non sarebbe poi rimasto quasi nulla, in ossequio al vecchio adagio secondo cui, in Italia, nulla è più definitivo del provvisorio.
Di Biagio, Fiore, Pessotto, Di Livio, Albertini, gli eroi silenziosi di quella battaglia, furono congedati con onore dalla Nazionale. Toldo si riaccomodò in panchina, mentre Zoff, asburgico condottiero, si dimise subito dopo la finale, in seguito alle improvvide dichiarazioni di Berlusconi, presidente multitasking, per l’occasione improvvisatosi commissario tecnico, che definì indegno non aver predisposto una marcatura a uomo su Zidane in finale.

«Non prendo lezioni di dignità da nessuno» disse il capitano dell’’82, e se ne andò, a schiena dritta. Anche per questo portiamo quel pomeriggio nel cuore. Per quell’ emozione pura e semplice regalataci da quelli che la storia avrebbe etichettato come i beautiful losers. Perchè, in fondo, ci hanno spinto a scavare negli angoli della nostra vita e della nostra memoria, e ci hanno ricordato che possono essere oneste anche quelle fotografie, sfocate e in bianco e nero, in cui siamo bellissimi e perdenti.

Pubblicato da Alessio Di Sauro

Che vuole fare il giornalista perchè non sa nè cantare nè ballare, che si ostina a parlare di contropiede e non di ripartenza, e che prima o poi scriverà la biografia di Breznev. Ma che ha anche dei difetti

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