Stessa destinazione, strade diverse

C’è chi si affida alle vecchie glorie tentando di rievocare l’antico sapore della vittoria, e chi cerca nel talento e nella matematica una via più veloce e ricca.
Monza e Brentford, Berlusconi e Benham. Uno solo ha avuto ragione

Quanto ci piace la narrazione del calcio come “sport del popolo”? Quelle storie strappalacrime a lieto fine che hanno come protagonista un ragazzino che, a volte pure senza scarpe, trova nel dare calci a un pallone la sua ragione di vita. La speranza di un futuro luminoso. Abbiamo letto molte volte di Cristiano Ronaldo: nato da un’umile famiglia sull’isola di Madeira, più vicina al Marocco che al Portogallo, che ora ha dedicato al suo campione un aeroporto, uno stadio, un museo e una statua in bronzo. Meno conosciuta, ma altrettanto dolce, la storia del romanista Ebrima Darboe: arrivato in Sicilia da rifugiato e scoperto dalla scuola di calcio di Rieti. In poche parole, racconti di sogni realizzati e di talenti che non attendono altro che essere svelati. Tuttavia, parallela a questa c’è un’altra strada che disegna le mappe del gioco del pallone. Quella percorsa da professionisti che non accettano la vista della propria carriera che naufraga tra gli insuccessi e gli infortuni. È una via ricca di nomi altisonanti che però spesso rimangono tali senza alcuna rivendicazione sul campo da gioco. Ma quanto ci piace. Quanto ci piace quando un calciatore che è stato grande in gioventù viene accostato alla nostra squadra del cuore. Soprattutto se questa è di seconda, se non terza, fascia.

Adriano Galliani e Silvio Berlusconi di nuovo insieme al Monza. Al Milan dal febbraio 1986 all’aprile del 2017 hanno conquistato 29 trofei.

È partendo da questa riflessione che è sorto in modo naturale il paragone tra due realtà profondamente diverse tra loro, ma capaci di rappresentare il calcio moderno: il Brentford Fc e l’Ac Monza. Nel 2018 le vicende societarie del club brianzolo travolsero ogni mezzo di comunicazione: l’imprenditore e politico Silvio Berlusconi aveva deciso di comprare il Monza Calcio tramite Fininvest e sborsando 2,9 milioni di euro. Freschi di fallimento e di un rapido ritorno tra i professionisti, i tifosi biancorossi videro nell’ex patron del Milan la luce in fondo al tunnel. Una luce che illumina uno dei 20 posti riservati ai club nella massima competizione nazionale. «Noi vogliamo portare questa città in Serie A. L’abbiamo sfiorata per quattro volte, tra il 1977 e il 1980, e non ci siamo riusciti sempre per pochissimo. Bene, adesso è inutile nascondersi», diceva Adriano Galliani all’indomani della promozione in Serie B. Il condor decise subito di seguire il suo ex presidente in questa nuova avventura che lo avrebbe riportato nella società in cui aveva iniziato la carriera da dirigente sportivo. «Compreremo solo giocatori italiani giovani e senza tatuaggi», comandava Berlusconi. Ed è qui che rientrano in gioco le due strade: la ricerca di giovani promesse da una parte, i nomi altisonanti dall’altra.

Boateng festeggia il gol al debutto di Balotelli contro la Salernitana
(30 dicembre 2020, 3-0 per il Monza)

Gabriel Paletta prima, Kevin-Prince Boateng e Mario Balotelli poi, hanno raggiunto il loro ex presidente. Non più per vestire una maglia rossonera, ma biancorossa. Con Boateng il dogma «solo italiani» andò perduto, così come il «senza tatuaggi» aiutato anche da Balotelli, e infine nessuno dei tre rientravano più nella categoria «giovani»: classe ’86 il primo, ’87 il secondo e ’90 l’ultimo. L’obiettivo era conquistare la massima serie nella stagione 2020/2021, quella immediatamente successiva alla promozione in Serie B. E in virtù del sogno di una scalata ispirata dal Napoli di De Laurentiis negli anni 2005/2006 (promozione in Serie B), 2006/2007 (in Serie A), i princìpi su cui si era eretta la nuova proprietà Berlusconi solo due anni prima già venivano gravemente minati. A rendere il tutto ancora più amaro, ci pensò il campo. La stagione 2020/2021, quella destinata a consacrare la squadra, fu tutto sommato buona. Guidati da Cristian Brocchi (altro ex milanista) i biancorossi arrivarono terzi a soli 5 punti dalla promozione diretta. Costretti, quindi, a disputare i play-off, ma da favoriti. Tuttavia, nel loro percorso si inserì in modo brutale Roberto Venturato. Con il suo Cittadella stese i brianzoli per 3 a 0 nella gara di andata delle semifinali. E a nulla valse la vittoria monzese in casa per 2 a 0, con gol di Balotelli. Il sogno Serie A sfumò così e tutto il progetto ne risente ancora oggi. Di quei tre assi voluti dalla coppia Galliani-Berlusconi, solo Paletta è rimasto con il gruppo. Boateng è tornato in Germania, nell’Herta Berlino a titolo gratuito, e Balotelli ha preso un volo per Adana, in Turchia, all’Adana Demirspor.

Prendiamo ora l’altra strada, quella che conduce alla scoperta di giovani talenti. E lo facciamo scegliendo una ramificazione ben precisa costruita sulla solida matematica. Brentford è uno dei 32 boroughs londinesi e nel suo Griffin Park gioca la squadra del distretto: il Brentford Fc, appunto. Un club dalla tradizione tutt’altro che prestigiosa cui maggior successo è un piazzamento in quinta posizione nel massimo campionato inglese che risale alla stagione 1935/1936, quando ancora si chiamava First Division. Ebbene, la storia del Brentford che alternava la terza alla quarta serie con dei sprazzi di seconda è cambiata radicalmente negli ultimi 10 anni. E il merito risiede tutto nella mente di un solo uomo: Matthew Benham. Inglese, laureato in fisica all’Università di Oxford, alla fine degli anni ’90 è arrivato a ricoprire la carica di vicepresidente nella Banca d’America. La sua vita cambiò drasticamente nel 2001, quando iniziò a sfruttare le sue conoscenze della matematica sul campo delle scommesse. Nel 2004 decide di fondare una sua compagnia di consulenza per il gioco d’azzardo: Smartodds. Grazie a dei metodi innovativi, raccoglie e vende dati agli scommettitori professionisti. Tifoso da sempre del Brentford, nel 2005 investe 500mila sterline per salvare la sua squadra del cuore dal fallimento. Da quel momento Benham entra sempre di più nelle dinamiche societarie fino a diventarne l’azionista di maggioranza nel 2012. Gli bastarono due anni per portare la sua squadra in Championship, la seconda divisione inglese. Nella stagione 2018/2019 quella piccola squadra di Londra si ritrovò a lottare in un campionato dove i suoi 14,7milioni di sterline di budget la dipingevano come la terzultima forza del campionato (la media era di 39milioni, dove la più facoltosa era lo Swansea che sfiorava i 100milioni).

Fu in questo contesto economico che Benham ebbe l’intuizione rivoluzionaria: usare quei dati che era solito raccogliere con Smartodds per cercare talenti sottovalutati in giro per l’Europa. Se si guardano i numeri registrati nelle sessioni di mercato intraprese dal Brentford si può vedere un radicale cambio di marcia a partire dalla stagione 2015/2016: a fronte di spese pari a poco più di 10milioni, il ricavo fu di oltre 25milioni. E così l’anno successivo le spese furono addirittura minori: 5milioni dove l’esborso più impegnativo portò ai rossoneri di Londra Sergi Canos, oggi pedina fondamentale della squadra. I ricavi furono superiori ai 14milioni, 10 dei quali provenienti dalla cessione di Scott Hogan: attaccante prelevato dal Rochdale in terza divisione per mezzo milione di sterline. La stagione 2017/2018 vide un certo Ollie Watkins convincere Benham a sborsare per 7milioni per il suo cartellino. Acquisto che ha visto nella scorsa sessione di mercato una plusvalenza imbarazzante: è stato acquistato per 34milioni dall’Aston Villa. Ah, dettaglio da non trascurare: il 29 maggio, battendo proprio lo Swansea per 2 a 0, il Brentford ha conquistato la promozione in Premier League. Un traguardo che non raggiungeva da settantaquattro anni.

Dal 2014 ogni trasferimento nel club di Benham, sia in entrate che in uscita, è stato dettato dai numeri.
Le fasi sono 3: comprare un giocatore sottovalutato ma dall’xG alto, permettergli di migliorarsi e rivenderlo a un prezzo superiore al suo valore

Rieccoci qui, con le carte scoperte: il Monza di Berlusconi ha provato a conquistare un posto in Serie A puntando sulle vecchie glorie del Milan, fallendo. Il Brentford di Benham ha scommesso su giovani ignorati dalle altre società pagandoli una manciata di sterline ed è tornato in Premier League dopo decenni di purgatorio. La differenza emersa fino a ora sta proprio nelle scelte di mercato. Com’è possibile che dei semplici dati statistici possano fare la differenza a tal punto? È presto detto: quelli elaborati da Smartodds e sfruttati dal Brentford non sono i numeri che siamo soliti vedere al termine di una partita. Non si stratta di quanti tiri sono stati fatti, quanti sono finiti nello specchio della porta, quanto tempo una squadra ha tenuto il pallone, quanti cross sono stati fatti, ma di come questi sono stati fatti.

La locandina del film Moneyball (2011)

Vengono chiamati Expected Goals (indicati dalla sigla xG) e offrono una profondità di analisi mai vista prima nel calcio. Sì, nel calcio, perché in altri sport già è dominante da tempo. Billy Beane li ha introdotti tempo fa nel baseball. Da dirigente degli Oakland Athletics di California aveva introdotto i numeri nelle scelte di gioco e di mercato per risolvere il problema delle limitate capacità economiche della società, al punto da ispirare il libro Moneyball e la sua trasposizione cinematografica interpretata da Brad Pitt. L’etichetta del “Beane del calcio” non piace a Benham: «Il baseball è sempre stato ossessionato dalle statistiche», commenta, «L’etichetta di “moneyball” può confondere, perché in molti pensano che stia usando qualsiasi statistica mi capiti sottomano, e non che invece stia provando a usarle in modo scientifico». Un modo che consente di elaborare un sistema di previsione attendibile come pochi altri, usato e amato dagli scommettitori professionisti di tutto il mondo.

Come già detto, gli Expected Goals (letteralmente “goal previsti”) si basano sul come determinate azioni vengono compiute, ovvero la loro qualità. Le statistiche che sono solite dominare le trasmissioni sportive ci dice, per esempio, che la Squadra Blu ha concluso in porta 4 volte mentre la Squadra Rossa ben 12 volte. Eppure, la Squadra Blu ha vinto 1 a 0. Risultato ingiusto, verrebbe da pensare. Ma se andiamo a vedere nel dettaglio quei tiri, ci accorgiamo che i 4 dei Blu sono avvenuti da dentro l’area di rigore, invece la maggior parte di quelli Rossi dalla lunga distanza. Qui entrano in gioco gli Expected Goals: il sistema matematico basato su un database contenente decine di migliaia di situazioni simili tra loro ci indica quanta probabilità ha un tiro di tramutarsi in gol. Se un attaccante colpisce il pallone con il suo piede preferito dalla linea della porta e senza marcatura né portiere avrà il 99% di possibilità di segnare, e quindi il gol previsto è pari a 0,99(xG) cioè praticamente certo; se un difensore centrale decide di tirare dalla linea del centrocampo, magari in posizione defilata e con il suo piede debole, avrà l’1% di possibilità di segnare, e quindi il gol previsto è pari a 0,01(xG). Alla fine della partita vengono sommate tutte le probabilità di segnare accumulate da una squadra nei 90 minuti, ottenendo così una valutazione del proprio gioco. Se la Squadra Blu di prima con quei 4 tiri ha totalizzato 1,7(xG) allora, magari avrebbe potuto segnare anche un secondo gol: o è stata sfortunata o imprecisa. Stesso discorso vale per la Squadra Rossa che magari ha accumulato un buon xG, forse anche superiore a 1, ma con molti più tiri. Da queste semplici considerazioni e superficiali già si può notare un aspetto che può cambiare il modo di giocare di una squadra: è meglio tirare spesso, anche da lontano, o poche volte, ma da posizioni più promettenti? È chiaro come, basandoci sugli xG, il famoso detto tanto caro ad alcuni allenatori e opinionisti “se non tiri non segni” non è poi così vero.

Concludendo, il confronto Monza-Brentford si risolve in un discorso tra vecchia e nuova visione del mondo del pallone. C’è chi rimane ancorato a vecchie strategie, a volte dettate dal cuore o da rapporti di amicizia e fiducia, e chi sfrutta le moderne tecnologie per avere uno sguardo sul campo da gioco più analitico. I campi di utilizzo degli Expected Goals sono molteplici, e Benham non ne trascura nessuno. Tantomeno lo scouting. Se un calciatore, anche di terza divisione, ha un xG alto e questo non si discosta eccessivamente dalla quantità di gol che ha effettivamente realizzato, allora è un buon giocatore. Al contrario, se a un xG alto non corrisponde un numero paragonabile di gol significa che si muove bene, ma che non ha una grande capacità di finalizzare. Invece, un attaccante con xG basso e tanti gol dalla sua parte o è stato fortunato o ha overperformato (ovvero ha reso più di quanto ci si aspettava, evento raro che quasi mai si ripete per due stagioni consecutive). Così Benham ha scoperto Hogan e Watkins, e così ne scoprirà altri.

Pubblicato da Enrico Spaccini

Aspirante giornalista, scrivo di ciò che attira la mia attenzione. Sempre alla disperata ricerca di continuità e stabilità.

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